Quando una frattura racconta più di una caduta: la Campagna SIOT contro la violenza domestica

Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta. A TrendSanità Erika Maria Viola (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia) sottolinea: «Il nostro compito è intercettare la violenza prima che diventi escalation»

Contusioni che si ripetono, fratture incompatibili con la dinamica raccontata, ferite che arrivano tardi in Pronto Soccorso. Spesso il corpo parla più chiaramente delle parole. È da questa consapevolezza che nasce la Campagna nazionale della Commissione Pari Opportunità della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), pensata per formare ortopedici e traumatologi al riconoscimento dei segnali della violenza domestica tra i pazienti che arrivano nei Pronto Soccorso, in particolare donne, ma anche bambini e anziani.

I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta. Si stima che il 30% delle lesioni sia riconducibile a episodi di violenza. Secondo i dati ISTAT, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale; il 20,2%, pari a oltre 4 milioni di donne, ha vissuto violenza fisica, fatta di minacce, spintoni, schiaffi, calci, pugni, morsi o colpi con oggetti. Meno frequenti ma presenti anche le forme più gravi come strangolamenti, ustioni o minacce con armi.

Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta

In questo quadro, la Intimate Partner Violence rappresenta uno dei capitoli più rilevanti della violenza fisica, insieme al maltrattamento degli anziani, alla violenza giovanile e alla sindrome del bambino scosso. Una vera e propria emergenza sanitaria e sociale. Nondimeno, nonostante la frequenza con cui la traumatologia muscoloscheletrica intercetta questi casi, solo una minima percentuale di pazienti con lesioni sospette è interrogata sull’origine delle ferite e appena il 14% riceve un accompagnamento adeguato. Allo stesso tempo, pochi professionisti dichiarano di sentirsi realmente preparati a riconoscere e gestire i segnali della violenza. Mancano tempo, privacy, protocolli condivisi e formazione specifica.

La Campagna SIOT nasce per colmare questo vuoto e per rafforzare uno sguardo che tenga insieme competenza clinica e responsabilità umana. Anche attraverso strumenti nuovi: da dicembre 2025, nei Pronto Soccorso italiani comparirà un poster con l’immagine di una donna che mostra un punto rosso sul palmo della mano, segnale silenzioso di richiesta di aiuto per chi non può o non riesce a parlare.

Affrontiamo l’argomento con la dottoressa Erika Maria Viola, coordinatrice della Commissione Pari Opportunità SIOT e direttrice dell’UOC di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale di Cremona, per capire perché il ruolo dell’ortopedico può diventare decisivo nell’intercettare la violenza domestica e trasformare una frattura in un’occasione di salvezza.

Erika Maria Viola

Quali sono gli indicatori clinici più utili per riconoscere una possibile violenza domestica? E perché, nonostante questi strumenti, sono ancora pochi gli ortopedici che riescono a individuarla?

«Gli indicatori clinici esistono e sono ben codificati. Derivano da lavori scientifici condivisi a livello internazionale tra radiologi, ortopedici e medici dell’emergenza. Ci sono basi scientifiche solide, anche se questi indicatori restano strettamente confidenziali. Non possono essere resi pubblici proprio per preservarne l’efficacia come strumenti di identificazione della violenza domestica. Sono molto utili nella pratica clinica quotidiana. Può capitare, ad esempio, di visitare una donna che riferisce un colpo alla testa e di dover prendere una decisione clinica, ma anche di proporre alla paziente di togliere maglioni, calze, stivali, per verificare la presenza di ecchimosi o altre lesioni. Ma non si tratta solo di osservare, questi strumenti servono soprattutto per approcciare la persona nel modo migliore possibile».

La traumatologia è uno dei reparti più esposti all’intercettazione della violenza domestica, eppure solo una bassa percentuale di donne riesce poi a ricevere assistenza. Da cosa dipende questa difficoltà?

«La percentuale bassa è legata soprattutto al fatto che, inizialmente, molte donne non riferiscono un’anamnesi corretta. I meccanismi raccontati sono spesso cadute dalle scale, colpi accidentali, mani chiuse nella porta, sportelli del portabagagli finiti sulla testa. In realtà, dietro a queste spiegazioni si nascondono lesioni che raccontano tutt’altro. Quando una donna decide di chiedere aiuto e di dire finalmente di essere stata percossa, spesso c’è già stata un’escalation di violenza. Si parte da uno schiaffo, poi arrivano percosse, torsioni degli arti, colpi con oggetti, fino a episodi gravissimi, come essere scagliate contro le pareti di casa, l’induzione al suicidio, l’uso di armi bianche o da fuoco. Il nostro obiettivo, invece, è intercettarla prima, quando ancora non ha il coraggio di dire apertamente che è stata percossa, affiancarla e aiutarla fin dall’inizio degli episodi».

Il ruolo dell’ortopedico può diventare decisivo nell’intercettare la violenza domestica e trasformare una frattura in un’occasione di salvezza

Dal punto di vista dei clinici esistono anche difficoltà concrete: mancanza di tempo, problemi di privacy, carichi burocratici, formazione non sempre adeguata. Come si possono superare questi ostacoli?

«Mantenendo viva l’attenzione e offrendo ai professionisti un supporto adeguato. È quello che fa il corso che SIOT propone ai medici che operano nei Pronto Soccorso, negli ospedali e anche negli studi privati, perché la vittima di violenza domestica può essere intercettata ovunque. Il corso aiuta prima di tutto ad accettare quella “brutta notizia”, a riconoscere che ciò che sospettiamo può essere reale, che non siamo eccessivamente sospettosi ma che esistono dati concreti. Poi ci sostiene nel fermarci davvero e nel dire “sì, mi occupo di questa persona.” Siamo professionisti, ma anche persone. Magari restiamo sotto shock come medici, ma in quei momenti è importante scavalcare l’urgenza apparente, fermarsi e approfondire, gli altri possono aspettare. Mi occupo di lei, perché se la guardo negli occhi, io che l’ho intercettata, forse posso davvero fare qualcosa di buono».

Tra le iniziative più recenti c’è la campagna del “punto rosso”, che sarà esposto nei Pronto Soccorso. Come nasce e quale percorso si immagina per le persone intercettate e per gli operatori sanitari?

«Il segnale del punto rosso nasce dal Black Dot utilizzato durante il lockdown. In quel periodo molte donne, attraverso il web, usavano questo sistema per chiedere aiuto. Erano chiuse in casa con quello che, in senso lato, possiamo chiamare il carnefice. È stato un periodo particolarmente buio. Il Black Dot è diventato rosso perché gli episodi di violenza domestica sono aumentati o forse sono semplicemente emersi di più. In ogni caso, vanno interrotti quando sono ancora episodi iniziali. Il percorso che proponiamo riguarda la nostra parte, come fare bene il nostro lavoro. Se ognuno mette un tassello fatto bene lungo il cammino di quella persona, quella persona può uscire dalla spirale della violenza. Insegniamo come sospettare la violenza domestica, come accertarla, come documentarla anche dal punto di vista fotografico in modo inconfutabile».

Da dicembre 2025, nei Pronto Soccorso italiani sarà affisso un poster con il simbolo del punto rosso sul palmo della mano, segnale silenzioso di richiesta di aiuto

E nei casi più complessi, ad esempio con barriere linguistiche o disabilità?

«Abbiamo previsto strumenti anche per queste situazioni. Nell’attesa di un interprete, o quando ci troviamo davanti a persone sorde, ci avvaliamo di filmati in lingua dei segni italiana e internazionale che permettono di comunicare messaggi fondamentali: “aspetta qui”, “sei in un posto sicuro”, “ci occuperemo di te”, “sta arrivando un interprete”. Spesso queste donne arrivano senza cellulare, magari con i figli a casa con il partner. È uno scenario molto delicato. Più strumenti abbiamo per rassicurarle, meglio è».

Dopo l’individuazione, come prosegue la presa in carico?

«Quando l’anamnesi veritiera emerge, se emerge, perché talvolta possiamo anche sbagliarci, si attiva una rete precisa. Nel nostro Vademecum sono indicati tutti i riferimenti utili per ogni situazione. Ci sono i casi in cui la segnalazione all’autorità giudiziaria è obbligatoria, ad esempio quando sono coinvolti minori, anche se la violenza è lieve. Questo è fondamentale saperlo. Poi ci sono i percorsi di supporto, di sostegno, di rifugio, fino ai passaggi con la magistratura. L’obiettivo è che l’ortopedico o il traumatologo non manchi neanche un passo del percorso che deve compiere».

Il progetto guarda anche ad altre forme di violenza, come quelle su anziani e persone con disabilità?

«Sì. Stiamo lavorando anche su altri due moduli: il bambino e l’anziano. Gli anziani, in particolare, sono spesso vittime di quello che gli americani chiamano neglect. Se percepiscono una pensione di invalidità o un accompagnamento, sono lasciati in un angolo di casa perché rappresentano un reddito, ma non sono curati come meriterebbero. È un tema enorme, soprattutto in una società che invecchia sempre di più. Ci stiamo lavorando e speriamo di poter tornare presto su questo argomento con nuovi strumenti e nuove proposte».

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Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute