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«Difendere il valore della chimica-farmaceutica nazionale significa difendere il diritto alla salute del cittadino italiano»

Difendere il valore della chimica-farmaceutica nazionale significa, in primo luogo, difendere il diritto alla salute del cittadino italiano. È su questo presupposto che si fonda il percorso di riforma della legislazione farmaceutica, oggi ancora ancorata a due impianti normativi del 1934 e del 1938, ai quali si sono stratificate nel tempo circa 100 norme e oltre 700 leggi. Un quadro complesso e frammentato che rischia di frenare la competitività di una filiera che, al contrario, rappresenta uno degli asset strategici del Paese.

I dati più recenti confermano la forza del comparto: la produzione farmaceutica in Italia ha raggiunto i 70 miliardi di euro, posizionando il Paese al primo posto in Europa, con un sorpasso sulla Germania consolidato negli ultimi tre anni. L’export, pari a circa 68 miliardi, contribuisce in modo significativo al ruolo dell’Italia come quarto Paese esportatore al mondo. Tutelare questo valore industriale significa anche garantire ai cittadini accesso a cure sempre più efficaci, grazie all’innovazione terapeutica, che consente di intervenire in modo più rapido e appropriato, riducendo ospedalizzazioni, cronicità e costi per il sistema pubblico.

Tutelare questo valore industriale significa anche garantire ai cittadini accesso a cure sempre più efficaci, grazie all’innovazione terapeutica

La centralità del diritto alla salute si intreccia con la necessità di assicurare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, soprattutto in un Paese che detiene il primato europeo per longevità, con una media di 85,6 anni. L’invecchiamento della popolazione richiede maggiori investimenti, ma anche nuovi modelli organizzativi, nei quali l’innovazione svolge un ruolo determinante: curare meglio e prima significa infatti contenere la spesa e migliorare le performance complessive del sistema.

In questa prospettiva si inserisce il Testo Unico della legislazione farmaceutica, la cui approvazione è prevista entro dicembre 2026. Attualmente in fase di audizione al Senato, il provvedimento passerà poi alla Camera e sarà seguito dai decreti attuativi. L’obiettivo è definire un quadro normativo unitario che ponga al centro il cittadino e l’accesso alle cure, fino a ipotizzare un rafforzamento di questo diritto anche all’interno dei LEA.

Curare meglio e prima significa contenere la spesa e migliorare le performance complessive del sistema

Difendere la chimica-farmaceutica nazionale significa però anche affrontare il tema dell’autonomia produttiva. Oggi circa l’80% dei principi attivi utilizzati per i farmaci salvavita viene prodotto in India e in Cile: una dipendenza che espone il Paese a rischi concreti in caso di crisi geopolitiche o interruzioni delle forniture, con un orizzonte di autonomia limitato a poche settimane. In un contesto internazionale in cui le tensioni si giocano anche sul piano energetico e industriale, la chimica farmaceutica diventa un ambito strategico da presidiare.

Da qui la necessità di recuperare e rafforzare la tradizione italiana nella chimica-farmaceutica di base, sviluppata in particolare negli anni Ottanta, per garantire una filiera completa sul territorio nazionale. Non solo l’allestimento dei farmaci complessi, ma anche la produzione di principi attivi ed eccipienti, così da assicurare continuità produttiva e sicurezza degli approvvigionamenti.

Parallelamente, sono in corso interventi sul fronte della governance della spesa. L’AIFA sta lavorando alla revisione del prontuario farmaceutico per individuare eventuali aree di inappropriatezza e migliorare le performance del sistema, con un approccio non punitivo ma orientato alla condivisione con l’industria. Le risorse recuperate potranno essere reinvestite in innovazione e qualità dell’assistenza. Tra le ipotesi in campo figura anche la clausola di salvaguardia, nell’ambito di una riflessione più ampia sull’aumento della spesa farmaceutica, legato sia all’invecchiamento della popolazione sia all’introduzione di terapie sempre più avanzate.

In questo quadro, la tutela della chimica-farmaceutica nazionale non è solo una questione industriale, ma una leva essenziale per garantire continuità terapeutica, innovazione e sostenibilità. In ultima analisi, significa assicurare ai cittadini il pieno esercizio del diritto alla salute.

Biodiversità urbana e salute dei cittadini: il progetto che unisce scienza e design strategico

Oltre il 55% della popolazione mondiale vive oggi in aree urbane e la biodiversità delle città emerge come determinante sempre più rilevante per la salute pubblica. Da questa evidenza nasce il progetto “Biodiversità urbana e salute dei cittadini. Modelli di prevenzione e formazione per la salute nelle città”, presentato a Roma presso l’Aula Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

L’iniziativa è promossa da HealthCom Consulting in collaborazione con la UNESCO Chair on Urban Health e Twig, nell’ambito delle attività finanziate dal National Biodiversity Future Center. Obiettivo: tradurre la ricerca scientifica in azioni concrete di prevenzione, formazione e coinvolgimento dei cittadini.

Biodiversità urbana come determinante di salute

Per biodiversità urbana si intende la varietà di organismi viventi e habitat presenti nelle città, considerate ecosistemi complessi in cui natura e società interagiscono costantemente. Il progetto mira a rafforzare il ruolo della biodiversità nelle strategie di prevenzione e promozione della salute, attraverso interventi educativi, strumenti operativi e documenti di indirizzo rivolti a istituzioni, professionisti e cittadini.

La biodiversità urbana diventa una leva strategica di salute pubblica nelle città sempre più popolate

Le attività si basano sulla ricerca scientifica condotta dal Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza Università di Roma, che sarà illustrata in due articoli di revisione della letteratura di prossima pubblicazione.

Urbanizzazione e malattie croniche: i dati OMS

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le aree urbane producono oggi circa il 60 per cento delle emissioni globali di gas serra. Le temperature urbane possono essere da 3 a 5 °C superiori rispetto alle aree rurali circostanti. La maggior parte delle prime 10 cause di morte è strettamente collegata a urbanizzazione rapida, non pianificata e cattiva progettazione urbana.

La rapida urbanizzazione è inoltre associata all’aumento delle principali malattie croniche non trasmissibili, tra cui: malattie cardiovascolari, ictus, asma, tumori, diabete, obesità, depressione. Le città diventano quindi uno snodo centrale per politiche di prevenzione integrate.

Lenzi: «Un investimento per il futuro delle città»

Secondo Andrea Lenzi ( Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Chairholder UNESCO Chair on Urban Health), il progetto rappresenta un investimento strategico per la salute urbana: «Secondo i dati OMS, oggi oltre il 55 per cento della popolazione mondiale, ovvero 4,2 miliardi di persone, vive in aree urbane, quota destinata a crescere fino al 68 per cento entro il 2050. Realizzare, insieme al Centro Nazionale per la Biodiversità, un progetto dedicato a biodiversità e salute urbana è un investimento per il futuro delle città stesse. Vogliamo creare, attraverso attività di ricerca e divulgazione, un ponte tra scienza, cittadini e territori.

La rapida urbanizzazione è associata all’aumento delle principali malattie croniche non trasmissibili

L’urbanizzazione è un fenomeno sociale inarrestabile e una tendenza irreversibile che va accompagnata con un impegno trasversale di tutte le istituzioni».

Il ruolo degli spazi verdi nella prevenzione

La biodiversità urbana può influenzare direttamente i comportamenti quotidiani e quindi la salute. Lo sottolinea Daniele Gianfrilli (Staff leader UNESCO Chair on Urban Health, Professore Ordinario Endocrinologia Dipartimento di Medicina Sperimentale Sapienza Università di Roma): «La salute delle persone che vivono nelle città è il risultato dell’interazione tra molteplici determinanti sociali, ambientali e comportamentali. La presenza di biodiversità negli spazi verdi e blu, insieme alla loro accessibilità, può influenzare in modo significativo i comportamenti quotidiani, incidendo su livelli di attività fisica, scelte alimentari, qualità del sonno e benessere psicologico, tutti fattori strettamente connessi alla prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili».

Approccio One Health e design strategico

Il progetto si inserisce in una visione One Health, integrando salute umana, animale e ambientale. Tra le azioni previste:

  • interventi educativi e formativi
  • strumenti digitali e toolkit operativi
  • coinvolgimento territoriale e partecipazione
  • attività di sensibilizzazione per cittadini e stakeholder

Elemento distintivo dell’iniziativa è l’integrazione del design strategico come leva per trasformare la conoscenza scientifica in pratiche concrete.

Ronchi: «Trasformare la conoscenza in buone pratiche»

Secondo Marco Ronchi (CEO TWIG HCC, Adjunct professor Communication Design, Politecnico di Milano), il progetto punta a costruire competenze diffuse: «Questo progetto si pone l’obiettivo di creare connessioni tra stakeholder differenti, professionisti di settore, istituzioni, università e popolazione, per trasformare le conoscenze scientifiche in competenze diffuse e buone pratiche quotidiane. L’apporto del design strategico in questo quadro è quello di fornire un metodo strutturato orientato a leggere la complessità, a tradurla in percorsi, strumenti e modelli di interazione partecipata».

Prossima tappa: codesign territoriale a Bergamo

Il progetto proseguirà nei prossimi mesi con interventi educativi e momenti di coinvolgimento territoriale. Una iniziativa di codesign è già prevista per ottobre a Bergamo, con il coinvolgimento del Comune, cittadini e stakeholder, con l’obiettivo di integrare la biodiversità urbana nelle politiche di salute e pianificazione urbana.

L’iniziativa si propone così di trasformare la biodiversità urbana da tema ambientale a leva strategica per la prevenzione, la promozione della salute e la sostenibilità dei sistemi sanitari urbani.

Trapianti in crescita, ma liste d’attesa ancora lunghe: +4% donazioni

Il sistema dei trapianti in Italia continua a crescere, ma resta segnato da criticità strutturali legate alle liste d’attesa e alla disponibilità di organi. È quanto emerge dal report presentato a Milano sull’evoluzione del sistema trapiantologico nazionale.

Nel 2024 i trapianti hanno registrato un incremento del 4%, raggiungendo 4.642 interventi complessivi, mentre nel 2025 si attestano a 4.583 operazioni, con la Lombardia prima regione per numero di trapianti (916).

Crescono trapianti e donazioni in Italia, ma restano lunghe attese e squilibrio tra domanda e offerta

Crescono anche le donazioni: nel 2024 i donatori utilizzati sono stati 1.730 (+3,8%), con la Lombardia che rappresenta da sola il 19% del totale nazionale.

Liste d’attesa ancora lunghe: oltre 8.500 pazienti

Nonostante il trend positivo, il sistema continua a fare i conti con tempi di attesa elevati. In media i pazienti attendono circa 3,7 anni, con punte superiori ai sei anni per alcuni organi, come il pancreas.

Al 31 dicembre 2024 i pazienti in lista erano oltre 8.000, saliti a 8.575 nell’aprile 2026, segnale di uno squilibrio ancora significativo tra domanda e disponibilità di organi.

A incidere è anche il tasso di opposizione alla donazione, che supera il 33% delle dichiarazioni registrate, evidenziando una cultura della donazione ancora non pienamente consolidata.

Innovazione e logistica tra le priorità

Il sistema resta regolato dalla legge 91 del 1999, che disciplina donazione e trapianti secondo i principi di gratuità, anonimato e consenso informato, sotto il coordinamento del Centro Nazionale Trapianti.

Innovazione tecnologica e cultura della donazione sono decisive per ridurre liste d’attesa e migliorare il sistema trapiantologico

Negli ultimi anni si è aperto un confronto istituzionale per aggiornare il modello, anche alla luce delle nuove tecnologie. In questa direzione va lo stanziamento di 10 milioni di euro previsto dalla legge di bilancio 2025 per migliorare conservazione e trasporto degli organi, in attesa del decreto attuativo.

Tra le principali sfide emergono:

  • miglioramento della logistica
  • tecnologie di conservazione più avanzate
  • riduzione dei tempi di attesa
  • rafforzamento della cultura della donazione

Tecnologie come la perfusione normotermica potrebbero infatti aumentare le possibilità di trapianto, estendendo i tempi di utilizzo degli organi e contribuendo a ridurre le liste d’attesa.

In questo scenario, innovazione organizzativa e culturale si confermano leve decisive per la sostenibilità e l’evoluzione del sistema trapiantologico italiano.

Sclerosi multipla, la Lombardia rafforza la governance della rete regionale

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La gestione delle patologie croniche complesse richiede oggi modelli organizzativi capaci di superare la frammentazione dei percorsi assistenziali e garantire integrazione tra i diversi livelli di cura. La sclerosi multipla, per la sua natura altamente eterogenea e per il bisogno di presa in carico lungo tutto il corso della vita del paziente, rappresenta uno dei principali ambiti in cui le politiche sanitarie regionali sono chiamate a innovare assetti e strumenti di coordinamento.

Regione Lombardia risponde a questa sfida istituendo una Commissione Regionale per la Sclerosi Multipla (Co.Re.Sm), un tavolo tecnico di coordinamento regionale che mette in rete i centri specializzati nella diagnosi e cura della malattia e punta a rendere più omogenea la presa in carico globale del paziente. In Lombardia esistono circa 30 centri specialistici in grado di intercettare precocemente i bisogni di cura e di accompagnare i pazienti, non solo lombardi ma anche provenienti da altre Regioni.

Su obiettivi e implicazioni del nuovo modello interviene per TrendSanità Massimo Filippi, direttore dell’Unità di Neurologia, del Servizio di Neurofisiologia, dell’Unità di Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele.

Professor Filippi, quali sono i principali obiettivi della neonata Commissione?

«La Commissione regionale nasce soprattutto come organo di coordinamento e governance per integrare i centri specialistici, uniformare l’accesso alle cure e migliorare qualità ed equità dell’assistenza alle persone con sclerosi multipla in Lombardia. Istituita nel 2026, ha l’obiettivo di rafforzare la governance sanitaria regionale per la sclerosi multipla, che in Lombardia riguarda oltre 23.000 persone, con circa 600 nuovi casi ogni anno.

Il modello punta su rete multidisciplinare tra ospedali, territorio, ricerca e associazioni dei pazienti

Fra gli obiettivi principali certamente quello di coordinare la rete dei centri specialistici. Significa mettere in rete e coordinare più di 35 centri lombardi dedicati alla sclerosi multipla. Favorire lo scambio di competenze e l’organizzazione condivisa delle cure tra strutture ospedaliere e territorio.

Massimo Filippi

Un altro obiettivo è quello di rendere uniforme la presa in carico dei pazienti ovvero ridurre le differenze tra territori e strutture sanitarie. Garantire risposte tempestive, appropriate e omogenee a tutti i pazienti della regione.

La neonata Commissione si propone inoltre di migliorare la continuità assistenziale attraverso la promozione di una gestione multidisciplinare e integrata della patologia (neurologi, riabilitazione, servizi territoriali, ecc.) nonché di rafforzare il percorso di cura lungo tutte le fasi della malattia.

Non meno importante è la definizione di criteri condivisi per terapie e monitoraggio. Tutto ciò si traduce in una condivisione delle linee di appropriatezza nell’uso dei farmaci e delle nuove terapie e nel monitoraggio degli esiti clinici e dell’efficacia dei trattamenti disponibili».

Quali sono le ultime novità in termini di cura e gestione della malattia?

«Negli ultimi anni la gestione della sclerosi multipla ha conosciuto progressi molto significativi. L’ampliamento delle terapie modificanti il decorso della malattia ha permesso di intervenire sempre più precocemente e con strategie terapeutiche individualizzate in base al profilo di rischio di ciascun paziente. Oggi disponiamo di oltre venti farmaci con meccanismi d’azione diversi, capaci di controllare in modo efficace l’attività infiammatoria e ridurre il rischio di accumulo di disabilità.

L’integrazione tra centri specialistici migliora continuità assistenziale e qualità complessiva dei percorsi di cura regionali

Parallelamente, si è rafforzato il concetto di trattamento precoce e personalizzato: l’obiettivo non è più solo ridurre le ricadute, ma prevenire la progressione della malattia fin dalle fasi iniziali. In questo contesto, la risonanza magnetica, i biomarcatori – come i neurofilamenti nel sangue – e una valutazione comprensiva del paziente stanno assumendo un ruolo crescente nel guidare le decisioni terapeutiche.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la gestione globale della persona con sclerosi multipla. Accanto alle terapie farmacologiche specifiche per la malattia, stanno acquisendo sempre maggiore importanza la riabilitazione motoria e cognitiva, la gestione dei sintomi e il supporto psicologico. La presa in carico multidisciplinare, integrata nei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali e nella rete dei Centri SM rappresenta oggi il modello più efficace per garantire continuità assistenziale e migliorare la qualità di vita delle persone con sclerosi multipla».

Come l’innovazione tecnologica sta rivoluzionando la gestione della sclerosi multipla?

«L’innovazione tecnologica sta trasformando profondamente il modo in cui diagnosticare, monitorare e gestire la sclerosi multipla. In ambito diagnostico, la risonanza magnetica continua a evolversi grazie a tecniche sempre più sensibili, capaci di identificare precocemente l’attività di malattia e di riconoscere, per esempio, anche caratteristiche qualitative delle lesioni, come il segno della vena centrale e le lesioni con orletto paramagnetico. Ciò si è rivelato utile per migliorare l’accuratezza diagnostica e identificare pazienti che possono necessitare di terapie più efficaci sin dall’esordio di malattia.

Allo stesso tempo stanno emergendo biomarcatori, in particolare nel sangue o nel liquido cerebrospinale, come i neurofilamenti, che permettono di monitorare il danno neuronale e valutare in modo più dinamico l’andamento della malattia e la risposta alle terapie.

Innovazione diagnostica, biomarcatori e telemedicina supportano una gestione sempre più precoce e personalizzata della malattia

Un’altra area in rapida espansione riguarda la salute digitale. Strumenti di telemedicina, piattaforme di telemonitoraggio e dispositivi indossabili consentono di raccogliere dati clinici anche a distanza, migliorando il follow-up dei pazienti e favorendo una maggiore continuità assistenziale.

Infine, l’intelligenza artificiale rappresenta una prospettiva particolarmente promettente: l’analisi avanzata di dati clinici, radiologici e biologici potrà contribuire a migliorare la precisione diagnostica, predire l’evoluzione della malattia e supportare scelte terapeutiche sempre più personalizzate. L’obiettivo finale è una medicina di precisione capace di adattare diagnosi, monitoraggio e trattamento alle caratteristiche di ogni singolo paziente».

Il modello lombardo può essere esportato anche nel resto d’Italia?

«Sì, il modello lombardo di coordinamento per la sclerosi multipla può teoricamente essere esportato nel resto d’Italia, ma con alcuni adattamenti legati all’organizzazione sanitaria regionale.
Il sistema costruito in Lombardia ha alcune caratteristiche che lo rendono potenzialmente trasferibile ad altre regioni. Fra queste vi è certamente la governance regionale della rete SM che permette di collegare centri specialistici, definire delle linee di indirizzo comuni, monitorare qualità e risultati delle cure.

Altro aspetto è certamente il modello che mette in relazione ospedali e IRCCS, servizi territoriali, riabilitazione e assistenza multidisciplinare. Questo tipo di rete è coerente con l’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, quindi può essere adottato anche altrove.

Il modello lombardo è potenzialmente replicabile con adattamenti regionali locali

Da rimarcare anche il fatto che la partecipazione dell’AISM permette di integrare il punto di vista delle persone con SM e caregiver nella programmazione sanitaria.

Da ultimo, il coordinamento regionale favorisce raccolta dati, monitoraggio dei trattamenti e valutazione degli esiti, strumenti utili per tutte le regioni.

Tuttavia l’esportazione non è automatica in quanto la sanità è gestita a livello regionale: ogni regione ha risorse, organizzazione e numero di centri diversi e alcune aree del Paese hanno meno strutture specialistiche rispetto alla Lombardia. Pertanto, più realisticamente, il modello lombardo potrebbe diventare un riferimento organizzativo per altre regioni, una base per linee guida nazionali sulla rete per la sclerosi multipla, uno schema di coordinamento replicabile con adattamenti locali».

Esiste all’estero un modello simile e quali sono i risvolti del suo operato?

«Modelli analoghi esistono in vari paesi (Danimarca, Svezia, Regno Unito, Canada). L’esperienza internazionale dimostra che reti coordinate di centri per la sclerosi multipla migliorano accesso alle cure, qualità dell’assistenza e ricerca clinica».

Sanità: leva strategica tra equità, industria e competitività

Non è più soltanto una questione sanitaria. L’innovazione in salute, oggi, si colloca al crocevia tra politica industriale, sostenibilità dei sistemi pubblici e sicurezza nazionale. È questo il filo rosso che ha attraversato “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, l’iniziativa promossa da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria, che il 9 aprile ha riunito istituzioni, industria e comunità scientifica per interrogarsi su una delle sfide più rilevanti per il Paese: rendere l’innovazione realmente accessibile.

Una sfida che, come emerge dai dati, vale contemporaneamente salute e Pil (Prodotto interno lordo). In Europa l’economia della salute genera infatti 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto, pari al 3,3% del Pil, mentre la sola ricerca farmaceutica mobilita 55 miliardi di euro di investimenti. In questo scenario, l’Italia si conferma un attore di primo piano: seconda in Europa per produzione, con 56 miliardi di valore e 411 aziende, ma ancora chiamata ad accelerare su accesso e tempistiche.

Innovazione accessibile: quando il valore arriva davvero alle persone

Il concetto chiave emerso nel corso dei lavori è netto: “L’innovazione è realmente tale solo se arriva alle persone”. Nel messaggio inviato ai partecipanti, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiarito la portata sistemica del tema: «Solo se riduce le distanze territoriali, solo se accorcia i tempi di diagnosi e di presa in carico, solo se non amplia le disuguaglianze, ma contribuisce a ridurle, possiamo parlare davvero di innovazione».

Occorre lavorare su tre assi strategici: equità, sostenibilità e semplificazione normativa

Un richiamo che tocca uno dei nodi più critici del sistema italiano: i tempi di accesso. Se la Francia garantisce percorsi strutturati che possono portare all’accesso in circa 80 giorni, in Italia il tempo medio si attesta intorno ai 424 giorni per i nuovi farmaci, con performance ancora meno efficaci per le soluzioni più innovative. Un ritardo che, per il titolare della Salute, «un Paese moderno non può permettersi», soprattutto laddove esistono evidenze scientifiche e benefici concreti per i pazienti.

L’occasione dell’incontro ha permesso di raccogliere una opinione condivisa – non sempre accade – tanto da parte della compagine industriale quanto sul lato istituzionale: occorre lavorare su tre assi strategici: equità, sostenibilità e semplificazione normativa.

Sanità e industria: un asset strategico per il Paese

In quest’ottica, i numeri parlano chiaro: l’economia della salute è un vero e proprio moltiplicatore di crescita. Secondo le stime richiamate durante l’evento, ogni euro investito in salute può generare tra i 2 e i 4 euro di Pil, grazie a effetti diretti, indiretti e indotti.

Un concetto ribadito con forza dal viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini, che ha invitato a “chiamare le cose con il loro nome”: «Quando parliamo di economia della salute stiamo parlando di competitività strutturale, di attrattività per gli investimenti, di manifattura ad alto valore aggiunto, di occupazione qualificata».

Ogni euro investito in salute può generare tra i 2 e i 4 euro di Pil, grazie a effetti diretti, indiretti e indotti

I dati, del resto, confermano questa lettura. Il settore farmaceutico italiano vale 54 miliardi di euro di export e ha registrato nel 2025 una crescita delle esportazioni di quasi il 30%, «la migliore performance in Europa». Non solo: l’Italia è oggi il secondo produttore farmaceutico europeo dopo la Germania, una posizione che – ha avvertito Valentini – «non va intesa come un dato storico da incorniciare, ma come una piattaforma da cui rilanciare continuamente».

Investimenti e fiducia: il ruolo delle multinazionali

A rafforzare questa piattaforma contribuisce in modo determinante la presenza delle multinazionali. Negli ultimi anni, ha sottolineato Valentini, «le multinazionali attive in Italia hanno annunciato investimenti superiori ai quattro miliardi di euro in nuovi impianti e ampliamenti produttivi».

Tra i casi citati, GSK – promotrice dell’evento – ha investito oltre 800 milioni di euro tra il 2020 e il 2025, mentre Novartis ha annunciato più di 150 milioni entro il 2028, con un forte focus sulla ricerca clinica. Segnali che indicano una fiducia strutturale nel sistema Paese: «Il mondo investe in Italia perché l’Italia sa produrre, sa ricercare, sa fare».

Il nodo, tuttavia, resta la capacità di trasformare questa fiducia in un vantaggio competitivo duraturo.

Per arrivare a questo risultato le leve su cui agire sono diverse. Tra queste, attivare cluster per attirare investimenti in ricerca clinica perché «salute è economia», indica Daniela Bianco, Partner e responsabile area Healthcare di Thea Group. Occorre poi fare programmazione sanitaria partendo dai bisogni attuali e prospettici di una popolazione che sta cambiando per età e patologie correlate, con «una collaborazione tra Stato e Regioni che sarà sempre più importante», ha sottolineato Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento, Programmazione, Dispositivi medici, Farmaco e Politiche in favore del SSN del Ministero della Salute. A patto che ci sia «l’ingaggio del ministero dell’Economia e delle Finanze che, in un’ottica di sistema, deve disegnare un percorso con le persone al centro, considerando che chi sta bene produce, spende e quindi produce Pil», ha precisato Beatrice Lorenzin, V Commissione permanente Bilancio del Senato.

GSK Italia: un hub tra ricerca, produzione e impatto economico

All’interno di questo ecosistema, GSK rappresenta un caso emblematico di integrazione tra ricerca, industria e territorio. Con due centri di ricerca e due stabilimenti produttivi, oltre 4.200 addetti e una rete che coinvolge quasi 9.000 occupati considerando l’indotto, l’azienda genera un impatto economico complessivo di oltre 1 miliardo di euro.

Nel 2024, gli investimenti hanno raggiunto i 324 milioni di euro, di cui 172 destinati alla ricerca, mentre l’export ha superato i 600 milioni. Un contributo che si riflette anche sul piano sanitario: le soluzioni terapeutiche dell’azienda sono utilizzate da una persona su due con malattie respiratorie croniche e da due su tre tra le persone che vivono con HIV, mentre 9 neonati su 10 ricevono almeno un vaccino sviluppato dall’azienda.

«L’Italia ha una base industriale e scientifica che può giocare da protagonista», ha dichiarato Antonino Biroccio, presidente e General Manager di GSK Italia. Ma, ha aggiunto, «per fare un salto ulteriore serve riconoscere e premiare l’innovazione accessibile, perché è quella che attrae investimenti e rende l’Europa competitiva».

Innovazione clinica: il caso del mieloma multiplo

Un esempio concreto di innovazione è rappresentato dagli anticorpi farmaco-coniugati (ADC), tra le tecnologie più avanzate oggi disponibili in oncologia. Nel caso del mieloma multiplo – seconda neoplasia ematologica per diffusione – queste soluzioni consentono di colpire in modo mirato le cellule tumorali, riducendo gli effetti collaterali.

I dati clinici sono significativi: negli studi DREAMM-7 e DREAMM-8, il farmaco belantamab mafodotin ha dimostrato un aumento della sopravvivenza libera da progressione fino a 36,6 mesi rispetto ai 13,4 mesi dello standard di cura, con una riduzione del rischio di morte del 42%. Un risultato che evidenzia il potenziale trasformativo dell’innovazione, ma che richiama anche l’urgenza di garantirne l’accesso.

Le sfide aperte: tempi, equità, demografia

Nonostante i punti di forza, restano criticità strutturali. Tra queste, i tempi di accesso alle terapie innovative restano ampiamente superiori rispetto a Paesi considerati un riferimento, come la Francia: all’ombra della Tour Eiffel siamo a 80 giorni dalla richiesta, mentre nel Belpaese il tempo medio di accesso ai nuovi farmaci è 424 giorni. Cinque volte tanto.

I tempi di accesso al farmaco innovativo in Italia restano tra i più lunghi d’Europa

Ed è di nuovo il messaggio del Ministro Schillaci a evidenziare come occorra un cambio di passo: «Dobbiamo accelerare i processi, rafforzare le reti, valorizzare le eccellenze, sostenere la ricerca clinica, attrarre investimenti». Ma soprattutto, serve una visione condivisa: «Un’Italia in cui innovazione significhi più salute, più equità, più sviluppo, più sicurezza e più futuro».

Una visione sistemica per la competitività

Il messaggio che arriva dai “Dialoghi” è chiaro: l’innovazione accessibile non è una variabile tecnica, ma una scelta strategica. Riguarda la capacità del sistema sanitario di evolvere, quella dell’industria di competere e quella delle istituzioni di governare il cambiamento.

In un contesto globale segnato dalla competizione tra grandi blocchi e dalla crescente rilevanza della sicurezza sanitaria, la salute diventa così un elemento chiave dell’autonomia strategica. Non solo per garantire cure ai cittadini, ma per sostenere crescita, occupazione e resilienza.

La sfida, ora, è trasformare il confronto in politiche concrete. Perché, come emerso con forza a Roma, l’innovazione – per diventare davvero progresso – deve essere non solo possibile, ma accessibile.

Fascicolo sanitario elettronico 2.0, ultima fase tra formazione, dati e disomogeneità regionali

Con la scadenza del 31 marzo prevista dal PNRR, si è aperta per il Fascicolo sanitario elettronico 2.0 l’ultima tappa verso la piena operatività nazionale, attesa entro l’estate. Un passaggio che coinvolge cittadini, professionisti sanitari e istituzioni, e che mette al centro temi cruciali come la formazione digitale, la cultura del dato e il superamento delle disomogeneità regionali. Ne parliamo con Dilva Drago, Segretario di ASSD (Associazione Scientifica per la Sanità Digitale) e Vicepresidente Commissione di Albo nazionale degli Ortottisti, che analizza opportunità e criticità di questa fase di transizione, soffermandosi sul ruolo della sanità territoriale, sulla fiducia dei cittadini nella condivisione dei dati e sulle priorità per una piena diffusione del FSE.

Il Fascicolo sanitario elettronico 2.0 è entrato in una fase decisiva del suo percorso di attuazione, con l’obiettivo di raggiungere la piena operatività nazionale entro l’estate. Qual è il valore di questo passaggio e quali implicazioni comporta per cittadini e professionisti sanitari?

«Il Fascicolo sanitario elettronico rappresenta uno strumento di grande importanza, in primo luogo per il cittadino. Si tratta infatti di uno spazio digitale nel quale la persona può archiviare e consultare la propria storia sanitaria, rendendola accessibile anche ai professionisti che la prendono in carico. Questo consente di condividere informazioni rilevanti lungo tutto il percorso assistenziale, contribuendo a rendere più sicuro, efficace ed efficiente il processo di cura.

Il valore del FSE va oltre il singolo percorso individuale, come leva per la sostenibilità del SSN

Il valore del Fascicolo sanitario elettronico, tuttavia, va oltre il singolo percorso individuale. Inserito in una strategia più ampia di digitalizzazione, il FSE rappresenta anche una leva fondamentale per la sostenibilità dell’intero Servizio sanitario nazionale. La digitalizzazione e l’utilizzo del patrimonio informativo sanitario, infatti, sono elementi chiave per costruire una sanità sempre più proattiva, capace di anticipare i bisogni e migliorare l’organizzazione dei servizi. Il FSE ha dei fini primari (diagnosi, cura e riabilitazione, prevenzione della persona assistita titolare del fascicolo) ma anche secondari: profilassi internazionale; studi e ricerca; programmazione sanitaria; verifica delle qualità delle cure e valutazione dell’assistenza sanitaria.

