Il PNRR alla prova dell’edilizia sanitaria

Il Pnrr stanzia circa 3,3 miliardi per le strutture necessarie alla cosiddetta “sanità di prossimità”. Saranno sufficienti per coprire i fabbisogni di ospedali e case di comunità? Il commento di Nerina Dirindin, docente di Economia e organizzazione dei sistemi di welfare, Università di Torino.

Lo scorso 18 ottobre il Ministero della Salute ha stilato la bozza di ripartizione dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che saranno destinati agli interventi a favore del SSN previsti dalla mission 6 del Pnrr. Circa 3,3 miliardi di euro saranno allocati per la realizzazione, ex novo o attraverso adeguamenti di varia natura, delle strutture sanitarie necessarie a concretizzare il concetto di sanità di prossimità.

Oggetto di questa trasformazione dell’accesso alla salute da parte dei cittadini saranno ospedali di comunità, case di comunità e residenze sanitarie assistenziali (Rsa).

Ma sarà sufficiente quanto messo in pista dal Pnrr e conseguentemente finanziato dai fondi europei in arrivo, da spendere entro il 2026? Non proprio. Stando ai dati di una recente indagine Nomisma – Rekeep, all’appello mancherebbero 4,9 miliardi di euro per rispondere al fabbisogno standard di salute territoriale con un numero di strutture sanitarie adeguato.

Ma andiamo in profondità.

Edilizia sanitaria: qual è la situazione delle strutture di prossimità in Italia?

Per quanto riguarda gli ospedali di comunità (Odc) – utili per ricoveri brevi, per pazienti che a seguito di acuzie o per riacutizzazione di cronicità necessitano di interventi a bassa intensità di cure che non possono essere erogati a domicilio per la non idoneità del luogo – il fabbisogno standard prevede una struttura ogni 50 mila abitanti per un totale di 1.205 strutture. Al netto dei 163 Odc già attivi, servirebbe realizzarne 1.042. I fondi del Pnrr consentono di attivarne 381, risultando una differenza negativa di ben 661 Odc.

Nel caso delle case di comunità (Cdc) – identificate come strutture sociosanitarie di riferimento continuativo per la popolazione, in termini di prevenzione e promozione della salute e coordinamento delle cronicità grazie alla presenza di team formati da Mmg, Pediatri di libera scelta, specialistici, infermieri di comunità e assistenti sociali – sarebbero necessarie 3.010 strutture. Il Ssn ne vede attive già 489 e il Pnrr ne prevede la realizzazione di altre 1.288. In questo caso il delta, sempre negativo, è di 1.233.

Per le Rsa l’obiettivo sarebbe dotare il territorio di 10 posti letto ogni mille over-65, pari a 527 strutture con in media 70 posti letto ciascuna. Guardando all’Italia nel suo complesso parrebbe una situazione sotto controllo, con 14,6 posti letto ogni mille anziani. A ben vedere, però, esiste un forte gap regionale che vede in netto svantaggio le regioni del Sud. Solo a titolo di esempio, a fronte dei 42 posti letto della Provincia autonoma di Bolzano, si registrano solo 5,9 posti in Lazio e 0,8 in Molise. Finanche ad arrivare alla situazione limite della Valle d’Aosta che, pur essendo nell’estremo Nord, non possiede nemmeno una Rsa.

A fronte di questa disparità tra atteso e realizzabile, lo studio quantifica anche la quota di investimenti che mancano all’appello se si volesse rispondere al fabbisogno standard di strutture sanitarie: ben 4,9 miliardi di euro.

Viene da chiedersi allora perché, nella stesura del Pnrr, non sia stato tenuto conto del reale fabbisogno di una sanità territoriale che ha mostrato le sue debolezze durante la pandemia. Probabilmente, commentano alcuni esperti di sanità, i fabbisogni sono stati messi sul tavolo ma, al momento di decidere quanto chiedere per i diversi interventi, ha prevalso la politica. E si è cercato di fare il meglio che si poteva. Coprendo però solo il 40 per cento circa di quanto sarebbe stato necessario.

