Stato di agitazione della medicina penitenziaria a Parma. Tamburini (SMI): «In gioco la dignità di chi cura e di chi è curato»

Accordo scaduto il 30 giugno e mai rinnovato, compensi ridotti e ambulatori inadeguati: la segreteria Emilia-Romagna del Sindacato Medici Italiani chiede l’intervento urgente del Prefetto

C’è chi ogni giorno varca i cancelli dell’Istituto Penitenziario di Parma non per scontare una pena, ma per curare. Sono i medici della Medicina Penitenziaria, professionisti che garantiscono il diritto alla salute a persone private della libertà, spesso fragili, croniche o con disturbi psichiatrici. A Parma quei medici hanno proclamato lo stato di agitazione. Il motivo? A pochi giorni dalla scadenza del contratto, fissata al 30 giugno 2026, non esiste ancora un nuovo quadro contrattuale che definisca condizioni economiche e organizzative del loro lavoro. Una situazione che, denuncia la segreteria regionale Emilia-Romagna dello SMI (Sindacato Medici Italiani), rischia di compromettere la continuità di un servizio pubblico essenziale.

Il carcere di Parma integra massima sicurezza e assistenza a detenuti affetti da patologie croniche

Dietro la vertenza però c’è molto di più di un contratto scaduto. Ci sono le condizioni in cui questi professionisti lavorano da anni, come gli ambulatori non climatizzati, senza adeguati impianti di aerazione, con temperature elevate e forte umidità. Persino i camici sono personali, perché l’Azienda sanitaria non li fornisce. Inoltre, i recenti adeguamenti contrattuali nazionali sono stati di fatto neutralizzati da una riduzione applicata su un’altra voce stipendiale, riportando i compensi al punto di partenza.

«Non si tratta di una semplice rivendicazione economica – sottolinea il sindacato – ma di dignità professionale, di sicurezza e di qualità delle cure». Perché la Medicina Penitenziaria di Parma, avverte lo SMI, non può reggersi soltanto sul senso di responsabilità di chi la fa vivere ogni giorno. Serve una risposta istituzionale chiara e immediata, a tutela dei professionisti e del diritto alla salute delle persone detenute.

Le tre questioni aperte

Le questioni sul tavolo sono tre e vanno tenute distinte. La prima riguarda i locali inadeguati e insalubri, gli ambienti in cui i medici lavorano ogni giorno, stanze non climatizzate senza adeguata aerazione, con temperature elevate e forte umidità. Condizioni non proporzionate alla delicatezza del servizio, in un ambiente, quello penitenziario, ad alta complessità clinica e di sicurezza, dove si cura una popolazione fragile, spesso cronica o psichiatrica.

Il vuoto che si è creato non è solo contrattuale, rischia di incidere sulla continuità dell’assistenza e sulla motivazione di chi la garantisce

Il secondo punto è il mancato rinnovo del contratto e del progetto di valorizzazione della Medicina Penitenziaria. I medici avevano legato la propria disponibilità a proseguire l’incarico proprio al rinnovo di quel progetto, comunicandolo con chiarezza già due mesi prima della scadenza. Invece l’Azienda sanitaria si è limitata a prospettare incarichi provvisori, senza garantire in modo formale e vincolante le tutele legali, economiche e organizzative già riconosciute. Il progetto di valorizzazione è il riconoscimento concreto della peculiarità di un servizio difficile, per il quale è complicato persino trovare professionisti disponibili. Il vuoto che si è creato non è solo contrattuale, rischia di incidere sulla continuità dell’assistenza e sulla motivazione di chi la garantisce.

Il terzo punto è la decurtazione stipendiale. L’accordo firmato nel 2023 con l’AUSL di Parma, prorogato fino al 30 giugno 2026, prevedeva una retribuzione di 42,50 euro l’ora (più ENPAM) per le prime 104 ore mensili. Con i due rinnovi contrattuali nazionali del 2024 e del 2026, quella cifra sarebbe dovuta salire fino a 44,57 euro. Invece l’Azienda ha ridotto di 2,07 euro un’altra voce dello stipendio, riportando il compenso complessivo a circa 42,50 euro, un effetto regressivo che ha, di fatto, azzerato gli aumenti previsti dagli accordi nazionali.

Michele Tamburini

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Cosimo Michele Tamburini, Segretario SMI Regione Emilia-Romagna.

Non si tratta quindi solo di una rivendicazione economica?

«Esatto. Il contratto non è stato rinnovato non solo per la parte economica, ma anche per quella progettuale e professionale. Il carcere di Parma è un istituto di massima sicurezza. Oltre alla sezione del 41 bis, ospita al suo interno una clinica destinata a detenuti che devono scontare pene lunghe e che sono malati cronici. Ad esempio, pazienti diabetici scompensati o cardiopatici che non possono stare né in un carcere normale, né in un reparto ospedaliero ordinario e per questo sono trasferiti a Parma. Ciò richiede una professionalità elevatissima, perché l’obiettivo è che queste persone ricevano le cure senza uscire dal carcere.
Per questo abbiamo chiesto all’AUSL di Parma di includere nel contratto una parte progettuale. Penso, ad esempio, al progetto delle ecografie, anche osteoarticolari. Se un detenuto si fa male e possiamo fare l’ecografia direttamente in istituto, evitiamo tanti problemi, come il trasporto verso un ospedale civile che prevede la presenza di agenti di Polizia Penitenziaria, che già sono in carenza di organico. In più, il pronto soccorso deve essere blindato per evitare fughe. Tutto questo l’AUSL non lo considera».

Cosa significa fare il medico dentro questo istituto penitenziario?

«La vita del medico penitenziario è una vita in cui ti prendi in carico un paziente che sai che non può uscire da quell’ambiente per fare esami diagnostici. Quindi, è necessario fare tanta prevenzione, per evitare i trasferimenti. Questo vale in un carcere normale, mentre in un penitenziario come Parma tutto è moltiplicato per cento, perché sono pazienti particolari che alle spalle hanno anche avvocati pronti a denunciarti se sbagli. La nostra protesta serve proprio a valorizzare il medico nella sua professionalità. Nemmeno i locali dove lavoriamo sono salubri. Solo pochi giorni fa, dopo le nostre proteste, hanno installato i condizionatori.

Il contratto non è stato rinnovato non solo per la parte economica, ma anche per quella progettuale e professionale

Con il caldo tremendo di queste settimane, si può immaginare cosa voglia dire visitare in questi ambienti, dove gli stessi pazienti detenuti si lamentano tantissimo. Ci sono poi stanze piene di umidità, infiltrazioni d’acqua che cade dentro, computer che non funzionano. Una situazione che ha verificato lo stesso direttore generale della USL, venuto di persona. Durante il Covid, per paura di rivolte ci hanno chiesto di restare dentro il carcere e ci hanno fatto dormire su materassi per terra, senza neanche un lettino. A quel punto i carcerati eravamo noi».

Anche il carcere di Parma ha il problema del sovraffollamento?

«Certo. In un carcere di massima sicurezza arrivano i trasferimenti dei detenuti più noti alla cronaca, quindi c’è sempre un 30% circa di sovraffollamento, soprattutto nelle sezioni più “semplici”. Il 41 bis ha un livello di sicurezza talmente alto da richiedere la camera singola e restrizioni ancora maggiori. Poi c’è un altro aspetto: un carcere di massima sicurezza non può “chiudere per ferie” o per altri motivi. Gli altri istituti, se devono fare dei lavori, possono chiudere una sezione e trasferire i detenuti, noi no. Se dovessimo chiudere la sezione con i pazienti ricoverati, andrebbero trasferiti in un altro carcere di massima sicurezza, aggravando il sovraffollamento anche lì».

Come si concretizza la vostra protesta? State scioperando?

«No. Non ci sembra giusto abbandonare i detenuti e l’intero ambiente carcerario. Stiamo continuando a lavorare, ma senza contratto e quindi senza tutele. Qualunque cosa succeda, ne rispondiamo noi soli, di persona, perché siamo convenzionati.

Servono accordi chiari, tutele adeguate, sicurezza degli ambienti di lavoro e pieno riconoscimento della complessità del ruolo medico all’interno degli Istituti Penitenziari

Dovrebbe risponderne l’AUSL, come accade in un ospedale civile. L’AUSL di Parma ha anche pubblicato un bando per reperire medici e non si è presentato nessuno. Proprio per questo, perché mancano le tutele giuridiche e professionali. E allora cosa fai, lasci un istituto penitenziario senza medici?».

Quali tutele chiedete?

«Prima di tutto la tutela legale: se sbaglio in buona fede, devo sapere di essere tutelato. Poi la tutela della privacy, i nomi dei medici che lavorano in istituto non devono circolare. A Parma ci sono personaggi della camorra, della mafia russa e se non c’è riservatezza, possiamo essere contattati da chiunque. Poi le tutele più semplici: non abbiamo ferie, rischiamo di andare oltre orario senza che ci sia riconosciuto lo straordinario, non abbiamo tutele assicurative, né la tutela della gravidanza per le colleghe».

Vi siete rivolti alla Prefettura?

«Il direttore generale dell’AUSL di Parma ha inviato una richiesta in Prefettura e noi abbiamo presentato le nostre controdeduzioni. La Prefettura si è meravigliata della situazione e ci ha convocato insieme al direttore generale per avere spiegazioni e capire come mai ci sono queste condizioni in un carcere di massima sicurezza. Abbiamo anche chiesto la convocazione urgente di un tavolo istituzionale di raffreddamento e conciliazione, con AUSL, Amministrazione Penitenziaria e rappresentanze sindacali, oltre a un sopralluogo ispettivo per verificare l’idoneità dei locali sanitari. Il servizio sanitario penitenziario non può reggersi solo sul senso di responsabilità dei singoli professionisti. Servono accordi chiari, tutele adeguate, sicurezza degli ambienti di lavoro e pieno riconoscimento della complessità del ruolo medico all’interno degli Istituti Penitenziari».

Può interessarti

Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute