«Tutto nasce dalla preoccupazione e dalla percezione dell’importante cambiamento in corso con l’avvento della nuova amministrazione americana». Daniela De Biase, Professore Associato e Coordinatrice della Commissione Internazionalizzazione della Facoltà di Farmacia e Medicina della Sapienza Università di Roma, non usa mezzi termini nel descrivere lo scenario che ha suscitato una crescente preoccupazione nella comunità accademica internazionale. La crescente politicizzazione della realtà accademica e la richiesta di riconsiderare il ruolo di istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno acceso un’attenta riflessione sul futuro della libertà accademica e della collaborazione internazionale.
In questo contesto si inserisce il lavoro della World Health Summit Academic Alliance, di cui De Biase è membro eletto nell’Executive Committee. L’alleanza riunisce circa trenta accademie nel mondo, dall’Australia agli Stati Uniti fino al Brasile, e supporta il World Health Summit (WHS) nato da un’idea dell’Ospedale Universitario Charité di Berlino. L’obiettivo del WHS è unire le comunità accademiche intorno ai problemi della salute globale e garantire, a tutti, gli stessi livelli di accesso alla salute. Proprio per questo, ogni anno, vengono affrontati molti temi durante il Summit Globale di Berlino mantenendo sempre l’equità come filo conduttore.

Accanto al Summit globale, sono promossi anche regional meeting per entrare nelle realtà locali: Roma è stata protagonista nel 2022 alla Sapienza, «un momento importante per fare il punto della situazione post pandemica», sottolinea la ricercatrice.
È da questa realtà che le preoccupazioni della comunità accademica internazionale si traducono in una riflessione strutturata sul futuro della Health Governance globale: il WHS diventa quindi un organismo di coordinamento globale per tradurre le criticità emerse in raccomandazioni concrete.
«Tutelare la libertà accademica senza la quale penso siamo finiti, tutelare e salvaguardare le collaborazioni internazionali sulle quali noi crediamo fortemente e ovviamente in tutto questo combattere la disinformazione». Daniela De Biase introduce così tre raccomandazioni politiche essenziali e interdipendenti per raggiungere il terzo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (SGD3): Good Health and Well Being.

Libertà accademica: senza rispetto della complessità della ricerca, il rischio è l’oscurantismo
La prima raccomandazione è chiara: difendere la libertà accademica, recente nodo di discussione visti alcuni casi di censura scientifica.
«Volere influenzare politicamente e indirizzare troppo la ricerca è un freno alla nostra libertà intellettuale, è voler negare un futuro», afferma De Biase e ciò porterebbe a «un momento di oscurantismo che non fa bene perché il progresso scientifico viene da quelle realtà dove i ricercatori sono stati lasciati completamente liberi».
L’obiettivo del WHS è unire le comunità accademiche intorno ai problemi della salute globale e garantire a tutti gli stessi livelli di accesso alla salute
Daniela De Biase avverte inoltre del rischio geopolitico: «Paesi più lungimiranti avranno la meglio perché continueranno a lasciare i propri ricercatori liberi sapendo che lì si giocano anche un dominio sull’intera popolazione mondiale».
Infatti, la libertà accademica non vuole essere sinonimo di anarchia, ma semplicemente indica il rispetto della complessità della ricerca perché «la ricerca ha i suoi tempi e una delle cose più belle è di scoprire qualcosa che non ci aspettavamo, noi stessi ci stupiamo», afferma la ricercatrice.
Dalla vulnerabilità al multilateralismo: nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti
La seconda raccomandazione riguarda la collaborazione internazionale che richiama il concetto “No one is safe until everyone is safe”.
Come ricorda De Biase, durante la pandemia COVID-19 «abbiamo percepito quanto possiamo essere vulnerabili anche nei Paesi più avanzati davanti a un piccolo agente infettivo».
L’agire insieme non è solo una garanzia per la comunità ma anche per il singolo, che sua volta non è un rischio per la comunità
La vulnerabilità ha fatto riflettere sull’agire insieme che «non è solo una garanzia per la comunità», afferma, «ma è una garanzia anche per il singolo che a sua volta non è un rischio per la comunità». Nello stesso momento, ha anche generato individualismo, insicurezza e sfiducia causando fratture in un mondo globalizzato dove la collaborazione scientifica e la cooperazione non possono essere ignorate. «Se non lavoriamo insieme a livello internazionale, mettiamo a rischio tutto il sistema che abbiamo costruito in questi anni», sottolinea De Biase.
È proprio per intervenire su questo senso di sfiducia e incertezza che il WHS promuove la collaborazione internazionale, elemento chiave per garantire i livelli di sicurezza di salute globale.
Lotta all’infodemia e alla disinformazione: quando si nega l’evidenza, si indebolisce il sistema
La terza raccomandazione riguarda il contrasto alla disinformazione, interdipendente alla libertà accademica.
Dopo il COVID-19, conquiste scientifiche, come le campagne vaccinali, sono state messe in dubbio, «ci sono situazioni dove si registrano degli aumenti pericolosi di casi di morbillo», spiega De Biase.
La modalità di comunicazione diventa quindi essenziale perché, come sottolinea, «se non viene canalizzata, nei modi e con il linguaggio opportuno, c’è un rischio di deriva ideologica».
Senza modi e linguaggi opportuni, la comunicazione rischia la deriva ideologica
Questo panorama rimanda direttamente allo scenario pandemico quando una comunicazione poco chiara e l’infodemia hanno alimentato sfiducia, disorientamento e insicurezza creando una situazione ad alto rischio perché «la disinformazione può distruggere decenni di lavoro appassionato e non finalizzato a fare ricco qualcuno, ma solo per il bene dell’umanità, perché è ciò che anima i ricercatori», dichiara.
Da qui nasce l’urgenza di riaffermare un principio fondamentale: «I ricercatori e i flussi della scienza devono essere rispettati e la popolazione correttamente informata, ma al tempo stesso non si deve negare quello che è l’evidenza scientifica».
Uno sguardo alla realtà italiana tra burocrazia, precarietà e rischio per l’Universal Health Coverage
«Ci stiamo troppo burocratizzando e questo uccide la nostra attitudine, siamo pagati per pensare e fare esperimenti, io vedo che c’è una deriva pericolosa», così Daniela De Biase apre un punto di riflessione sulla realtà italiana. «Non si fa solo del male alla ricerca, ma anche al finanziamento dello Stato», avverte.
A questo si aggiunge la precarizzazione delle carriere e l’attenzione sulla quantità piuttosto che la qualità delle pubblicazioni. Ciò determina una grande demotivazione nei giovani e alimenta la “fuga dei cervelli” perché, come sottolinea, «la forza lavoro che educhiamo e che prepariamo deve essere poi accolta, altrimenti abbiamo fallito il nostro obiettivo».
Infine, riprendendo l’obiettivo del WHS, «siamo stati un bel modello di Universal Health Coverage, forse lo siamo ancora, ma siamo un po’ a rischio», osserva Daniela De Biase. Una scelta lessicale che riflette il contesto sanitario attuale in cui il diritto alla salute è formalmente garantito, ma tempi di attesa, carenze di strutture e di professionisti sanitari obbligano i cittadini al regime privato o alla rinuncia alle cure.
Tempi di attesa e carenze di strutture e personale minano, nella pratica, l’universalità del nostro SSN
«Forse rivedere un po’ il patto che c’è con la popolazione è giusto», afferma, «senza smantellare il sistema, ma continuando a garantire il diritto alla salute».
Centrale è anche il tema della work force, tra le principali preoccupazioni dell’alleanza: «Sottopagare e demotivare è un errore grave», sottolinea la De Biase, «che pagheremo vedendo lo smantellamento di questo meraviglioso sistema oppure vedendo che tutti quanti opteranno per una sanità privata che però significa l’esclusione degli ultimi», un paradosso in un Paese come l’Italia dove la solidarietà è parte integrante dell’identità culturale.
Questa riflessione globale ci restituisce l’immagine di una realtà complessa in cui le raccomandazioni non possono restare solo delle dichiarazioni utopistiche: il WHS si pone come strumento multilaterale e le trasforma in un intervento strutturale per un ecosistema sanitario globale più trasparente, distribuito, resiliente e sostenibile.