To be. Interventi e piano di investimenti

Fonte: Nomisma

Quale sanità di prossimità ci aspetta in futuro?

Nerina Dirindin“Decisamente migliore di quella di oggi, ma ancora migliorabile”, commenta Nerina Dirindin, docente di Scienza delle finanze ed Economia e organizzazione dei sistemi di welfare all’università di Torino. Che però aggiunge: “Speravamo di poter accedere anche ai fondi del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), ma poi la politica ha scelto di non aderire. Abbiamo comunque le risorse del Next Generation Eu. Una quantità di fondi che mai ci saremmo potuti immaginare. La sfida vera è riuscire a usarli tutti, bene e nei tempi previsti, cioè entro il 2026. Se ciò avverrà potremo ritenerci molto soddisfatti perché saremo riusciti a incrementare la capacità di risposta del Ssn e a rafforzare la fiducia dei cittadini nel sistema. Certamente sarebbe bello poter fare di più, ma la debolezza dell’attuale contesto tecnico e politico suggerisce realismo: incominciamo a spendere bene i soldi del Pnrr e ad attivare un’assistenza di prossimità. Ulteriori passi in avanti sono sempre possibili, purché non solo nella costruzione di strutture.”.

Eppure si potrebbe pensare di colmare i 4,9 miliardi necessari a realizzare tutte le strutture di cui il Ssn avrebbe bisogno grazie all’intervento dei privati. Che potrebbero fare squadra con la Pubblica amministrazione (Pa) attraverso partnership pubblico-private. Oltre ai player già affermati della sanità privata, anche quelli afferenti al comparto del facility management potrebbero essere interessati a investire per la realizzazione di nuove strutture sanitarie o per l’adattamento di quelle già esistenti.

L’idea sarebbe di intervenire a fronte della possibilità di ripagare l’investimento attraverso la gestione degli immobili o grazie a operazioni di project financing. E, sostengono i privati, ciò andrebbe a vantaggio del rispetto dei tempi di realizzo ma anche della possibilità di mettere a sistema le competenze progettuali di ambo le parti. Un’ipotesi percorribile? “A livello ipotetico, perché no? In pratica, bisogna stare attenti. – avverte Dirindin. – Troppe volte questo tipo di sodalizio pubblico-privato ha dimostrato di non essere all’altezza delle aspettative. Troppe volte ha prevalso l’interesse dell’investitore e non quello della collettività. Quante sale operatorie non necessarie sono state realizzate; quanta tecnologia non necessaria è stata acquistata”.

È pur vero che, a detta dei privati che si trovano a dialogare con la Pa per realizzare progettualità congiunte, spesso non si trovano le competenze e la forma mentis adatte a gestire una contrattualistica che possa tenere conto tanto delle peculiarità degli enti pubblici quanto delle necessità delle aziende private.

“Mi auguro che la Pa possa acquisire maggiori competenze. Ma vorrei che i privati non abusassero del proprio potere competitivo rispetto a una Pa debole nel suo ruolo di monitoraggio. – conclude Dirindin. Occorrerebbe che ci fosse un maggior richiamo ai valori di eticità specie in un contesto difficile come quello che stiamo vivendo”.

 

Insomma, quello che ci vuole dire la professoressa Dirindin, che ha a lungo frequentato anche l’ambiente politico, è di valorizzare al massimo l’opportunità offerta dal Pnrr. Facendo sì che tutte le oltre 1.700 strutture il cui finanziamento è previsto dal Pnrr siano realizzate. E, soprattutto, che non restino involucri vuoti. Perché ciascuna di esse richiederà adeguato personale, Mmg, specialisti, infermieri e manager. E questo è un altro capitolo molto impegnativo per coloro che si occupano di governance.

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Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità