Ospedali del futuro: progettare spazi flessibili, sostenibili e centrati sul paziente

A TrendSanità Luca Serri: «L’ospedale è come un abito sartoriale cucito addosso ai bisogni specifici della società»

Luca Serri

La progettazione degli ospedali sta cambiando profondamente: flessibilità degli spazi, sostenibilità ambientale, integrazione con il contesto urbano e centralità del paziente diventano elementi chiave. A TrendSanità Luca Serri, CEO di ATI Project, racconta come modularità, tecnologie digitali e nuovi modelli organizzativi possano rendere le strutture sanitarie capaci di evolvere nel tempo e rispondere alle sfide future.

«L’ospedale è come un abito sartoriale cucito addosso ai bisogni specifici della società» spiega Serri, autore di diversi progetti ospedalieri in Europa.

Quali sono oggi i criteri che guidano la progettazione di un ospedale moderno?

«Partiamo col dire che, al centro, c’è sempre il paziente. Penso alla qualità degli spazi di cura che devono accoglierlo, accompagnarlo e farlo sentire al sicuro. Questa centralità non si pianifica solo attraverso colori, materiali, natura, architettura e luce. Che già così sarebbe tantissimo, ma anche attraverso organizzazione, efficienza e tecnologia».

La sostenibilità di un ospedale non è solo energetica, ma riguarda anche uso del suolo, mobilità, materiali e rapporto con il contesto urbano

In questo senso può essere utile consultarsi con gli operatori del settore?

«È fondamentale prendere in prestito il punto di vista di operatori e direzione sanitaria per costruire una struttura fatta di ambienti interscambiabili, flussi efficienti e sviluppati secondo intensità di cura e in base alle nuove tecnologie. Queste, sempre più complesse ed energivore, portano il tema della flessibilità e della sostenibilità energetica a un nuovo livello».

Main street del nuovo ospedale di Padova

Come si progettano strutture capaci di adattarsi nel tempo?

«Attraverso la modularità e la standardizzazione degli ambienti ricorrenti come sale operatorie, ambulatori, camere di degenza, terapie intensive. Ogni progettista, e ogni stazione appaltante, deve domandarsi “Che cosa saranno queste camere di degenza tra 20 anni?”».

Perché?

«Senza questo approccio mentale la struttura non può superare il decennio di attività, senza diventare o troppo grande o troppo piccola o semplicemente inutilizzabile con le nuove tecnologie. Basti pensare a cosa sappiamo di medicina oggi rispetto a dieci anni fa e al fatto che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, scienza e tecnologia hanno subito un’impennata evolutiva mai vista. In più, in questa epoca, gli eventi sociopolitici e le grandi pandemie ci hanno insegnato a prevedere l’imprevedibile, a portare le predisposizioni per realizzare un pronto soccorso nel piano interrato di un edificio ospedaliero, al sicuro, e a isolare metà fabbricato per dedicarlo ai pazienti infettivi».

Ogni progettista, e ogni stazione appaltante, deve domandarsi “Che cosa saranno queste camere di degenza tra 20 anni?”

Quali sono le principali sfide nel conciliare efficienza sanitaria e sostenibilità ambientale?

«Iniziamo col dire che la sostenibilità di un ospedale non è solo energetica, ma riguarda anche uso del suolo, mobilità, materiali e rapporto con il contesto urbano. L’Italia è un paese antico, fatto di storia, di architetture pregevoli, ma anche di grandi opere ormai vetuste e da rinnovare. Negli ultimi anni la progettazione in green field è diventata sempre più rara e sfidante, con aree di intervento residuali, da riqualificare».

E come si procede in questi casi?

«Il nostro lavoro, specialmente nelle opere strategiche, richiede spesso la trasformazione di suolo già compromesso, l’integrazione con il sistema ecologico circostante, la gestione delle acque e la riduzione dell’impatto della mobilità. Non si tratta solo di realizzare un edificio ma di creare un ecosistema urbano della salute, dove l’infrastruttura si modella per favorire la mobilità green e integra la natura come parte del processo di cura».

In che modo la progettazione architettonica può contribuire al benessere e al recupero dei pazienti?

«L’impatto di un buon ospedale sui pazienti è innegabile, sia diretto che indiretto, influenzando in primis i pazienti ma anche gli accompagnatori e gli operatori sanitari che si prendono cura che vivono la struttura per la maggior parte del loro tempo. Dobbiamo rendere l’esperienza dell’edificio ottima per tutti, regalando ambienti di qualità alberghiera, accesso alla natura e alla luce naturale, senza marginalizzare l’importanza dei percorsi e degli spazi di servizio, ad uso del personale. Per questo non possiamo prescindere dalla realizzazione di terrazze verdi, spazi panoramici esterni, coperti e protetti, luoghi di socialità.

Nuovo Ospedale Universitario Nyt OUH di Odense, Danimarca

Quanto pesa oggi la componente tecnologica nelle scelte progettuali degli spazi ospedalieri?

«La tecnologia oggi detta letteralmente l’architettura: un ciclotrone può pesare anche 40 tonnellate. Se non vengono previsti fin dal concept spaziale, non potrai inserirli dopo. Stesso concetto per i sistemi di trasporto automatizzato (AGV) che oggi percorrono anche 200 km al giorno all’interno degli ospedali: la pianificazione preliminare deve garantire la libera circolazione senza interferenza con gli spazi di cura. In più, l’utilizzo di modelli informativi (BIM) non agevola solo la progettazione interdisciplinare e la risoluzione delle interferenze ma consente l’approdo a quello che conosciamo come Digital Twin: un modello virtuale gemello del reale per la manutenzione predittiva, per la gestione intelligente del fabbricato e per il tracciamento di tutti i flussi e i percorsi. Questa evoluzione consentirà ai gestori e ai progettisti del futuro di lavorare con dati reali e senza approssimazione, per una sanità ancora più efficiente».

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Adele Palumbo
Adele Palumbo
Giornalista professionista