Ospedali, luoghi di cura e di episodi di violenza. Quando l’aggressore è il collega

Ospedali e violenza tra colleghi: un chirurgo aggredisce una collega in sala operatoria. L'esperta Calamai: «Serve cultura del rispetto e collaborazione».

È accaduto in una sala operatoria del Lazio. Alcune settimane fa, un chirurgo ha aggredito fisicamente e verbalmente una collega durante un intervento in sala operatoria. Un episodio grave, ma non isolato, che riporta sotto i riflettori il tema della violenza sia verbale sia fisica nei luoghi di lavoro sanitari. Ne abbiamo parlato con Monica Calamai, medico, già Direttrice generale della ASL di Ferrara e oggi Commissaria straordinaria della ASP di Crotone. Fondatrice della rete “Donne Protagoniste in Sanità”, Monica Calamai è una delle voci più autorevoli sul tema del benessere organizzativo e delle disuguaglianze di genere in sanità.

Dottoressa Calamai quanto sono efficaci oggi le procedure per prevenire e gestire episodi di aggressione tra operatori sanitari?

Monica Calamai

«Le procedure esistono, e la normativa nazionale è stata rafforzata nel tempo. Già prima della pandemia si era intervenuti con leggi per contrastare le aggressioni, soprattutto da parte di pazienti o familiari contro medici e infermieri. Ma oggi abbiamo un quadro ancora più definito: nel 2024, una circolare del Ministero della Salute ha ribadito che ogni azienda sanitaria, ospedaliera, territoriale, universitaria o IRCCS, ha l’obbligo di attivare procedure immediate in caso di violenza, anche verbale. E attenzione: la normativa non si limita agli episodi esterni, ma include chiaramente anche le aggressioni tra operatori. Nessuna eccezione».

Le Aziende sanitarie, a livello interno, hanno strumenti formali per agire? La vittima può sentirsi tutelata, anche nel mantenere l’anonimato?

«Lo prevede la legge. Parliamo di un sistema normativo complesso ma preciso: dalla legge 119 del 2013 contro la violenza di genere, al decreto-legge 92 del 2023, fino alla Convenzione ILO 190, ratificata dall’Italia nel 2021. Quest’ultima è uno strumento internazionale che vincola le organizzazioni pubbliche e private a garantire ambienti di lavoro liberi da molestie e discriminazioni, prevedendo sanzioni severe in caso di omissione o mancata vigilanza. Inoltre, il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008) è stato aggiornato per includere proprio i casi di violenza tra colleghi. Le segnalazioni possono avvenire anche in forma anonima, se richiesto dalla vittima, e ogni azienda è tenuta a garantire un’indagine interna, ascoltando entrambe le parti e, se necessario, attivando provvedimenti fino al licenziamento. Ma, attenzione: le violenze più insidiose non sono quelle eclatanti. Sono quelle verbali, reiterate, quotidiane. Quelle che logorano e isolano».

In un ambiente ad ‘alta pressione’ come quello sanitario, quanto conta la cultura organizzativa nel prevenire queste dinamiche?

«Abbiamo vissuto, per decenni, in una cultura del “primario eroe”, dell’uomo solo al comando. Una mentalità patriarcale, verticale, dove il potere giustificava anche le prevaricazioni. Ma la severità, il rigore, non devono mai trasformarsi in abuso o arroganza. Ho avuto maestri esigenti, ma rispettosi. Ecco, serve questa cultura: quella del rispetto, della collaborazione, del team. Perché in sala operatoria, come anche in ogni reparto, il lavoro è sempre di squadra. Nessun medico può agire da solo. Dove invece sopravvivono atteggiamenti padronali, autoritari, lì c’è un fallimento organizzativo».

Si parla spesso di ‘benessere organizzativo’: quali strumenti concreti servono per costruirlo davvero, oltre la carta?

«Serve formazione. Serve cultura. Serve coraggio. Nella mia esperienza a Ferrara, per esempio, abbiamo introdotto la certificazione di genere e i bilanci di genere. Il risultato? Un aumento significativo delle segnalazioni di violenza e abusi. Non perché prima non accadessero, ma perché mancava la fiducia nel sistema. Solo quando una persona percepisce che l’organizzazione protegge, allora trova la forza di denunciare. Oggi parliamo tanto di digitalizzazione, di ospedali ‘green’, di umanizzazione delle cure. Ma come possiamo parlare di umanità verso i pazienti, se prima non costruiamo ambienti umani per chi ci lavora dentro?».

Parliamo di comunicazione: quanto incide una comunicazione interna rispettosa e anche quella esterna, mediatica, nel plasmare un clima di lavoro sano?

«La comunicazione è fondamentale, quella interna deve insegnare il rispetto. La capacità comunicativa non è innata, va costruita, va coltivata. E dovrebbe iniziare già all’università, nei corsi di medicina e nelle scuole di specialità. Non possiamo più formare medici col mito del ‘capo infallibile’. Serve educare alla leadership empatica, alla gestione dei conflitti, al valore della diversità.

I media devono smettere di alimentare narrazioni tossiche

Ma c’è anche una responsabilità esterna. I media, ad esempio, devono smettere di alimentare narrazioni tossiche. Nel caso del chirurgo violento, molti articoli, nei primi giorni in cui si è parlato del caso in questione, lo descrivevano quasi come un genio giustificabile. Come se il fatto di ‘salvare vite’ desse licenza di umiliare o aggredire. È un cortocircuito pericoloso. Quella narrazione è una forma di violenza simbolica. Ed è altrettanto dannosa dell’evento in sé».

Dunque, che messaggio vuole lanciare a chi oggi lavora, e magari subisce in silenzio all’interno di Aziende sanitarie?

«Il messaggio è che non devono sentirsi sole. Che la violenza, anche quella ‘nascosta’, ha un nome e può essere riconosciuta. E che oggi, più di ieri, ci sono strumenti normativi, reti di supporto, comunità professionali che ascoltano. “Donne Protagoniste in Sanità” nasce proprio da questo: dare voce, forza, strumenti a chi prima non li aveva. Non si tratta di conflitti personali, ma di una cultura organizzativa da riformare».

Se non ora, quando?

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Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)