Psichiatria minorile: un primo tentativo di mappatura delle strutture residenziali in Italia

Quante sono e dove si trovano le comunità terapeutiche per minori con disagio psichico? L’indagine ricostruisce un’offerta di 112 strutture e oltre 1.200 posti letto, con profonde disparità territoriali e vuoti assistenziali

Con questa indagine si realizza un primo tentativo di mappatura geolocalizzata della residenzialità terapeutica minorile, offrendo un’iniziale ricostruzione dei dati anagrafici e della disponibilità di servizi sul territorio nazionale. Un traguardo raggiunto grazie a un imponente lavoro di mappatura nazionale che abbiamo realizzato con il supporto della Fenascop (Federazione nazionale strutture comunitarie psicosocioterapeutiche) e di Mito & Realtà (l’associazione per le comunità terapeutiche e residenziali ETS).

L’indagine ha inoltre beneficiato del contributo scientifico di Claudio Bencivenga, psicologo e psicoterapeuta, già docente di Psicologia dei gruppi e delle famiglie presso l’Università degli Studi di Parma, tra i pionieri della residenzialità terapeutica minorile, che già nel lontano 2003 promosse nel Lazio, insieme a Codess Sociale, la prima struttura terapeutica estensiva a carattere comunitario per minori adolescenti.

La mappatura ricostruisce i dati attraverso fonti diverse e accessi agli atti, in assenza di un censimento istituzionale completo

Per giungere ai risultati di questa indagine, abbiamo anche inviato richiesta di accesso agli atti a tutte le aziende sanitarie provinciali e agli assessorati regionali competenti, ma non tutti hanno risposto inviando i propri dati, rendendo indispensabile un paziente lavoro di cucitura e recupero delle informazioni.

Oggi, questa mappatura getta una luce vivida su un sistema sociosanitario caratterizzato da abissali disparità territoriali e normative regionali a macchia di leopardo.

I numeri del Paese: una radiografia della residenzialità terapeutica tra luci e ombre profonde

Analizzando il quadro d’insieme emerso dal censimento, l’Italia conta complessivamente 112 strutture terapeutiche residenziali dedicate ai minori, per un volume complessivo di posti letto che oscilla tra i 1.277 e i 1.287. Se consideriamo che la popolazione adolescente italiana sta affrontando un’impennata senza precedenti di disturbi neuropsichiatrici, ansia sociale e tentativi di autolesionismo, questi numeri appaiono non solo esigui, ma soprattutto distribuiti in modo profondamente iniquo.

I dati nazionali, presi da soli, nascondono infatti una polarizzazione geografica estrema. Siamo di fronte a un sistema che non garantisce lo stesso diritto alla salute e alla cura terapeutica sul territorio nazionale, violando di fatto i principi di equità e universalità su cui si fonda il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Il predominio del Nord: la Lombardia locomotiva della cura psichiatrica minorile

La macro-area del Nord si conferma il baricentro assoluto della residenzialità terapeutica per minori in Italia. Questa zona geografica da sola ospita ben 52 strutture attive, pari al 46,4% del totale nazionale, con una disponibilità di posti letto che oscilla tra un minimo di 675 e un massimo di 685 a seconda delle fluttuazioni regionali.

All’interno di questa macro-area, la Lombardia si attesta come la regina incontestata della classifica nazionale, staccando nettamente tutte le altre regioni. Il territorio lombardo conta, infatti, ben 25 comunità terapeutiche attive e accreditate, per un totale di ben 401 posti letto. Si tratta di quasi un terzo dell’intera offerta italiana. Scendendo nel dettaglio delle singole Agenzie di Tutela della Salute (ATS) lombarde, emerge come l’ATS di Insubria guidi la classifica interna con 5 strutture e 115 posti letto, seguita da Pavia con 4 comunità per 70 posti, dalla Brianza con 4 strutture e 68 letti, da Milano con 6 strutture per 60 posti totali e infine da Brescia che ne conta 2 con 28 posti letto.

Il Nord concentra il 46,4% delle strutture e oltre la metà dei posti letto disponibili

A rincorrere la Lombardia nel Settentrione troviamo il Piemonte, che mette a disposizione 8 comunità terapeutiche minorili, tutte private accreditate, per complessivi 76 posti letto, benché intere ASL come la Verbano Cusio Ossola, Biella e Alba-Bra risultino completamente scoperte.

Segue a ruota il Veneto con 8 strutture e 66 posti letto regolati dalla Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta. Per quanto riguarda le altre realtà settentrionali: la Valle d’Aosta dispone di 3 strutture e 45 posti letto, di cui 15 dedicati specificamente ai disturbi del comportamento alimentare, un settore critico in costante crescita. Il Trentino Alto-Adige risponde con 3 strutture e una forchetta tra i 30 e i 35 posti letto, mentre la Liguria offre 2 comunità con 43 posti letto. Chiude la fila del Nord l’Emilia-Romagna con 3 strutture e un’offerta compresa tra i 27 e i 32 posti letto, con importanti hub di gestione delle crisi posizionati a Parma, Bologna e Rimini.

Il Centro resiste a fatica: l’Umbria svetta per numero di strutture ma il Lazio offre più posti letto

Spostando lo sguardo verso il Centro Italia, la mappatura rileva una presenza complessiva di 23 comunità terapeutiche minorili e un totale di 209 posti letto.  In questo quadrante geografico assistiamo a un interessante paradosso statistico: l’Umbria si colloca al vertice regionale per numero di strutture, contandone ben 9 per complessivi 54 posti letto. Ma l’ASL Umbria 1 non possiede strutture pubbliche proprie e deve ricorrere a convenzioni con privati per sopperire al fabbisogno del territorio.

Di contro, il Lazio, pur disponendo di sole 7 strutture attive, vanta la maggiore capacità ricettiva del Centro con 86 posti letto distribuiti in comunità terapeutiche estensive ed intensive a media e alta intensità.

Abruzzo e Sicilia evidenziano gravi carenze nella disponibilità di strutture terapeutiche residenziali

La Toscana partecipa al sistema centrale con 5 comunità terapeutiche e 49 posti letto, mentre le Marche si collocano sul fondo della classifica del Centro con sole 2 strutture e 20 posti lettocomplessivi.

Uno dei dati più sconcertanti dell’indagine appartiene all’Abruzzo. In questa regione il censimento ha registrato un desolante e rotondo zero: zero comunità terapeutiche per minori e zero posti letto attivi sul territorio. Un vuoto assistenziale totale che costringe i minori abruzzesi affetti da gravi patologie psichiatriche e le loro famiglie a emigrare verso altre regioni, spezzando i legami affettivi e sociali nel momento più vulnerabile della loro esistenza. Nonostante la presenza di alcune comunità di tipo esclusivamente socio-educativo come Persefone o La Bussola, la totale assenza di strutture terapeutiche residenziali sanitarie rappresenta una ferita aperta nel tessuto sociale abruzzese.

La desertificazione del Sud e il miracolo campano

La macro-area del Sud presenta una situazione statistica caratterizzata da squilibri strutturali drammatici. Con 23 strutture complessive e 200 posti letto, il Mezzogiorno d’Italia sembrerebbe allineato ai numeri del Centro, ma a fare la parte del leone è in realtà la Campania, che da sola detiene ben 13 strutture e 146 posti letto, ponendosi come il vero e proprio argine sociosanitario del Mezzogiorno. Dietro questa eccellenza campana, tuttavia, si nasconde il vuoto in molte regioni limitrofe.

La Puglia conta 9 strutture ma per soli 50 posti letto totali, lasciando ampie porzioni di territorio sprovviste di un’adeguata copertura assistenziale.

La Basilicata tocca i minimi storici con una sola struttura pubblica ad alta intensità terapeutica e appena 4 posti letto disponibili sul proprio territorio regionale.

L’eccezione delle Isole: la Sardegna surclassa la Sicilia in un confronto impietoso

La macro-area delle Isole registra 14 strutture e 193 posti letto complessivi, ma rivela al contempo un divario interno che ricalca in piccolo le fratture dell’intera penisola.

La Sardegna si impone come un modello virtuoso inatteso, mettendo in campo ben 12 strutture e 168 posti letto autorizzabili suddivisi accuratamente in base all’intensità del trattamento, da quello ad alta intensità a quello a media e bassa intensità psichiatrica.

Le differenze regionali riguardano anche requisiti, accreditamento, standard assistenziali e tariffe

Questo sforzo programmatorio sardo contrasta drammaticamente con la situazione della Sicilia. L’isola più grande d’Italia e con una popolazione quasi tripla rispetto a quella sarda dispone infatti di sole 2 comunità terapeutiche attive e accreditate sul proprio territorio, per un totale di appena 25 posti letto complessivi.

Il “limbo” delle comunità educative e riabilitative: tra integrazione e supplenza terapeutica

Al di sotto della rete sanitaria ufficiale, esiste una fitta galassia di “altre tipologie” di strutture, quali le Comunità Educative Riabilitative (CER) del Veneto, una comunità educativa a scopo terapeutico-riabilitativo in Abruzzo o una comunità educativa integrata in Emilia-Romagna.

Le comunità socio-educative possono trovarsi a supplire alle carenze dell’offerta terapeutica sanitaria

Pur essendo formalmente catalogate sotto l’egida socio-educativa o dell’integrazione sociale, la realtà quotidiana spinge spesso queste realtà a confrontarsi con disagi psichici ed emotivi di notevole gravità. Sebbene i dati ufficiali non descrivano esplicitamente questo meccanismo di adeguamento strutturale, nella pratica operativa del settore queste comunità si trovano frequentemente nella necessità di “potenziare” il proprio organico interno con psicologi, psicoterapeuti ed educatori specializzati, trasformandosi di fatto — pur senza un bollino di accreditamento sanitario formale — in presidi terapeutici pienamente operativi per colmare i cronici vuoti assistenziali del territorio.

La frammentazione normativa: il labirinto burocratico che ostacola la cura e l’integrazione

Dietro la fredda disparità dei numeri si cela una “giungla legislativa” che rende il lavoro degli operatori sanitari e la vita delle famiglie un vero inferno burocratico. Questo censimento nazionale evidenzia come non esista una definizione omogenea di “comunità terapeutica per minori” a livello italiano. Ogni singola regione ha legiferato in totale autonomia, creando sigle, standard assistenziali, requisiti di accreditamento e tariffe estremamente eterogenei.

La frammentazione normativa rischia di compromettere equità e continuità dei percorsi di cura

Se in Campania si parla di SIRMIV (Struttura Intermedia Residenziale per Minori ad Intensità Variabile) e SISeM (Struttura Intermedia Semiresidenziale per Minori), nel Lazio troviamo le SRTRe (Struttura Residenziale Terapeutico Riabilitativa Estensiva) e le SRTRi (Struttura Residenziale Terapeutico Riabilitativa Intensiva), in Emilia-Romagna si utilizzano le sigle RTP-M (Strutture Residenziali Terapeutiche Post-Acuzie per Minori) e in Veneto le CTRP (Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta – o Residenziale Protetta).

Questa babele di acronimi non è solo una questione formale: corrisponde a minuti di assistenza medica e infermieristica differenti, a standard strutturali dissimili e a percorsi clinici di cura che cambiano radicalmente varcando un confine regionale. Il risultato è un sistema sanitario frammentato in venti piccoli sistemi indipendenti, dove la qualità e la tempestività della cura psichiatrica minorile dipendono esclusivamente dal codice postale di nascita del giovane paziente.

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Mario Catalano
Mario Catalano
Giornalista pubblicista