Ospedali olimpici, sanità diffusa e legacy organizzativa: l’esperienza di Milano Cortina 2026

Davide Croce, Olympic Hospital Advisor Manager delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, racconta a TrendSanità come i Giochi stanno ridisegnando organizzazione e competenze del sistema sanitario

Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 non sono solo una sfida sportiva e logistica, ma anche un banco di prova per il sistema sanitario italiano. Giochi “diffusi”, territori montani difficili da raggiungere, flussi straordinari di atleti, staff, media e pubblico hanno imposto un livello di pianificazione che va ben oltre la gestione ordinaria delle emergenze.

Per capire come è stata costruita l’organizzazione sanitaria dei Giochi e quale eredità potrà lasciare al Servizio sanitario, TrendSanità ha intervistato il professor Davide Croce (Università Carlo Cattaneo-LIUC), nel suo ruolo di Olympic Hospital Advisor Manager per Milano Cortina 2026.

Programmare la sanità per un grande evento

«Essere Olympic Hospital Advisor Manager vuol dire programmare in anticipo. Noi abbiamo cominciato tre anni fa», spiega Croce. Il riferimento sono gli standard del Comitato Olimpico Internazionale, che definiscono requisiti precisi per l’organizzazione sanitaria a supporto dei Giochi.

Olimpiadi diffuse come laboratorio per migliorare assistenza, prevenzione e integrazione ospedali in territori fragili

La programmazione serve perché, quando l’evento inizia, «è pregnante al 100% e ti può impegnare in maniera molto importante anche dal punto di vista clinico». Le Olimpiadi non sono solo prevenzione e primo soccorso, ma possono tradursi in casi complessi e ad alta intensità assistenziale.

Accanto alla dimensione clinica, c’è quella manageriale. «Chi fa questo mestiere impara a programmare e va in tensione per un obiettivo. Quando è finito, ha acquisito sul campo una serie di competenze e consapevolezze che servono anche nella sanità ordinaria». Non è un caso che da esperienze precedenti, come Torino 2006, siano emerse figure poi approdate a ruoli apicali nel Servizio sanitario: numerosi direttori generali, capi dipartimento, professori universitari.

Coordinamento e lavoro interistituzionale: una palestra organizzativa

Un elemento centrale è il coordinamento. «Chi partecipa, anche come volontario, si trova a lavorare insieme alla sicurezza, alla logistica, alla protezione civile», osserva Croce. È un contesto in cui si impara rapidamente che «da soli non si va da nessuna parte».

Durante i Giochi, il personale sanitario viene spesso rinforzato con professionisti provenienti da altre province e regioni. «Questo significa lavorare con persone diverse, in contesti ad alta pressione, imparando a coordinarsi». Una competenza che resta e che rafforza il capitale umano del Servizio sanitario.

Policlinici olimpici e ospedali di riferimento: standard internazionali adattati ai territori

Davide Croce

Il fulcro dell’assistenza agli atleti e alla “famiglia olimpica” è rappresentato dai Policlinici Olimpici, strutture sanitarie temporanee che devono rispettare requisiti definiti dal CIO. «Parliamo di almeno 350 metri quadri dedicati anche alla prevenzione, con palestre per la riabilitazione e la preparazione pre-gara, e con una serie di specialità obbligatorie come ad esempio anche odontoiatria e oculistica».

Gli standard, però, non devono essere applicati in modo rigido ma devono adattarsi alle diverse realtà dei territori. «Il CIO definisce come dovrebbe essere l’organizzazione sanitaria, che poi deve essere adattata ai territori, garantendo sempre il servizio previsto». È il caso, ad esempio, di Cortina, dove il Policlinico non è all’interno del villaggio olimpico ma a circa dieci minuti di distanza: «In questo caso è stato previsto un servizio di trasporto adeguato».

Milano Cortina 2026 introduce una complessità ulteriore: «Sono le prime Olimpiadi diffuse. Abbiamo cinque villaggi olimpici e quindi cinque policlinici». Un’organizzazione che ha richiesto di «moltiplicare gli sforzi» e di armonizzare sensibilità e pratiche molto diverse tra territori come Bolzano, Milano e Livigno. «È sostanzialmente un lavoro di programmazione, definizione, adattamento, fino a raggiungere uno standard comune».

Telemedicina e second opinion: una leva essenziale per le Olimpiadi diffuse

Tra le innovazioni più rilevanti, Croce indica «l’uso massiccio del teleconsulto e della telemedicina, fondamentali soprattutto per le Olimpiadi invernali e, ancora di più, come nel nostro caso, quando si tratta di Olimpiadi diffuse». Nei territori montani, gli ospedali più piccoli non sempre dispongono di tutte le specialità necessarie.

«La distanza diventa un fattore critico», spiega. Per questo, la possibilità di ottenere rapidamente una second opinion o un supporto specialistico a distanza è diventata essenziale. La telemedicina, già sperimentata in altri contesti, trova nei Giochi un’accelerazione concreta e operativa.

Prevenzione, controlli e sicurezza alimentare: oltre la gestione dell’emergenza

Le Olimpiadi hanno rafforzato anche l’attenzione alla prevenzione. «Con l’arrivo di una popolazione così numerosa emerge con forza la necessità di evitare infezioni o altri problemi sanitari», osserva Croce. Da qui, un programma strutturato di controlli su alimentazione, rifugi, strutture pubbliche e acquedotti.

La telemedicina, già sperimentata in altri contesti, trova nei Giochi un’accelerazione concreta e operativa

A Cortina, ad esempio, sono state controllate 22 strutture pubbliche, con particolare attenzione agli acquedotti di montagna, che hanno caratteristiche diverse rispetto a quelli urbani. «Questo porta benefici anche dopo: chi viene sottoposto ai controlli impara, diventa più attento e consapevole».

Il caso Norovirus: protocolli mancanti e lezioni apprese

Tra le criticità emerse, Croce commenta il caso del norovirus che ha colpito le atlete finlandesi dell’hockey su ghiaccio. «È stato un caso di identificazione e isolamento, ma ci siamo resi conto che non esistono protocolli chiari per stabilire quando un’atleta può tornare in campo».

Il team sanitario aveva indicato una finestra temporale di 48 ore, ma «non c’era nessun obbligo formale a rispettarla». Una lacuna che, secondo Croce, «esiste ancora oggi, nonostante l’esperienza del Covid», e che sarà riportata ai livelli decisionali più alti, a partire dal CIO.

Logistica, droni e limiti regolatori

Sul fronte logistico, sono state esplorate anche soluzioni innovative. «Volevamo utilizzare i droni per il trasporto di materiali, ad esempio da Sondalo all’Ospedale Niguarda», spiega Croce. L’obiettivo era velocizzare i trasporti e ridurre i costi, evitando l’impiego di personale a bordo. Il progetto si è scontrato però con le difficoltà autorizzative: «In Italia l’uso dei droni richiede permessi complessi da parte dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile». Gli elicotteri notturni, invece, erano già attivi prima dei Giochi in tutte le province coinvolte.

Come tecnologia, per il futuro delle Olimpiadi diffuse, i due must sono la telemedicina e la trasmissione dei dati

«Come tecnologia, per il futuro delle Olimpiadi diffuse, i due must sono la telemedicina e la trasmissione dei dati. Sulla logistica c’è ancora poca innovazione, ma è un tema che dovrà essere affrontato».

Dopo Milano Cortina 2026: quale legacy per il sistema sanitario

Alla domanda su cosa resterà dopo i Giochi, Croce risponde senza esitazioni: «Tre cose. La prima è l’attenzione strutturata alla prevenzione. Sembra banale, ma ha costretto tutti gli operatori di montagna a pensare ai rischi a cui sono esposti turisti e residenti». I percorsi di controllo messi a punto per le Olimpiadi possono diventare standard permanenti per il turismo montano.

Lavorare in contesti complessi rafforza competenze e coordinamento, aumentando il capitale umano del Servizio sanitario

La seconda legacy è organizzativa. «Abbiamo dimostrato che, per mantenere un servizio di alto livello in montagna, servono collegamenti strutturati con i grandi ospedali di città». I casi di Sondalo/Niguarda o Belluno/Padova mostrano che i piccoli ospedali non possono essere lasciati soli. Il modello da costruire è quello di collaborazioni strutturate e obbligatorie, con supporto clinico, rotazione del personale e telemedicina.

La terza legacy riguarda le persone. «Nei momenti clou impieghiamo circa 1.400 persone per turno». Professionisti che imparano a lavorare in gruppo, anche con soggetti esterni al sistema sanitario come la protezione civile e la logistica. «È un’esperienza molto professionalizzante, diffusa nelle Regioni».

Un laboratorio per la sanità dei territori fragili

L’impatto dell’esperienza olimpica è «fortissimo sul singolo professionista», mentre sugli ospedali «va costruito» attraverso scelte di sistema. In questa direzione – ricorda Croce – si è mossa già Regione Veneto, che ha deliberato modelli di collaborazione strutturata che possono essere utili non solo per la montagna, ma anche per le aree rurali e remote, dove il problema è analogo: pochi abitanti e difficoltà ad attrarre professionisti sanitari. Schemi come Verona/Rovigo e Padova/Belluno dimostrano che i piccoli presidi possono essere sostenuti dai grandi ospedali attraverso affiancamenti stabili, rotazione del personale e telemedicina.

L’esperienza olimpica rafforza fortemente il singolo professionista, mentre sugli ospedali richiede strategie sistemiche

«Il modello è semplice: il professionista resta parte dell’ospedale hub, ma viene dislocato per un periodo sul territorio, con il supporto clinico a distanza tramite la telemedicina», spiega Croce. Un approccio replicabile anche nelle aree interne di Sardegna, Sicilia e Calabria, pur con la consapevolezza che «costa di più, ma è l’unico modo per garantire servizi di qualità».

In questo senso, Milano Cortina 2026 può diventare un laboratorio per ripensare l’assistenza nei territori fragili, montani e rurali, con un’eredità che va oltre i Giochi e che parla di prevenzione, integrazione tra ospedali, competenze e organizzazione. Una legacy che, se raccolta, può rafforzare in modo strutturale il Servizio sanitario nazionale.

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Rossella Iannone
Direttrice responsabile TrendSanità