Scaccabarozzi (Farmindustria): nuova governance farmaceutica e rispetto dei patti per continuare a investire in questo Paese

L’industria farmaceutica rappresenta un settore strategico, ma alcuni aspetti devono essere ridiscussi con Governo e Istituzioni. Abbiamo fatto il punto con Massimo Scaccabarozzi, riconfermato presidente di Farmindustria

Il suo valore della produzione rappresenta quasi il 2% del Pil, è tra i primi produttori in Europa e del mondo e negli ultimi cinque anni è il settore che ha assunto più personale (+10%) in tutta Italia. Nonostante questi grandi punti di forza, l’industria farmaceutica italiana fa ancora i conti con una spesa pubblica insufficiente rispetto al fabbisogno (più bassa del 20-25% rispetto alla media degli altri big europei) e ogni anno si trova a discutere con Governo e Istituzioni su meccanismi di calcolo del payback e tetti di spesa. Perché nel 2019 la spesa farmaceutica ospedaliera ha sfondato il tetto previsto di 2,7 miliardi, mentre quella convenzionata ha segnato un “risparmio” di oltre 900 milioni di euro. E non è la prima volta che si assiste a questa discrasia tra i tetti di spesa. Nel 2020 rischiamo di vedere lo stesso film perché, secondo le analisi IQVIA, la spesa farmaceutica ospedaliera potrebbe sfondare oltre i tre miliardi.

Lo sa bene il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi che, all’indomani della sua riconferma a capo dell’associazione degli industriali del farmaceutico in Italia, riprende il discorso su governance, payback e tetti di spesa che stava portando avanti insieme al Ministero della Salute lo scorso febbraio, e poi bloccato a causa della pandemia.

Massimo ScaccabarozziPresidente Scaccabarozzi, anche per quest’anno si prevede uno sforamento importante della spesa. Davvero la soluzione consiste solo nel rivedere i tetti di spesa?

Il problema è l’ammontare degli investimenti pubblici nel settore farmaceutico. Siamo tra i più bassi in Europa e ben al di sotto rispetto ai grandi paesi europei (-20/25% rispetto a Spagna, Francia, Germania e Regno Unito). In Italia la percentuale di spesa farmaceutica sul PIL da 10 anni è stabile all’1% (mentre il resto della spesa pubblica è aumentato) ed è inferiore rispetto alla media europea. Il problema è quindi nell’allocazione delle risorse che, mi pare evidente dai continui sforamenti, non sono sufficienti a rispondere al fabbisogno del paese. In passato la somma dei due tetti (spesa farmaceutica convenzionata e spesa ospedaliera) era pari al 16,4% del Fondo Sanitario Nazionale.

Oggi siamo al 14,85% (i tetti sono stati ridefiniti nel 2017, 6,89% per la spesa ospedaliera diretta e 7,96% per la spesa farmaceutica convenzionata, ndr). E oltre al problema del sottofinanziamento dovremmo anche affrontare il discorso sulle risorse non investite: i 900 milioni “risparmiati” nel 2018 per la spesa convenzionata dove andranno a finire? Per me quei soldi non rappresentano un risparmio ma uno spreco, perché dovrebbero rimanere in questo settore e semmai passare alla diretta ospedaliera, che è quella che ne ha più bisogno, soprattutto in un momento come questo dove le spese del SSN, anche a causa del Covid-19, sono aumentate considerevolmente. Detto questo, si continua a sforare nella spesa farmaceutica diretta perché molti farmaci che prima erano prescritti a livello territoriale e acquistati in farmacia, sono passati al canale diretto per un semplice motivo di costo:  a livello ospedaliero si svolgono poi gare al ribasso su prezzi già negoziati con AIFA (prezzi che, ripeto, sono già tra i più bassi in Europa) e si fanno gare su farmaci che non sono ospedalieri bensì farmaci che dovrebbero essere nella convenzionata. Quello che si potrebbe fare adesso è riportare questi medicinali sul territorio, dove stavano prima, in modo da farli arrivare ai pazienti senza obbligarli ad andare in ospedale. Ci sono anche da considerare i due fondi per i farmaci innovativi ed oncologici che sono sempre in distribuzione diretta (sono due fondi da 500 milioni ciascuno) ma per il 2019 non c’è stato nessun sfondamento.

 

Oltre al problema del sottofinanziamento, rimane da affrontare anche il discorso sulle risorse non investite

Lo scorso febbraio, prima che scoppiasse l’epidemia di Covid-19 nel nostro Paese, stavate lavorando con il Ministro della Salute Roberto Speranza per rivedere i tetti di spesa e il pagamento del payback del 2018. Avete ripreso il discorso?

Lo stiamo facendo in questo periodo. Tutto parte dall’accordo preso con le Regioni per ripianare gli arretrati payback 2013-2017 che erano arrivati a cifre inesigibili. Il patto prevedeva che l’industria (cioè noi) pagassimo quanto dovuto (2,4 miliardi) e che i tetti di spesa fossero riequilibrati già a partire dal 2019. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ma i tetti di spesa ancora non sono stati riequilibrati. Poi sono stati pubblicati ripiani per il payback del 2018 che ancora una volta sono inesigibili perché il sistema di calcolo del payback ormai è viziato da una serie di errori fatti in tutti questi anni in cui, per ogni annata, si rivedeva il metodo e si calcolavano le somme dovute sempre in modo diverso. Anche il Tar ci ha dato ragione e ha chiesto alle aziende di pagare quanto ritenevano corretto, nell’attesa di iniziare i colloqui individuali con AIFA per definire le cifre corrette da ripianare. Mentre per i tetti di spesa la nostra proposta è molto semplice: spostare, a consuntivo, la parte non utilizzata nella spesa territoriale nel canale diretto. Solo la parte che non viene spesa, lo ribadisco. L’idea è quella di rendere questi tetti dinamici, nel senso di poterli rivedere ogni anno a seconda delle necessità dei due canali di spesa e lasciando ad AIFA la decisione su come riequilibrare i tetti sulla base di questa esigenza.

Adesso dobbiamo riprendere queste discussioni con il Ministero della Salute e stiamo già vedendo segnali incoraggianti: in tutti questi mesi, sia il premier Giuseppe Conte sia i Ministri Speranza e Gualtieri hanno definito il nostro settore strategico per il Paese, anche alla luce del fatto che, durante la pandemia, non abbiamo mai interrotto produzione e distribuzione dei farmaci. Mi fa anche piacere leggere all’interno del Programma Nazionale di Riforma del DEF 2020 (Documento Economico Finanziario) un riferimento alla necessità di riequilibrare i tetti di spesa. Mi auguro che questo venga giustamente recepito nel primo provvedimento utile.

Alla luce di quanto successo con la pandemia da Covid-19, e il rischio del collasso del sistema ospedaliero, crede che anche il modello della governance farmaceutica dovrebbe cambiare?

Intervenire sui tetti di spesa è una soluzione a breve termine, per il lungo periodo bisogna pensare ad altro: come l’esperienza della pandemia ha ben dimostrato, ragionare a silos non serve a nulla, occorre un approccio più olistico in cui non ci si concentra sui canali di spesa ma sul valore delle prestazioni fornite; in questo modo si mette al centro del sistema il paziente, si pensa a come offrigli la migliore prestazione possibile e si smette di pensare ai silos che ormai non funzionano più.

In questo senso sta lavorando la Direzione della Programmazione del Ministero della Salute, che dagli anni dell’ex Ministro Lorenzin sta realizzando test su alcune aree terapeutiche per capire come la prestazione in sé possa uscire dalla dinamica dei silos.

Per rendere sostenibile la spesa sanitaria, deve essere sostenibile anche l’impresa che la supporta

In generale dobbiamo anche ripensare al valore di avere una produzione nel Paese. Noi siamo fortunati in questo senso perché siamo tra i primi produttori di farmaci in Europa. In questi mesi di pandemia le medicine non sono mai mancate, a nessuno: ospedali, farmacie e qualsiasi altra struttura sanitaria. Non ci siamo mai fermati. E questo è stato possibile perché già a febbraio abbiamo anticipato i tempi, organizzandoci per fronteggiare quello che poi è successo: abbiamo lavorato per consentire ai nostri impiegati di operare in piena sicurezza e per non fermare la produzione e la distribuzione dei farmaci. Ma la domanda che io mi faccio sempre è: come mai il nostro paese si è trovato sprovvisto di mascherine e non di farmaci? Perché le gare al ribasso sulle mascherine non hanno reso sostenibile questa produzione e le aziende hanno chiuso: dobbiamo capire che per rendere sostenibile la spesa sanitaria deve essere sostenibile anche l’impresa che la supporta. Io spero davvero che con questa pandemia si sia capito il ruolo strategico della white economy. L’Europa sta lavorando per riportare le produzioni farmaceutiche in Europa: noi, lo ripeto, abbiamo la fortuna di averle in casa. La mia richiesta alle Istituzioni è di non farle scappare. Come fare? Una nuova governance di settore e il rispetto dei patti darebbe il segnale che l’Italia a questa industria ci tiene.

Può interessarti

Angelica Giambelluca
Giornalista professionista in ambito medico