Dilva Drago

In questo contesto, la cultura del dato assume un ruolo centrale. È importante che si sviluppi a tutti i livelli del sistema: nei luoghi in cui vengono prese le decisioni, dove è fondamentale basare le scelte sull’analisi dei dati (si veda ad esempio il recente Documento condiviso Data Strategy nazionale promosso da SIMM); tra i professionisti sanitari, che devono essere in grado di raccogliere dati di qualità; e tra i cittadini, che devono comprendere l’importanza della condivisione dei propri dati per la tutela della propria salute.

Ad oggi, infatti, la consapevolezza dell’importanza del dato non è ancora pienamente diffusa. La condivisione delle informazioni sanitarie da parte dei cittadini per un utilizzo primario, cioè per la propria salute, sta iniziando a diffondersi, ma persistono forti divari. Attualmente, non si supera ancora la soglia del 50% di adesione alla condivisione dei dati nel Fascicolo sanitario nazionale. Anche tra cittadini che hanno aderito alla condivisione dei dati lo usano in pochi e ancora meno ne conoscono tutte le potenzialità.

Ancora maggiore è la resistenza rispetto all’utilizzo secondario dei dati, che invece rappresenta un elemento fondamentale per la ricerca e per affrontare emergenze sanitarie, come quelle vissute durante la pandemia da Covid-19. Per questo motivo diventa necessario lavorare su un processo di alfabetizzazione delle persone assistite e dei loro caregiver. La recente normativa europea non vincola più l’utilizzo dei dati anonimizzati per fini secondari per finalità di interesse pubblico e scientifico al consenso della persona assistita, che tuttavia conserva il diritto di essere informato sull’uso degli stessi e può esercitare il diritto di esclusione (opt-out).

Questa alfabetizzazione deve articolarsi su più livelli: alfabetizzazione sanitaria, alfabetizzazione digitale e anche alfabetizzazione etica, intesa come consapevolezza del ruolo di “donatori di dati” per il bene collettivo.

La trasformazione digitale in sanità non è solo tecnologia, ma cultura: servono alfabetizzazione sanitaria, digitale ed etica

In questo specifico passaggio del 31 marzo emergono due novità principali. La prima riguarda l’ingresso della sanità privata (accreditata e autorizzata) nel Fascicolo sanitario elettronico. Si tratta di un passaggio importante, soprattutto in un contesto in cui il sistema sanitario sta diventando sempre più ibrido, con un aumento del ricorso all’esternalizzazione. L’assenza dei dati provenienti dal privato accreditato rappresentava infatti una lacuna significativa nella costruzione di una visione completa del percorso di cura del cittadino.

La seconda novità riguarda la velocità di caricamento dei dati nel FSE. In questa nuova fase, i referti dovrebbero essere disponibili entro cinque giorni, con un beneficio diretto per il cittadino, che può così accedere e condividere più rapidamente alle informazioni sanitarie. Ciò è possibile attraverso la standardizzazione dei documenti clinici che devono condividere un linguaggio comune, ossia essere caricati in un formato che permetta l’interoperabilità tra sistemi e firmati digitalmente dal professionista che ne è responsabile.

Nonostante questi progressi, rimane ancora una forte disomogeneità territoriale. Le differenze tra le regioni sono evidenti sia nell’utilizzo del Fascicolo sanitario elettronico sia nel numero dei documenti inseriti. La tipologia dei documenti è stata definita (21 tipi diversi), ma la quantità effettivamente caricata nei fascicoli varia ancora in modo significativo, evidenziando la necessità di proseguire nel percorso di uniformazione a livello nazionale».

Dal punto di vista dei professionisti sanitari, pubblici e privati, qual è la situazione attuale? Nella sua esperienza, chi è più “pronto” all’utilizzo del Fascicolo sanitario elettronico?

«Anche per quanto riguarda i professionisti sanitari esiste ancora un ampio margine di miglioramento, in particolare sul fronte della formazione alla sanità digitale. Le competenze digitali risultano in parte influenzate anche dalla generazione di appartenenza dei professionisti, ma resta comunque necessario definire un livello minimo di competenze che tutti dovrebbero raggiungere per agire in maniera digitalmente agevole e responsabile la propria professione e il proprio ruolo nel SSN. Le competenze digitali dei professionisti sanitari e socio-sanitari sono essenziali per garantire qualità, sicurezza ed equità nell’erogazione dei servizi sanitari.

Se per i cittadini è importante sviluppare competenze digitali di base per accedere ai servizi sanitari, per i professionisti sanitari il livello richiesto deve essere necessariamente più elevato a partire da quelle relative alla sicurezza dei dati. Tra i primi soggetti da sensibilizzare vi sono i professionisti sanitari dell’assistenza primaria, che rappresenta il primo livello di contatto tra la popolazione e il Servizio Sanitario Nazionale

I professionisti che operano all’interno degli ospedali risultano spesso più abituati all’utilizzo degli strumenti digitali, anche perché le unità operative devono già dialogare tra loro attraverso sistemi informativi condivisi. Tuttavia, questa interoperabilità interna non è sufficiente: è necessario estendere la capacità di integrazione a tutte le strutture sanitarie, tra ospedali e territorio, tra sanitario, socio-sanitario e sociale, su tutto il territorio nazionale e tra tutte le regioni.

La formazione dei professionisti sanitari assume un ruolo fondamentale nella costruzione della fiducia dei cittadini

La formazione dei professionisti sanitari assume inoltre un ruolo fondamentale nella costruzione della fiducia dei cittadini. Persistono infatti timori legati alla condivisione dei dati, spesso connessi alla percezione di una possibile mancanza di sicurezza o di protezione delle informazioni personali. Rendere chiaro e trasparente il processo di raccolta, protezione e utilizzo dei dati può contribuire ad aumentare la fiducia dei cittadini.

Coinvolgere i cittadini nella comprensione della filiera del dato, spiegando come le informazioni vengano protette e utilizzate, favorisce una maggiore disponibilità alla condivisione. Studi evidenziano infatti che i cittadini accettano più facilmente l’utilizzo dei propri dati, in forma anonimizzata per fini secondari, quando la richiesta proviene da un professionista sanitario con cui esiste un rapporto di fiducia, soprattutto se l’obiettivo è il bene comune di salute pubblica.

Al contrario, si osserva una maggiore resistenza quando i dati vengono utilizzati per ricerche che coprono anche interessi commerciali oltre che di salute (come ad esempio le aziende farmaceutiche). Anche per questo motivo, i professionisti sanitari diventano fondamentali come intermediari di fiducia tra cittadini e sistema sanitario, anche per favorire l’adozione diffusa del Fascicolo sanitario elettronico.

Lo sviluppo delle competenze digitali dei professionisti sanitari è una priorità non solo per il funzionamento della tecnologia, ma per la trasformazione culturale e organizzativa del SSN.

Il FSE 2.0 non è il punto di arrivo ma una tappa nel percorso per arrivare, con una maturità digitale idonea, allo Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EHDS) nel 2029».

In questo panorama, quali sono le priorità secondo ASSD?

«ASSD promuove la cultura della sanità digitale, la sanità partecipata e inclusiva attraverso attività di advocacy culturale e istituzionale: supporta i professionisti della salute nei percorsi di formazione per adeguare le competenze professionali al progresso scientifico e tecnologico; mette in rete persone, esperti della materia, operatori sanitari, associazioni scientifiche, istituzioni, enti pubblici e privati ed enti del terzo settore per operare in un contesto poliedrico, multiprofessionale, multidisciplinare, allo sviluppo delle competenze digitali nell’ambito della salute.

ASSD promuove la cultura della sanità digitale, la sanità partecipata e inclusiva attraverso attività di advocacy culturale e istituzionale

In quest’ottica, dal punto di vista della nostra associazione, l’impegno principale è promuovere la cultura della sanità digitale a tutti i livelli. Questo significa lavorare sia con i professionisti sanitari sia con le associazioni di pazienti e caregiver, nella convinzione che la diffusione delle competenze digitali sia un elemento fondamentale per la trasformazione del sistema sanitario.

Riteniamo che questo percorso sia indispensabile non solo per migliorare l’organizzazione dei servizi, ma anche per sostenere il Servizio sanitario nazionale nel lungo periodo e mantenerne il carattere universale. La diffusione della cultura digitale e del valore dei dati rappresenta quindi una condizione necessaria per garantire un sistema sanitario più sostenibile, efficiente e capace di rispondere ai bisogni dei cittadini».

Assessment dei farmaci, il contributo delle società scientifiche: opportunità e criticità del dialogo con AIFA

Le società scientifiche sono sempre più coinvolte nella fase di valutazione dei farmaci. Il Regolamento sull’organizzazione e il funzionamento della Commissione scientifica ed economica del farmaco, pubblicato da AIFA il 9 marzo, ha chiaramente descritto le modalità di tale collaborazione, per cui «la Commissione ha la facoltà di convocare in audizione le Società scientifiche maggiormente rappresentative in relazione alle tematiche in discussione». Viene inoltre precisato che le posizioni espresse hanno natura esclusivamente informativa; si tratta quindi di un ruolo meramente consultivo, rilevante soprattutto nella fase di pre-assessment e che potrebbe essere migliorato.

L’integrazione delle competenze cliniche e farmacologiche sin dalle fasi precedenti alla valutazione dei farmaci richiede procedure stabili e strutturate, che al momento mancano

Di questo tema abbiamo parlato con Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia (SIF) e docente di Farmacologia presso l’Università di Torino.

Professor Genazzani, come è cambiato ruolo delle società scientifiche nel processo di valutazione dei farmaci?

«Il profilo delle società scientifiche ha subìto cambiamenti profondi. Fino a solo dieci anni fa le società scientifiche non conoscevano le dinamiche relative all’accesso al mercato, o alle procedure regolatorie. Negli ultimi anni è cresciuta, da parte dell’Agenzia, la tendenza a coinvolgere la comunità scientifica nel processo valutativo.

Armando Genazzani

Il mondo regolatorio, il mondo dell’accesso e dell’appropriatezza all’interno di AIFA non possono fare a meno di interloquire con il mondo esterno. Eppure l’attuale modello di interazione si basa su procedure limitanti, come il ricorso ad audizioni estemporanee che coinvolgono l’intera Commissione Tecnico-Scientifica (CSE). Un approccio, gravoso in termini di tempo e risorse, che si scontra con l’efficienza del modello adottato dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). L’integrazione delle competenze cliniche e farmacologiche, sin dalle fasi precedenti alla valutazione dei farmaci richiede procedure stabili e strutturate, che al momento mancano».  

Come dovrebbe concretizzarsi il contributo delle società scientifiche?

«Nella fase di precedente la valutazione di una tecnologia, la consulenza ha l’obiettivo di permettere di prendere decisioni più informate, chiarendo quali siano gli elementi organizzativi e clinici che sarebbe importante tenere in considerazione nella fase di assessment. Tengo a sottolineare, inoltre, l’esistenza di un equivoco sulla responsabilità decisionale: in Italia esiste spesso la tendenza a confondere l’interlocuzione con la condivisione della decisione. Molti stakeholder ritengono che l’audizione sia inutile se l’Agenzia non segue esattamente i loro suggerimenti, mentre non è ancora ben chiaro il confine tra l’atto di informazione (che spetta ai consulenti esterni) e l’atto decisionale, che resta responsabilità esclusiva dell’AIFA. Riuscire a strutturare le interazioni e distinguere tra informazione e decisione sarebbe molto importante».

Qual è il valore aggiunto dato dalle società scientifiche alla fase di assessment?

«In primo luogo, dal momento che i farmaci sono collocati in setting molto specifici, l’ascolto di chi tutti i giorni affronta queste problematiche è molto importante. Ogni azione regolatoria e di accesso al mercato, inoltre, deve essere “portata a terra”; questo è compito di chi opera sul territorio, quindi clinici, farmacologi, farmacisti ospedalieri. Anche in questo senso le competenze specifiche delle società scientifiche si integrano con quelle di AIFA, che come organismo centrale non può avere piena contezza delle diversità delle organizzazioni regionali.

Le società scientifiche possono fornire elementi di scenario che vanno oltre il contenuto clinico della valutazione

Infine, per la loro natura capillare le società scientifiche rappresentano a mio avviso “la frontiera del sapere”: conoscono il territorio, le tendenze generali, e cosa accade negli altri paesi; possono fornire elementi di scenario che vanno oltre il contenuto clinico della valutazione. Una informazione corretta da parte di una società scientifica ha un valore immenso».

Quali sono i difetti dell’attuale modello di audizioni?

«Alcuni aspetti limitano l’efficacia e la sostenibilità, rendendo il dialogo con le società scientifiche e i pazienti meno produttivo di quanto potrebbe essere. Tra queste, torno a citare la mancanza di strutturazione, per cui le interazioni avvengono sulla base di un bisogno specifico dell’Agenzia, e non sono inserite in procedure definite. A causa di questo, inoltre, spesso il confronto avviene in ritardo, quando la valutazione è già in corso o nella fase post-autorizzativa, oppure quando emergono problemi nei regimi di prescrivibilità. Un ascolto preventivo nella fase di pre-assessment ridurrebbe i problemi a valle, e renderebbe le decisioni più informate.

Si potrebbe fare di più; per esempio riscrivendo le procedure e creando specifiche occasioni di confronto e scambio sulle diverse istanze, oppure su temi di policy».

Quale è a suo avviso la priorità per migliorare la valutazione dei farmaci?

«In sintesi, la priorità è creare un confronto strutturato che riconosca il valore consulenziale delle società scientifiche, senza snaturare il ruolo regolatorio dell’agenzia.

La priorità è creare un confronto strutturato che riconosca il valore consulenziale delle società scientifiche, senza snaturare il ruolo regolatorio dell’Agenzia

Va detto che esistono limiti legati alle risorse interne di AIFA, eccessivamente sotto-strutturata dal punto di vista dell’organico. Con poche persone a disposizione, gestire un modello di confronto basato su audizioni plenarie diventa quasi impossibile, a differenza di modelli come quello dell’EMA dove il dialogo è gestito da singoli uffici competenti o membri specifici.

Penso che anche investire nel Joint Clinical Assessment (JCA) potrebbe essere vantaggioso. AIFA dovrebbe “buttare il cuore oltre l’ostacolo” e credere maggiormente in questo strumento, poiché un investimento di risorse a questo livello produrrebbe benefici a cascata su tutte le fasi successive, dall’autorizzazione del CHMP fino alla commercializzazione in Italia».

Qual è il ruolo delle società scientifiche nelle sperimentazioni cliniche?

«Nell’ambito delle sperimentazioni cliniche l’interazione con le società scientifiche è certamente fondamentale. Sono presenti momenti di confronto anche su singoli studi anche se molti di questi, in particolare quelli randomizzati e ad elevato livello di intervento, vengono coordinati a livello centrale.

La collaborazione con la comunità scientifica è importante anche per il monitoraggio dei farmaci dopo la loro introduzione nel sistema sanitario

La collaborazione con la comunità scientifica è importante anche per il monitoraggio dei farmaci dopo la loro introduzione nel sistema sanitario; le società scientifiche possono contribuire alla raccolta e all’interpretazione dei dati clinici, e quindi al miglioramento delle conoscenze sull’impiego dei farmaci nelle varie popolazioni di pazienti».

Come vede la futura collaborazione tra SIF e AIFA?

«SIF non è una società clinica, non entriamo nel merito delle patologie. Abbiamo dato il nostro contributo per la consultazione pubblica di AIFA sui farmaci innovativi, e interagiamo spesso con EMA anche attraverso consultazioni pubbliche.

Come SIF stiamo pensando di metterci a disposizione per la definizione di documenti di policy, ambito sul quale vedo il contributo di SIF particolarmente importante, utili all’Agenzia come strumenti decisionali aggiuntivi. La nostra società promuove attivamente percorsi formativi per preparare i propri esperti a un dialogo con le istituzioni; a breve organizzeremo una giornata che vedrà l’istituzione di tavoli di concertazione su temi di policy quali le combinazioni ad alto costo, il modello PICO (Population, Intervention, Comparator, Outcomes), fino alla gestione delle incertezze regolatorie».

Nuovo robot per la farmacia oncologica della Città della Salute e della Scienza di Torino

È stato presentato il nuovo sistema robotico della Farmacia ospedaliera della Città della Salute e della Scienza di Torino, parte integrante dell’Hub oncologico dell’ospedale Molinette. Il polo rappresenta oggi il più grande centro in Piemonte e uno dei principali in Italia per volumi di attività nel campo della galenica clinica.

Alla presentazione hanno partecipato Andrea Tronzano, assessore al Bilancio della Regione Piemonte, Livio Tranchida, direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi, segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo, e Maria Rachele Chiappetta, direttore della Farmacia ospedaliera.

Un Hub oncologico da 2 milioni di euro

L’Hub oncologico della Farmacia ospedaliera si estende su circa 800 metri quadrati ed è dotato di sei laboratori a contaminazione controllata, equipaggiati con cappe e tecnologie robotizzate per l’allestimento dei farmaci.

Il progetto ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro, con il contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo pari a 1.067.744 euro, di cui circa 500 mila euro destinati all’acquisto del robot.

L’adozione di nuove tecnologie consente di ridurre rischi clinici e migliorare la sicurezza di pazienti e operatori

All’interno dei laboratori vengono preparate terapie onco-ematologiche in forma e dose personalizzata, con circa 300 allestimenti giornalieri destinati a pazienti adulti e pediatrici. Molti dei farmaci utilizzati sono innovativi e rappresentano la nuova frontiera delle cure oncologiche.

L’Hub gestisce inoltre circa 100 sperimentazioni cliniche, profit e no profit, relative a farmaci onco-ematologici non ancora approvati per la commercializzazione e sottoposti a valutazione di efficacia e sicurezza.

Robotica e automazione per ridurre errori e rischi

Il robot consente di migliorare la sicurezza e l’efficienza dei processi attraverso:

  • riduzione significativa della probabilità di errore umano nelle fasi di preparazione
  • minimizzazione del rischio professionale per gli operatori
  • riduzione del rischio di contaminazione microbiologica e ambientale
  • tracciabilità completa delle attività e sicurezza dei dati
  • ottimizzazione dei flussi di lavoro e delle risorse umane

Grazie all’automazione, il sistema consente inoltre la gestione di farmaci ad alta tossicità e ad elevato volume di manipolazione in condizioni di maggiore sicurezza.

Le condizioni di stabilità microbiologica garantite dal robot permettono anche la preparazione anticipata dei cicli di chemioterapia, con una conseguente riduzione dei tempi di attesa per i pazienti.

Attualmente il robot consente la preparazione di circa 60 farmaci al giorno, pari al 20% della produzione complessiva, con l’obiettivo di raggiungere nel breve termine il 30%, corrispondente a circa 90 preparazioni giornaliere.

Il nuovo sistema robotico

Regione Piemonte: investimento strategico per la sanità

«L’innovazione tecnologica applicata alla sanità – dichiarano il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e gli Assessori alla Sanità Federico Riboldi e al Bilancio Andrea Tronzano – è una scelta strategica su cui il Piemonte sta investendo con continuità e l’introduzione di questo robot rappresenta un passo concreto per rafforzare la qualità delle cure, aumentare la sicurezza dei pazienti e degli operatori e rendere più efficiente l’organizzazione ospedaliera».

Città della Salute: più sicurezza e terapie personalizzate

«Continuiamo ad investire in nuove tecnologie per migliorare la qualità dei nostri esiti e la sicurezza per pazienti ed operatori. Si tratta di una tecnologia robotizzata che ci permette di preparare le chemioterapie in forma e dosi personalizzate», dichiara Livio Tranchida, direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino.

«I principali vantaggi sono la riduzione del rischio clinico, grazie all’elevata precisione nella preparazione dei farmaci, e la maggiore sicurezza degli operatori, con una riduzione dell’esposizione professionale. Per questo ringraziamo la Fondazione Compagnia di San Paolo per il significativo investimento effettuato», aggiunge.

Fondazione Compagnia di San Paolo: innovazione e risultati misurabili

«Investire in tecnologie avanzate per la sanità significa rafforzare concretamente la qualità delle cure e la sicurezza delle persone», dichiara Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo.

Anche il segretario generale Alberto Anfossi sottolinea: «L’introduzione di soluzioni robotiche consente di aumentare la precisione nella preparazione dei farmaci, ottimizzare l’utilizzo delle risorse e ridurre gli scarti, garantendo al tempo stesso maggiore sicurezza e tracciabilità».

Sit-in dei medici di famiglia a Napoli contro la Proposta di Legge Benigni

Il Sindacato Medici Italiani (SMI) ha annunciato un sit-in di protesta per venerdì 10 aprile 2026 alle ore 15.45 in via Verdi, Napoli, in concomitanza con un convegno di Forza Italia sulla medicina del territorio. La mobilitazione è stata promossa per contestare la Proposta di Legge primo firmatario il deputato Benigni, che riscrive le modalità di lavoro dei medici di famiglia.

Secondo Giovanni Senese, Segretario Regionale SMI Campania: «Non comprendiamo come si possa sostenere che le attività degli studi dei medici di medicina generale si possano racchiudere alle venti ore a settimana, più diciotto ore da rendere nelle Case di Comunità e nelle strutture delle ASL, senza tener conto di tutto il lavoro di back office e dell’impegno legato all’assistenza domiciliare».

Secondo il Sindacato Medici Italiani, la Proposta di Legge Benigni rischia di compromettere il rapporto medico-paziente e aumentare il carico di lavoro dei medici di famiglia

La nota del sindacato sottolinea che la proposta «instaura, in modo mascherato, un rapporto di lavoro di dipendenza per i medici di famiglia ma privo delle opportune tutele, concretizzando un rapporto di lavoro ibrido». Senese aggiunge: «Bocciamo, senza appello, la Proposta di Legge Benigni giudicandola altamente lesiva per i medici e per i pazienti, in quanto tende a distruggere il rapporto medico-paziente».

Lo SMI ricorda inoltre di aver avviato una consultazione nazionale sulla tipologia di contratto desiderata dai medici italiani di medicina generale, raccogliendo già migliaia di risposte. Il sindacato avverte: «Non permetteremo che si distrugga lo stato sociale, privando i cittadini del loro medico di famiglia».

Sarà prevista una diretta social dai canali dello SMI durante il presidio.

La digitalizzazione trova la sua piazza, nasce “RTD in Sanità”

La trasformazione digitale del sistema sanitario italiano ha bisogno di reti, oltre che di tecnologie. Con questo spirito, AgID ha lanciato sulla piattaforma ReTeDigitale la nuova community “RTD in Sanità”, uno spazio pensato per mettere in connessione i Responsabili per la Transizione Digitale delle organizzazioni sanitarie, le loro strutture di supporto e tutti i professionisti che ogni giorno lavorano per portare l’innovazione dentro ospedali, ASL e strutture del Servizio Sanitario Nazionale.

L’obiettivo non è creare un ulteriore tavolo di discussione, ma una rete operativa tra i Responsabili per la Transizione Digitale

Un’iniziativa che arriva in un momento critico, perché mentre le amministrazioni pubbliche sono chiamate ad accelerare i processi di digitalizzazione (anche in attuazione del Codice dell’Amministrazione Digitale), il settore sanitario sconta ancora forti disomogeneità territoriali e una cronica carenza di strumenti condivisi per affrontare le sfide della governance digitale. La community si propone di colmare questo vuoto e di offrire un luogo strutturato di confronto, formazione e scambio di buone pratiche.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Chiara Basile, Dirigente dell’Area Qualificazione, regolazione, identità e portafoglio digitale di AgID, per capire che cosa ci si aspetta da questa iniziativa e quale visione c’è dietro.

Come è nata la Community RTD in Sanità?

«La nascita della Community RTD in Sanità risponde a un bisogno molto concreto del sistema sanitario, ossia accompagnare in modo coordinato e operativo la trasformazione digitale di un settore estremamente complesso e frammentato. Negli ultimi anni, infatti, la sanità italiana è stata interessata da un forte impulso nazionale ma soprattutto europeo alla digitalizzazione, dal Fascicolo Sanitario Elettronico ai servizi digitali per cittadini e professionisti. Tuttavia, le aziende sanitarie hanno affrontato queste sfide spesso in modo isolato, con livelli diversi di maturità digitale e con difficoltà nel condividere modelli organizzativi, soluzioni tecnologiche e competenze. In questo contesto, i Responsabili per la Transizione al Digitale (RTD), pur svolgendo un ruolo strategico, si ritrovano spesso a operare in contesti organizzativi complessi e con livelli di maturità digitale molto differenti tra le diverse aziende sanitarie.

I Responsabili della Transizione Digitale necessitano di confronto strutturato per governare contesti sanitari complessi e disomogenei

La Community nasce proprio per rispondere a questo bisogno: creare uno spazio stabile di confronto e collaborazione tra gli RTD e i professionisti dell’innovazione digitale in sanità, condividendo esperienze, strumenti operativi, best practice e riferimenti normativi utili a governare i processi di trasformazione digitale, beneficiando anche del raccordo con AgID nel ruolo di facilitatore e punto di riferimento istituzionale».

Come si eviterà che la Community resti uno spazio di confronto formale senza ricadute concrete nei servizi?

«Il modo migliore è farne prima di tutto un luogo di informazione, formazione e di scambio concreto di esperienze. L’obiettivo non è creare un ulteriore tavolo di discussione, ma una rete operativa tra i Responsabili per la Transizione Digitale e i professionisti dell’innovazione del sistema sanitario. In un settore complesso come la sanità, spesso le amministrazioni affrontano problemi simili ma in modo isolato: mettere in rete queste esperienze consente di accelerare l’innovazione e ridurre i tempi di adozione delle soluzioni.
Il valore della Community si misurerà quindi nella sua capacità di supportare concretamente le amministrazioni nell’attuazione dei processi di trasformazione digitale, anche in relazione alle grandi iniziative nazionali sulla sanità digitale. In questo senso la Community può diventare un vero laboratorio collaborativo, capace di mettere a sistema competenze ed esperienze per migliorare in modo tangibile i servizi digitali offerti a cittadini e operatori sanitari».

C’è quindi questo rischio?

«La possibilità che una community professionale si riduca a uno spazio di confronto “vetrina”, senza impatto concreto, è verosimile e lo abbiamo tenuto presente fin dalla progettazione. Innanzitutto, la prima garanzia è il ruolo dei soggetti coinvolti: la Community è accessibile tramite la piattaforma Rete Digitale, un sistema riservato ai Responsabili per la Transizione Digitale e ai loro delegati. Non è uno spazio aperto a tutti, ma una rete di persone che hanno già un mandato istituzionale preciso sulla trasformazione digitale nei loro enti. Di conseguenza, i temi trattati nella community raggiungono direttamente i soggetti capaci e responsabili di tradurli in azioni concrete.

In sanità, condividere esperienze tra amministrazioni accelera l’innovazione e ottimizza i tempi di adozione

La seconda garanzia è la concretezza dei contenuti previsti: non ci limitiamo a dibattiti teorici, ma puntiamo alla produzione condivisa di materiali operativi, tra cui best practice, documentazione tecnica, approfondimenti normativi, e all’organizzazione di momenti formativi sulle principali tematiche della sanità digitale che hanno impatto sia nel contesto nazionale che europeo. Strumenti, insomma, che un RTD può portare direttamente nel proprio ente il giorno dopo.
La terza leva è il collegamento con le attività istituzionali di AgID: la community non nasce nel vuoto, ma si inserisce nel solco delle attività del Gruppo di lavoro di Sanità digitale, istituito con Determinazione del Direttore Generale n. 198/2025. Questo garantisce continuità tra il lavoro della community e i tavoli istituzionali, dove si prendono decisioni di sistema».

Il ruolo del Responsabile per la Transizione Digitale è spesso poco strutturato nelle organizzazioni sanitarie. Questa iniziativa potrà rafforzarne la funzione strategica oppure c’è l’eventualità che resti una figura con responsabilità elevate ma con poteri e risorse limitati?

«Si tratta di una sfida concreta per superare una criticità evidente in numerose organizzazioni sanitarie, in quanto il ruolo del Responsabile per la Transizione Digitale spesso non è ancora pienamente valorizzato e in molti casi si trova a operare con responsabilità ampie e strumenti e risorse non adeguati. Tuttavia, proprio per questo, la nascita della Community RTD in Sanità rappresenta un’opportunità importante per rafforzarne progressivamente la funzione strategica. Mettere in rete gli RTD in Sanità significa innanzitutto superare l’isolamento organizzativo che spesso caratterizza questo ruolo.

Mettere in rete gli RTD in Sanità significa innanzitutto superare l’isolamento organizzativo che spesso caratterizza questo ruolo

Naturalmente la Community da sola non può risolvere tutte le criticità organizzative, il pieno rafforzamento del ruolo passa anche attraverso scelte di governance delle singole amministrazioni, che dovranno considerare la trasformazione digitale non solo come un tema tecnologico ma come una leva di cambiamento organizzativo e di innovazione dei servizi. In questo senso la Community potrà svolgere un ruolo importante proprio nel favorire questa evoluzione culturale e organizzativa, contribuendo a consolidare la figura del Responsabile per la Transizione Digitale come uno dei protagonisti della modernizzazione del sistema sanitario. La nostra ambizione è che, tra qualche anno, si possa dire che gli RTD in sanità che hanno partecipato attivamente a questa rete saranno meglio attrezzati, più connessi e più ascoltati nelle loro organizzazioni. Sarebbe già un risultato concreto e misurabile».

Sanità digitale significa anche gestione di grandi quantità di dati sanitari sensibili. La community affronterà temi come governance dei dati, interoperabilità e sicurezza informatica? Con quali strumenti concreti per supportare le aziende sanitarie?

«La sanità digitale non riguarda solo gli aspetti delle infrastrutture o dell’adozione di specifiche tecnologie, ma anche la gestione di grandi quantità di dati sanitari sensibili. La Community RTD in Sanità si propone di affrontare queste sfide in modo strutturato, con un focus chiaro su governance dei dati, interoperabilità e sicurezza informatica. In termini di governance dei dati, la Community offrirà spazi di confronto e strumenti concreti per definire ruoli, processi e responsabilità nella gestione dei dati sanitari, affinché siano coerenti, affidabili e conformi alle normative nazionali ed europee. Si lavorerà su modelli organizzativi, guide operative e casi concreti per supportare le organizzazioni sanitarie nel trattare i dati come un vero e proprio asset strategico, migliorando controllo, qualità e utilizzo delle informazioni cliniche e amministrative».

Per quanto riguarda l’interoperabilità?

«Sul fronte dell’interoperabilità, la Community divulgherà l’importanza dell’adozione di standard come HL7 FHIR, favorendo l’integrazione di sistemi eterogenei sia all’interno delle singole aziende sanitarie sia tra realtà diverse, e valorizzando strumenti e infrastrutture come MyHealth@EU per lo scambio transfrontaliero dei dati. In Italia coesistono sistemi informativi sanitari regionali profondamente diversi tra loro, con standard non sempre allineati. La community può diventare un luogo dove si elaborano proposte condivise da portare nelle sedi istituzionali, a partire dal raccordo con AgID, per spingere verso standard comuni e modelli di integrazione replicabili.

La Community fungerà anche da hub di aggiornamento normativo e tecnologico

Per quanto riguarda la sicurezza informatica, l’iniziativa si concentrerà su strategie concrete per proteggere i dati sensibili: gestione degli accessi, crittografia end-to-end, audit e monitoraggio continuo dei sistemi, volti a condividere strumenti pratici per prevenire incidenti e garantire la resilienza dei servizi digitali. Inoltre, la Community fungerà da hub di aggiornamento normativo e tecnologico, supportando le organizzazioni sanitarie nel tradurre in processi operativi le indicazioni normative e i requisiti delle linee guida AgID, trasformando la compliance normativa in prassi concrete a vantaggio dei cittadini e dei professionisti sanitari».