La psichiatria sta esplorando nuove traiettorie terapeutiche che vanno oltre gli psicofarmaci tradizionali, intercettando molecole nate in altri ambiti e riscoprendo, con cautela scientifica, sostanze a lungo considerate off-limits. Dagli agonisti del recettore GLP-1, già utilizzati in ambito metabolico, fino alle microdosi di psichedelici come psilocibina e LSD, le evidenze emergenti aprono scenari promettenti ma ancora lontani dalla pratica clinica. A fare il punto sono Matteo Balestrieri e Claudio Mencacci, co-presidenti della Società Italiana di Neuro Psico Farmacologia (SINPF), che analizzano per TrendSanità risultati, limiti e prospettive regolatorie di queste nuove opzioni terapeutiche.
L’efficacia dei farmaci GLP-1 in campo psichiatrico
I nuovi farmaci metabolici sviluppati per l’obesità e il diabete stanno mostrando effetti promettenti anche nel trattamento dei disturbi psichiatrici. Si tratta degli agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile (GLP-1) – come semaglutide, liraglutide e tirzepatide – che si sono rivelati in grado di contrastare l’aumento di peso spesso associato all’assunzione di psicofarmaci, un effetto che può compromettere l’aderenza alle cure. Studi recenti pubblicati su JAMA Psychiatry e BMC Psychiatry, presentati anche all’ultimo Congresso della SINPF, evidenziano come i GLP-1 possano contribuire non solo a proteggere il corpo dei pazienti, ma anche a ridurre il rischio di depressione e disturbo bipolare.
Ancora nessuna approvazione regolatoria per i GLP-1 nei disturbi psichiatrici, ma crescono evidenze su umore, dipendenze e funzioni cognitive
Come riporta l’articolo pubblicato su JAMA Psychiatry, i ricercatori dell’Ospedale Universitario della Charité di Berlino hanno dimostrato che semaglutide può aiutare a superare uno dei maggiori ostacoli della psicosi, cioè l’aumento di peso indotto dai farmaci. Questo effetto porta i pazienti a interrompere le cure o a sviluppare gravi complicanze metaboliche. Spiega Matteo Balestrieri, già professore di psichiatria all’Università di Udine e co-presidente SIMPF: «I risultati dello studio mostrano che l’uso di semaglutide in pazienti in terapia antipsicotica ha portato a una riduzione media del peso corporeo dell’8% in sole 24 settimane, mentre l’uso di liraglutide a una riduzione di circa il 5%. Un risultato straordinario se confrontato con la stabilità del peso osservata nel gruppo trattato con metformina, lo standard attuale».
Aggiunge Claudio Mencacci, psichiatra, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente SINPF: «Per la prima volta abbiamo uno strumento efficace non solo per curare la mente, ma anche per proteggere il corpo dei pazienti psichiatrici, riducendo drasticamente il rischio di diabete e malattie cardiovascolari correlate alla terapia. I GLP-1 agiscono sui centri della sazietà nel cervello, contrastando l’iperfagia (fame eccessiva) spesso causata dagli psicofarmaci».
Evidenze crescenti per alcuni utilizzi

Nell’articolo di BMC Psychiatry si illustrano i risultati dello studio condotto dalla Seoul National University Biomedical Informatics. Gli scienziati hanno indagato sul nesso genetico tra il recettore GLP-1 e i disturbi psichiatrici. «I risultati parlano chiaro: una maggiore attività genetica del recettore GLP-1 è associata a una riduzione del rischio di depressione maggiore e disturbo bipolare. – afferma Balestrieri – È la prima prova genetica che suggerisce come il sistema GLP-1 non regoli solo l’insulina, ma influenzi direttamente i circuiti della regolazione affettiva, confermando così il ruolo potenziale degli agonisti GLP-1 nel trattamento della depressione e dei disturbi da uso eccessivo di alimenti e di alcol».
Per arrivare a un effettivo utilizzo degli agonisti GLP-1 in psichiatria ci vorrà ancora tempo. Spiega Mencacci: «Allo stato attuale non è ancora all’orizzonte l’approvazione da enti regolatori con indicazione per disturbi psichiatrici. Vi sono evidenze crescenti su alcune dimensioni psichiche quali funzioni cognitive, su dipendenza alcol e umore».
Il microdosing di alcuni psichedelici, studi in corso
Promette sviluppi interessanti anche il “microdosing”, l’utilizzo cioè di dosi sub-percettive di sostanze psichedeliche come LSD e psilocibina, per il trattamento di diversi disturbi psichiatrici. Evidenze scientifiche mostrano che anche solo pochi microgrammi di questi due principi potrebbero aiutare in determinati disturbi mentali. Dopo averli banditi per circa mezzo secolo perché ritenuti ad alto rischio, gli psichedelici sono tornati al centro dell’interesse scientifico. E, a detta degli esperti, mostrano un enorme potenziale terapeutico. Tra gli psichedelici, la ketamina viene già ampiamente utilizzata per la depressione resistente e un suo derivato (esketamina) è prescritto anche in Italia per questa tipologia di disturbo.
Vanno compresi bene i meccanismi d’azione e gli effetti collaterali: per l’introduzione di questo tipo di farmaci ci vorrà tempo
Spiega Mencacci: «Su queste terapie è in corso uno studio italiano autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e condotto nella Clinica Psichiatrica dell’Università di Chieti diretta da professor Giovanni Martinotti. Stiamo attendendo i risultati di questa indagine. L’accesso al mercato è ancora di là da venire, ma sappiamo che in altri Paesi, in particolare in Canada, le possibilità di accesso si sono realizzate. Sicuramente avremo beneficio anche dagli studi fatti in UK, ricerche che potrebbero spianare la strada. Il tema, sicuramente delicato perché coinvolge sostanze come psilocibina e LSD, è di definire in maniera molto attenta il dosaggio, la cosiddetta microdose. Vanno compresi bene i meccanismi d’azione e gli effetti collaterali. Per l’introduzione di questo tipo di farmaci ci vorrà tempo».
Prosegue Mencacci: «Gli studi più recenti indicano che microdosi di psilocibina e LSD, pari a circa il 5-10% di una dose standard, siano in grado di “resettare” i circuiti neurali coinvolti in patologie come la depressione maggiore e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), favorendo la crescita di spine dendritiche, i mattoni neurali dell’apprendimento e della memoria, e migliorando la connettività sinaptica».
Al di là dei risultati promettenti, ci vuole cautela. «Il microdosing deve rimanere un atto medico controllato – specificano i presidenti SINPF – che richiede un monitoraggio attento per escludere rischi a lungo termine. La nostra missione è garantire che l’innovazione non prescinda mai dalla sicurezza del paziente. La SINPF si impegna a guidare questa transizione, promuovendo una formazione specifica per gli psichiatri italiani e collaborando con le autorità regolatrici per trasformare la ricerca d’avanguardia in pratica clinica sicura e accessibile».







