La Manovra di Bilancio continua a far discutere, questa volta per il taglio al fondo destinato ai farmaci innovativi. A partire dal 2026, le risorse diminuiranno di 140 milioni di euro, una scelta che ha già sollevato forti perplessità nel mondo della sanità. Quei fondi sono stati riallocati per aumentare dello 0,1% il budget dei farmaci ospedalieri, portando l’incremento complessivo allo 0,3%.
Una rimodulazione che rischia di avere conseguenze pesanti sull’accesso alle terapie più avanzate, in particolare per i pazienti oncologici, che potrebbero trovarsi di fronte a ulteriori ostacoli nell’ottenere cure essenziali. Parliamo di risorse fondamentali per garantire la rimborsabilità dei farmaci da parte del Servizio sanitario nazionale e sostenere le Regioni nell’acquisto di terapie spesso molto costose ma decisive per la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti.
Una decisione che il Professor Francesco Cognetti, coordinatore del FoSSC (il Forum che riunisce le 75 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani), intervistato da TrendSanità, giudica critica e potenzialmente dannosa. A lui abbiamo chiesto di spiegare perché questi tagli rappresentano un rischio concreto per il sistema e per i pazienti.
Una spesa che cresce con l’innovazione

«Bisogna partire da un dato di fatto, la spesa farmaceutica è in costante aumento, ma si tratta di un fenomeno del tutto fisiologico – spiega Cognetti. Negli ultimi anni l’innovazione ha prodotto farmaci che hanno cambiato la storia di molte malattie gravi, spesso letali, consentendo la guarigione o, almeno, un significativo aumento della sopravvivenza e un miglioramento della qualità di vita, anche nei casi di malattia metastatica nel caso di tumori. È inevitabile, quindi, che la spesa cresca e non è un problema solo italiano, accade in tutto il mondo.
Il punto è che, nel nostro Paese, a questo aumento dell’innovazione non ha corrisposto un adeguato incremento delle risorse. La spesa farmaceutica è molto controllata, cresce sì, ma non in modo proporzionato all’evoluzione delle terapie disponibili. Questa è la premessa fondamentale per capire cosa sta succedendo».
Il fondo per i farmaci innovativi e il suo superamento
«Esisteva un fondo dedicato ai farmaci innovativi, pari a 140 milioni di euro l’anno. Un fondo che, però, avrebbe dovuto essere rivisto nei criteri di utilizzo, perché la selezione dei farmaci si basava più su aspetti formali di innovatività che sul reale beneficio clinico per i pazienti. Anche per questo motivo non veniva sempre utilizzato pienamente.
Proprio questa criticità è diventata il pretesto per abolirlo e far confluire quelle risorse nel budget complessivo dei farmaci ospedalieri, aumentandolo solo dello 0,1%, per un totale complessivo dello 0,3%. Un incremento del tutto insufficiente, che non tiene conto dell’elevato ritmo con cui la ricerca sta producendo nuovi farmaci efficaci e che con ogni probabilità verrà comunque superato».
I rischi per i pazienti e le disuguaglianze territoriali
«Il vero problema, però, è un altro – prosegue il coordinatore del FoSSC – e cioè che così facendo, i farmaci innovativi finiscono nello stesso calderone di tutti gli altri. Perdono una corsia preferenziale e sono messi in competizione con terapie di minore impatto. Questo significa che, soprattutto nelle Regioni con maggiori difficoltà economiche, l’accesso a questi farmaci potrebbe essere ulteriormente rallentato. Va anche ricordato che l’Italia parte già da una situazione molto critica.
In questo modo, i farmaci innovativi perdono la corsia preferenziale e finiscono a competere con terapie di minore impatto
I tempi di accesso ai nuovi farmaci sono tra i più lunghi in Europa. Dall’approvazione dell’EMA all’inserimento nei prontuari regionali passano in media quasi due anni. A questo si aggiungono le differenze tra territori, che creano disuguaglianze evidenti tra i cittadini. Con l’abolizione del fondo, senza una sua revisione, il rischio è evidente. I farmaci innovativi non sono più considerati per ciò che sono davvero, ma assimilati ai farmaci ordinari.
In sostanza, è un problema di risorse e di visione. Finché la sanità continuerà a essere gestita con un approccio prevalentemente contabile e non strategico, le conseguenze ricadranno sui pazienti, soprattutto su quelli più fragili. Per questo avevamo chiesto non l’abolizione del fondo, ma una sua revisione, perché 140 milioni, già prima, non erano sufficienti. Oggi, senza neanche quelli, il rischio è ancora più concreto».







