C’è un dato che colpisce perché racconta una disuguaglianza che pesa: essere poveri significa anche vivere meno. Fino a nove anni in meno. È questo il quadro che emerge da una recente analisi condotta negli Stati Uniti dal National Council on Aging insieme al LeadingAge Long-Term Services and Supports Center dell’Università del Massachusetts, che ha acceso i riflettori sulle condizioni di salute degli over 60 e sul legame sempre più stretto tra reddito e aspettativa di vita.
Lo studio, basato sui dati dell’Health and Retirement Study (la principale indagine nazionale su salute e pensionamento negli USA) mostra come gli anziani con minori risorse economiche siano esposti a un rischio di mortalità nettamente più alto rispetto ai coetanei più abbienti. A pesare non è solo la fragilità legata all’età, ma soprattutto la difficoltà di accedere a cure adeguate, a servizi di assistenza continuativa e a un sistema sanitario che, negli anni, è diventato sempre meno inclusivo. Un divario che non è solo statistico, ma profondamente sociale e che pone interrogativi urgenti anche per l’Europa e per l’Italia. Il rischio che la povertà diventi una condanna silenziosa a una vecchiaia più breve e più fragile è concreto.
Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Dario Leosco, Presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) e professore Ordinario di Geriatria, Università degli Studi di Napoli Federico II.

Quanto il legame tra reddito e aspettativa di vita è ormai consolidato anche sul piano scientifico e quanto riguarda da vicino l’Italia?
«Secondo l’analisi condotta negli Stati Uniti, gli anziani che appartengono al 20% più povero della popolazione, con un reddito medio inferiore ai 20.000 dollari l’anno, muoiono con una frequenza quasi doppia rispetto ai loro coetanei con un reddito annuo pari o superiore ai 120.000 dollari. Nel periodo compreso tra il 2018 e il 2022, infatti, il tasso di mortalità degli over 60 economicamente più svantaggiati ha raggiunto il 21%, mentre tra i più benestanti si è fermato intorno al 10,7%. È proprio questa differenza di quasi dieci punti percentuali che traduce in termini concreti l’impatto della povertà sulla vita. In media, gli anziani con meno risorse muoiono circa nove anni prima di quelli più abbienti. Tali risultati, in linea con anni di ricerca, fanno però emergere che, oggi, il problema è più grave di quanto fosse in passato per l’aumento delle disuguaglianze di reddito, con una povertà assoluta crescente soprattutto tra gli anziani, che in Italia interessa circa 1 milione di over65, secondo i più recenti dati ISTAT.
Un precedente grande studio internazionale pubblicato nel 2017 sul “British Medical Journal”, nell’ambito del progetto europeo LifePath, che ha coinvolto anche l’Italia, aveva già dimostrato una riduzione dell’aspettativa di vita delle persone più anziane, dai 4 ai 7 anni, associata a una posizione socio-economico svantaggiata, con un impatto negativo paragonabile a quello provocato da altri noti fattori di rischio, come sedentarietà, diabete e fumo».
La scarsità economica si trasforma in un fattore di rischio biologico che accorcia l’esistenza e riduce gli anni vissuti in buona salute
In che modo la povertà ha un impatto rilevante nelle persone anziane, accelerando perfino l’invecchiamento e aumentando il rischio di malattie e morte precoce?
«Non si tratta soltanto di avere meno mezzi: lo svantaggio socioeconomico, espresso in termini di reddito, istruzione, alloggio, si “fa strada” anche nell’organismo, provocando in misura inversamente proporzionale al reddito una condizione di stress cronico che può portare a un’infiammazione sistemica di tutti i tessuti. Questa rappresenta terreno fertile per il prosperare di malattie neurodegenerative, cardiovascolari e oncologiche, cui si aggiunge l’effetto antagonista nei confronti del sistema immunitario, con la conseguente perdita progressiva delle capacità dell’organismo di difendersi da agenti. La scarsità economica si trasforma quindi anche in un fattore di rischio biologico che accorcia l’esistenza e riduce gli anni vissuti in buona salute».
Dove il nostro SSN fatica di più nel tutelare gli anziani con minori risorse economiche: prevenzione, accesso alle cure, assistenza territoriale o continuità assistenziale?
«Il Servizio sanitario nazionale si trova oggi in una fase di profonda trasformazione e tensione. Sebbene il principio di universalità resti il pilastro fondante, i dati più recenti evidenziano che la condizione economica dell’anziano è diventata un determinante di salute discriminante. L’accesso alle cure è l’area in cui la disuguaglianza è più visibile e violenta.
Inoltre, le lunghe liste d’attesa spingono chi ha risorse verso il privato (spesa out-of-pocket) e chi non le ha è costretto ad aspettare mesi, portando a diagnosi tardive che aggravano la prognosi. L’uso di app e portali per prenotare favorisce chi ha supporto tecnologico, penalizzando gli anziani soli e meno istruiti. L’assistenza territoriale è poi ancora il punto più debole del sistema e nonostante i progetti per Case e Ospedali di Comunità, l’integrazione tra sanità e sociale è ancora frammentata. Quella domiciliare, invece, sebbene in crescita, è spesso limitata a interventi brevi che non garantiscono quella presa in carico globale di cui un anziano povero (che non può permettersi una badante) avrebbe bisogno».
Se un anziano a basso reddito non può permettersi il privato, il SSN deve garantirgli una corsia preferenziale o un sistema di fast-track basato non solo sulla gravità clinica, ma sulla vulnerabilità socio-economica
Quali sono le principali criticità nell’assistenza e nella prevenzione per la popolazione anziana?
«La continuità assistenziale, poiché la mancanza di connessione tra ospedale e domicilio genera il fenomeno del “paziente sospeso”. Ci sono poi le dimissioni difficili, quelle che riguardano anziani con minori risorse economiche che spesso vivono in abitazioni non idonee o in solitudine. Senza una rete di continuità assistenziale forte, questi pazienti subiscono ricoveri frequenti, che il sistema fatica a gestire in modo strutturato. Anche la prevenzione è la prima a essere sacrificata quando le risorse scarseggiano e mi riferisco anche allo screening. C’è un marcato gradiente sociale e geografico. Gli anziani con basso reddito partecipano molto meno ai programmi di screening oncologico, spesso per mancanza di informazione o per la difficoltà logistica di raggiungere i centri (mancanza di mezzi di trasporto propri)».
Se la povertà sottrae anni di vita, quali scelte politiche e sanitarie non sono più rinviabili?
«La risposta non può essere solo tecnica, ma deve diventare una priorità di “architettura sociale”. Oggi, nel 2026, ci troviamo in un momento di svolta: le risorse del PNRR sono state spese e la riforma della non autosufficienza è entrata nella sua fase operativa, ma con molte ombre. La scelta politica deve essere quella di individuare strumenti che permettano di finanziare progetti di vita personalizzati, unendo risorse sanitarie e sociali per mantenere l’anziano a casa propria. La “Prestazione Universale” sperimentata nel 2025 deve diventare strutturale e graduata. L’anziano povero deve ricevere non solo un assegno ma servizi diretti (assistenza domiciliare professionale) per evitare che i soldi siano usati solo per sopravvivere e non per curarsi. Quanto alle liste di attesa, non basta aumentare le prestazioni, serve una politica di “priorità sociale”».
Le società scientifiche devono evolvere verso advocacy e monitoraggio, producendo dati su esiti e disuguaglianze
Che ruolo possono avere le società scientifiche nel riportare il tema al centro del dibattito pubblico?
«Le società scientifiche non possono più limitarsi a scrivere linee guida cliniche. Il loro nuovo ruolo è di tipo advocacy e monitoraggio. Devono produrre dati che non misurino solo “quanti pazienti sono guariti”, ma chi è rimasto indietro. Serve una reportistica annuale che denunci il legame tra reddito e fallimento terapeutico. Devono spingere per modelli di cura che non richiedano competenze digitali o burocratiche estreme (spesso barriere insormontabili per gli anziani meno istruiti).
Poi educare i medici a riconoscere che la povertà è una patologia. Un medico che prescrive un farmaco costoso o una dieta specifica a un anziano che non arriva a fine mese sta fallendo la sua missione clinica se non segnala la fragilità ai servizi sociali. Individuare tutti quei fattori che possono contribuire a migliorare non solo l’aspettativa di vita ma anche la qualità della vita negli anni più avanzati contrastando la disabilità e la non autosufficienza».







