Biotech, motore silenzioso che spinge l’Italia: dal capitale umano alle startup, un anno tra record e nodi irrisolti

Il Report Assobiotec 2025 restituisce la fotografia di un comparto che è diventato adulto: 5.869 imprese, 53,4 miliardi di euro di fatturato e più di 102 mila addetti. Numeri che raccontano un’economia che innova, investe e crea valore, ma che ancora non corre alla velocità dei campioni globali

Nel cuore di un’economia che cerca nuovi motori di crescita, il biotech italiano si presenta all’appuntamento del 2025 con un profilo sempre più definito: competitivo, specializzato, ma ancora alla ricerca del salto dimensionale decisivo.

Tra silenzio dei laboratori, linee produttive delle PMI e persino impianti agricoli di nuova generazione, infatti l’Italia del Biotech ha continuato a crescere anche quando altri settori arrancavano. Ora, il Report Assobiotec 2025, presentato il 9 dicembre, restituisce la fotografia di un comparto che è diventato adulto: 5.869 imprese, 53,4 miliardi di euro di fatturato e più di 102 mila addetti. Numeri che raccontano un’economia che innova, investe e crea valore, ma che ancora non corre alla velocità dei campioni globali.

Il biotech italiano è diffuso, capillare, spesso legato alle vocazioni territoriali

Ma cosa ci dicono questi numeri sul reale peso strategico del biotech per l’economia italiana e quali sono i segnali più significativi che emergono da questa nuova fotografia?

Commenta a TrendSanità il presidente di Assobiotec, Fabrizio Greco: «Il primo elemento è la pervasività di queste soluzioni: agricoltura, industria, farmaceutica e diagnostica stanno beneficiando di una spinta all’innovazione che il biotech alimenta da anni, trasformando in modo radicale processi e prodotti. C’è poi la conferma di un importante e crescente peso di queste tecnologie nell’economia nazionale. Infatti, se analizziamo ad esempio la componente biomedica e sanitaria, il Report ci restituisce l’immagine di un comparto che genera quasi 21 miliardi di euro di fatturato e impiega circa 35.000 addetti. Sulle biotecnologie sanitarie si stanno definendo le nuove frontiere della medicina: lato prevenzione, diagnostica e terapie. Oggi circa il 60% delle terapie in sviluppo è di natura biotecnologica e le risposte terapeutiche più avanzate – dall’oncologia alle patologie neurodegenerative, fino alle malattie rare – si fondano in misura crescente su queste tecnologie».

Un mercato in crescita: gli indicatori chiave nel 2024

Un ecosistema frastagliato ma vitale: il 72% sono microimprese

Il tessuto imprenditoriale si conferma un mosaico industriale ampio e sfaccettato, composto in larga misura da realtà di dimensioni contenute.

La maggioranza assoluta, 4.210 aziende, rientra nella categoria delle microimprese (72%), mentre le grandi imprese sono appena il 3% del totale. Una struttura leggera, certo, ma che si rivela dinamica nella capacità di presidiare nicchie tecnologiche e nell’agilità con cui recepisce nuovi modelli di business.

Sulle biotecnologie sanitarie si stanno definendo le nuove frontiere della medicina: lato prevenzione, diagnostica e terapie

L’agroalimentare domina per numerosità (3.834 imprese, il 65% del comparto) seguito da industria/ambiente (1.599 imprese, 27%) e dalla biomedicina (436 imprese, 7%). Una distribuzione che dice molto: il biotech italiano è diffuso, capillare, spesso legato alle vocazioni territoriali. In effetti, il rapporto evidenzia come una parte crescente delle attività sia orientata alla ricerca e sviluppo, con una forte presenza di startup e PMI innovative. È qui che si concentra la spinta principale: un humus fertile fatto di competenze specialistiche, collaborazione con gli enti pubblici di ricerca e un appetito crescente verso i mercati internazionali.

Fatturati in crescita e un mercato che cambia pelle

Se la dimensione media rimane contenuta, il contributo economico delle imprese è tutt’altro che marginale. Le diverse macroaree – dal biotech industriale al biomedicale, fino al farmaceutico avanzato – mostrano una robustezza crescente, segno che il settore sta consolidando la capacità di generare valore.

Sono i numeri del giro d’affari a dire più di tante parole. A cominciare dal comparto delle biotecnologie agroalimentari che cubano 27,1 miliardi di euro rappresentando il valore maggiore in assoluto (51%).

Le red biotech, cioè quelle applicate al settore biomedico e sanitario, sono quelle in cui emerge con forza la componente più innovativa, mentre in terza posizione troviamo le biotecnologie per industria e ambiente che fatturano complessivamente 5,4 miliardi e rappresentano il 10% del totale.

Se la dimensione media rimane contenuta, il contributo economico delle imprese è tutt’altro che marginale

Il dato che colpisce è il fatturato medio dei player: 47 milioni di euro per le imprese biomediche, 7 milioni per quelle agroalimentari e 3 milioni per quelle del biotech industriale e ambientale.

È qui che si misura la distanza tra il “peso industriale” delle diverse aree. E il report sottolinea anche come il fatturato derivi da una pluralità di fonti, articolato in macrocategorie complementari e radicato in specifiche aree territoriali. Alcune regioni, forti della presenza di poli universitari e cluster tecnologici, trainano la crescita con una densità maggiore di imprese e ricavi. Una geografia a macchia di leopardo che, però, racconta un fenomeno chiaro: dove si investe in ricerca, il biotech risponde.

Distribuzione del fatturato biotech italiano sul territorio per macroarea biotecnologica

Startup e PMI innovative: la spina dorsale della nuova biologia applicata

Il mercato delle startup e delle PMI biotecnologiche sta vivendo una fase che il report definisce di “vivacità strutturale”. L’analisi dell’età media delle imprese mostra un ecosistema giovane, con una porzione significativa di aziende nate negli ultimi dieci anni. Un dato che racconta sia la vitalità del settore, sia la lettura dei fabbisogni emergenti: digitalizzazione dei processi biologici, nuovi modelli terapeutici, tecnologie di frontiera.

Le evidenze parlano di vero dinamismo di un sistema in divenire. Nel 2024 si contano 559 PMI, con una crescita del 14%. Il fatturato sale a 249 milioni di euro (+8%), gli addetti a 1.803 (+3%), il costo del personale a 91,6 milioni (+16%).

Lo zoccolo duro è lombardo (27% delle imprese, 32% del fatturato). E oltre il 90% delle realtà più giovani si concentra nel macrosettore industria e ambiente, segno che le tecnologie deep-tech e la bioeconomia circolare sono diventate terreno fertile per l’innovazione “bottom-up”.

L’innovazione biotech è una sfida collettiva. E la sua riuscita è un’opportunità per tutti

Non mancano poi gli investimenti: i flussi di capitale – pubblici e privati – disegnano un panorama in progressiva maturazione. Numero di operazioni e i capitali impiegati non sono più episodi isolati, ma parte di un trend consolidato che sta abituando il biotech italiano a dialogare con il mondo del venture capital e dei fondi specializzati.

Ciononostante, il report mostra un ecosistema di startup e PMI deep-tech dinamico sì ma ancora frenato da ostacoli strutturali come accesso limitato ai capitali, incertezze normative e pressione competitiva globale. Vien da chiedersi, alla luce della legge di Bilancio in discussione, quali misure servirebbero davvero per sostenere la crescita delle imprese biotech e non perdere terreno rispetto a Stati Uniti, Cina e ai futuri programmi europei come il Biotech Act. Risponde Greco: «Serve una strategia nazionale unitaria e di lungo periodo, fondata su una visione chiara e coerente con quella dell’Unione Europea. Occorre investire in infrastrutture strategiche, come centri di biomanifattura e impianti GMP (Good manufacturing practices), e attivare strumenti fiscali e finanziari per sostenere la competitività delle nostre imprese. Come Assobiotec stiamo dialogando con Istituzioni e decisori per costruire quell’ecosistema dell’innovazione dove tutte le componenti del “biotech journey” – ricerca, sviluppo, produzione e accesso – possano interagire in modo fluido e virtuoso. L’innovazione biotech è una sfida collettiva. E la sua riuscita è un’opportunità per tutti”.

Lavoro e competenze: 102.565 addetti, con tre filiere che ne assorbono il 78%

Naturalmente un settore così dinamico e che necessita di know-how spesso altamente specializzato diventa anche volano di occupazione. E così nel 2024 gli addetti hanno raggiunto quota 102.565 (+4%). Con tre filiere che trainano l’occupazione: quella delle bevande fermentate (33% – 34.290 addetti), quella del farmaco (28% e 28.974 addetti) e quelle della produzione di sementi e alimenti (17% e 17.581 addetti).

Di riflesso cresce anche il costo del personale. Non solo per l’aumento assoluto degli addetti, ma anche in virtù delle retribuzioni che devono confrontarsi con la qualità delle professionalità coinvolte. È così che l’ordine dei settori cambia. Con quello biomedico che assorbe il 47% delle retribuzioni, con costi medi oltre 85.000 euro per addetto, il comparto industria/ambiente con retribuzioni medie di 61.000 euro e quello agroalimentare con 46.000 euro.

A trainare l’occupazione sono tre filiere strategiche: bevande fermentate, farmaceutica e produzione di sementi e alimenti

Interessante, anche se scontata per chi conosce bene il biotech italiano, l’analisi della distribuzione territoriale della ricchezza generata dalle biotecnologie tricolori. Il quadro è netto: il Nord genera il 71% del fatturato nazionale e assorbe il 65% dei costi del personale. La Lombardia, da sola, vale un terzo del business, quasi 18 miliardi di euro.

Come a dire, se ce ne fosse bisogno, che si tratta di un settore che crea posti di lavoro qualificati – e li crea soprattutto dove già esistono sistemi produttivi forti. Un dato che dovrebbe stimolare la riflessione di chi disegna le politiche industriali del nostro Paese, soprattutto quelle dedicate alle aree in cui la radicazione di un tessuto imprenditoriale forte e tecnologicamente avanzato costituirebbe un vero strumento di contrasto all’abbandono dei territori da parte delle nuove generazioni.

Distribuzione del costo del personale del biotech in Italia per area geografica e regione

Imprenditorialità e casi di successo: l’Italia che riesce

A dare sostanza alle curve dei grafici arrivano i racconti delle storie imprenditoriali. Il report mette in luce casi concreti: startup che diventano PMI robuste; spin-off nati da dipartimenti universitari e oggi attivi su mercati internazionali; imprese che hanno intercettato cambiamenti regolatori e scientifici trovando il proprio spazio competitivo.

L’innovazione biotech italiana non è solo laboratorio, ma sempre più impresa

Sono storie che confermano un dato chiave: l’innovazione biotech italiana non è solo laboratorio, ma sempre più impresa. E quando i due mondi dialogano, la filiera funziona.

Tra certezze e sfide, bisogna iniziare a osare

Il quadro che emerge quindi è quello di un settore che cresce nei numeri ma soprattutto nel suo “peso specifico” all’interno dell’economia della conoscenza. La sfida, oggi, è trasformare la frammentazione in forza sistemica: fare massa critica, attrarre più capitali, mantenere in Italia i talenti e continuare a costruire ponti solidi tra ricerca e mercato.

Le imprese ci sono, il mercato pure, anche se mancano ancora scale-up industriali, capitali più coraggiosi e un ecosistema normativo capace di accompagnare davvero la crescita.

Fare leva sulle eccellenze e superare questi ostacoli permetterà al comparto biotech di diventare uno dei motori più affidabili della nuova economia italiana.

Il primo passo è il riconoscimento condiviso del valore dell’innovazione

Proprio come ha rimarcato il presidente di Assobiotec nel suo intervento, richiamando la necessità di una strategia industriale nazionale ed europea capace di rafforzare autonomia tecnologica e competitività, soprattutto in un contesto geopolitico segnato dal cambio di strategia degli Usa e dal ruolo emergente di Cina e India. E indicando le priorità attuali per rendere il biotech un pilastro del Made in Italy del futuro, sia sul fronte della ricerca sia su quello delle produzioni: «Il biotech è un settore ad altissima intensità di capitale, caratterizzato da un tasso di successo ridotto nelle pipeline di sviluppo e dalla necessità di competenze altamente specialistiche. Per questo riteniamo fondamentali un quadro normativo più semplice e prevedibile, incentivi mirati per chi investe in ricerca, e una maggiore armonizzazione dei processi regolatori, oggi ancora troppo frammentati. Allo stesso tempo, è essenziale rafforzare la formazione dei giovani e degli operatori, affinché sia pienamente coerente con l’evoluzione tecnologica che le biotecnologie stanno imprimendo al sistema produttivo. Ma il primo passo – davvero imprescindibile – è il riconoscimento condiviso del valore dell’innovazione: solo così questa potrà tradursi rapidamente in soluzioni e prodotti capaci di generare beneficio reale per le persone e per la società nel suo insieme”.

Il report Assobiotec 2025, nel frattempo, lascia un messaggio chiaro: le condizioni perché tutto ciò accada stanno già prendendo forma. Il salto di qualità dipende da quanto l’Italia sarà capace — finalmente — di spingere sull’acceleratore.

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Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità