La sanità che cresce e quella che resta indietro: cosa dicono i dati LEA 2024

di Ivana Barberini

La buona notizia c’è, ed è giusto partire da lì. Nel 2024 la sanità italiana, misurata con il metro dei Livelli essenziali di assistenza, migliora. Il monitoraggio appena chiuso dal Ministero della Salute registra una crescita netta nella prevenzione e nell’assistenza sul territorio rispetto all’anno precedente, con la sola area ospedaliera in lieve arretramento.
La prevenzione, in particolare, avanza in quasi tutte le Regioni. Quasi tutti i territori raggiungono la sufficienza in ogni area, fanno eccezione la Sicilia e la Provincia autonoma di Bolzano nella prevenzione e la Calabria nell’assistenza territoriale. Il problema è che una media in salita può convivere con distanze che non si accorciano e i numeri regione per regione, più delle medie nazionali, raccontano un Paese che continua a curare in modo diseguale.

Un sistema che non fa sconti

Per capire cosa significano questi punteggi conviene ricordare come funziona il Nuovo Sistema di Garanzia, in vigore dal 2020. A ogni Regione è assegnato un voto da 0 a 100 in tre grandi aree (prevenzione, assistenza distrettuale, cioè i servizi sul territorio, e assistenza ospedaliera) sulla base di un 27 indicatori-core così suddivisi: 6 per la prevenzione, 10 per l’assistenza distrettuale, 9 per quella ospedaliera, oltre a un indicatore di equità e uno dedicato ai PDTA.

Nel nuovo sistema di valutazione una Regione deve superare la soglia in tutte e tre le aree e non può più compensare un’area debole con un’altra migliore

La differenza rispetto alla vecchia “griglia LEA” è sostanziale: oggi una Regione deve superare la soglia in tutte e tre le aree e non può più compensare un’area debole con un’altra migliore. Un’ottima rete ospedaliera, in altre parole, non riscatta più un territorio che non funziona. È un cambio di logica che mette sotto i riflettori proprio l’assistenza di prossimità, quella che si gioca fuori dall’ospedale.

C’è poi una novità che vale la pena segnalare, perché guarda alla sanità dal punto di vista di chi la usa: dal 2024 il sistema misura anche la rinuncia alle cure, cioè quante persone rinviano o abbandonano visite e accertamenti per le liste d’attesa o per il costo. Un indicatore che sposta l’attenzione dai processi alle persone e che dice qualcosa che i numeri sugli ospedali, da soli, non riescono a dire. Nella stessa direzione va anche l’analisi presentata dall’Istat in un’audizione parlamentare di inizio luglio, che ha quantificato in quasi sei milioni le persone che nel 2024 hanno rinunciato ad almeno una prestazione di cui avevano bisogno.

I numeri, regione per regione

A guardare la tabella del monitoraggio SNG, la distanza tra i territori è netta. In cima c’è un gruppo che sfiora l’en plein: il Veneto tocca 96 nella prevenzione, 95 nel territorio e 97 negli ospedali; l’Emilia-Romagna si attesta su 97, 94 e 91; la Toscana su 96, 94 e 90. Sono Regioni che garantiscono le cure in modo omogeneo su tutti e tre i fronti.
All’estremo opposto, i punteggi insufficienti raccontano difficoltà molto diverse tra loro: la Sicilia si ferma a 49 nella prevenzione, la Provincia autonoma di Bolzano a 59 nello stesso ambito, mentre la Calabria cede sul territorio con un 52 che la colloca ultima in quell’area.
In mezzo, un ventaglio di situazioni a macchia di leopardo.

Alcune Regioni brillano in un’area e arrancano in un’altra: la Provincia autonoma di Trento vola nella prevenzione (98) ma scende a 79 sul territorio; la Campania supera di poco la sufficienza nella prevenzione (61), fa meglio nel distretto (80) e resta più indietro negli ospedali (68).

Dal 2024 viene monitorata anche la rinuncia alle cure

Anche il dettaglio degli indicatori aiuta a capire dove si gioca la qualità dell’assistenza. Nel 2024 il monitoraggio si è arricchito di alcune voci che parlano molto della sanità reale: oltre alla rinuncia alle cure, è entrata la quota di pazienti con scompenso cardiaco che seguono correttamente la terapia con beta-bloccanti (un indicatore che misura la capacità del territorio di seguire i malati cronici nel tempo) e, sul versante ospedaliero, il numero di donatori di organi in morte encefalica.

Il territorio, dove si decide la partita

Se c’è un’area che merita attenzione, è proprio quella distrettuale. È qui che la geografia dei punteggi si fa più netta: accanto a un gruppo di Regioni capaci di mantenere punteggi elevati in tutte le aree di assistenza, il Centro-Sud continua a volare più in basso, con la Calabria che scivola sotto la soglia. Ci sono eccezioni che vale la pena citare, come la Puglia, che migliora, ma il quadro complessivo conferma un Mezzogiorno che fatica in un ambito, quello dell’assistenza territoriale, che tocca la vita quotidiana di tutti: è il medico di base, la presa in carico del malato cronico, le cure a domicilio, la possibilità di essere seguiti vicino a casa senza dover ogni volta passare dall’ospedale. Quando questa rete è fragile, il peso si sposta sulle spalle delle persone e delle famiglie ed è una fragilità che il rafforzamento previsto dal PNRR, con le Case di Comunità e i nuovi servizi di prossimità, punta a correggere, ma i cui effetti sui territori più indietro sono ancora tutti da verificare.
Nel frattempo i risultati del 2024 non resteranno sulla carta, confluiscono nel sistema che regola l’accesso delle Regioni alle risorse premiali e alimenteranno la relazione al Parlamento sulla qualità dell’assistenza. Serviranno, cioè, a decidere e il messaggio che arriva dai numeri è che l’universalità del Servizio sanitario nazionale, sulla carta garantita a tutti allo stesso modo, nella pratica continua a dipendere da un fattore che con la salute non dovrebbe avere nulla a che fare, la regione di residenza.

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