In concomitanza con l’iter parlamentare per l’istituzione della Giornata Nazionale contro il melanoma è fondamentale promuovere un’azione strutturata di sanità pubblica che ottimizzi la diagnosi precoce, che garantisca l’accesso alle visite specialistiche e che riduca l’incidenza della patologia. In un Paese in cui si stimano 12–15 mila nuove diagnosi ogni anno, la prevenzione non può più essere affidata a iniziative episodiche, ma richiede strategie coordinate, strumenti innovativi come la telemedicina e un coinvolgimento attivo dei professionisti sul territorio.
È in questo contesto che Paolo Ascierto, oncologo di fama mondiale, Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative presso l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli, da anni impegnato nella lotta contro il melanoma e Presidente di una Fondazione dedicata, sottolinea a TrendSanità il valore culturale e clinico di una ricorrenza nazionale: un segnale importante, ma soprattutto un punto di partenza per costruire politiche “a sistema”.

Qual è il valore reale dell’istituzione di una Giornata nazionale per la prevenzione del melanoma, per la salute pubblica?
«È un segnale importante. Non solo simbolico, ma culturale. In medicina, la prevenzione è efficace solo se entra nelle abitudini delle persone e questo richiede tempo, visibilità e coinvolgimento. Una Giornata nazionale serve proprio a questo: a creare consapevolezza, a far parlare del problema, a renderlo visibile anche a chi oggi lo ignora. Per me, che da anni combatto il melanoma ogni giorno, vedere la prevenzione entrare nell’agenda pubblica è un passo necessario. Ma non sufficiente, se non sarà accompagnato da scelte organizzative e investimenti concreti».
Quali strategie ritiene indispensabili per trasformare questa iniziativa simbolica in politiche sanitarie strutturate e ‘a sistema’?
«La Giornata nazionale è un punto di partenza, ma non può restare una campagna di comunicazione. Bisogna tradurla in azioni strutturate, come per esempio, programmi di screening organizzato per i soggetti a rischio, formazione dei medici di base e dei pediatri sul riconoscimento precoce, finanziamento stabile di attività di prevenzione sul territorio e snellimento dei percorsi di accesso alla diagnosi dermatologica.
La Giornata nazionale è un punto di partenza, ma alla consapevolezza devono seguire azioni e politiche strutturate
E poi serve anche una comunicazione costante, non solo stagionale o occasionale. I comportamenti di prevenzione devono diventare parte della vita quotidiana, come mettersi la cintura in auto. Solo allora avremo fatto davvero sanità pubblica».
Il disegno di legge prevede anche l’uso della telemedicina e lo screening per categorie a rischio come gli over 50 o chi ha familiarità per melanoma. Quali sono, secondo lei, i limiti e i vantaggi di queste misure?
«Le nuove tecnologie possono democratizzare la prevenzione, portarla dove oggi non arriva. La teledermatologia, ad esempio, consente di fare un primo screening a distanza, riducendo i tempi e superando barriere geografiche. Ovviamente, va regolata con attenzione, perché la diagnosi definitiva resta clinica e istologica. Ma può diventare uno strumento potente per intercettare precocemente i casi sospetti, soprattutto in aree dove mancano specialisti. Lo screening mirato per categorie a rischio è un altro passo nella giusta direzione. L’importante è non confondere “accesso mirato” con “selezione escludente”. La prevenzione deve rimanere universale, ma con priorità chiare».
Alla luce dei dati di incidenza in aumento (circa 12–15mila nuovi casi all’anno in Italia), quali messaggi chiave vorrebbe trasmettere su prevenzione primaria (es. protezione solare) e secondaria (es. autoesame e visite dermatologiche)?
Teledermatologia e rete territoriale possono ampliare l’accesso alle visite e ridurre le disuguaglianze
«Il primo messaggio è molto semplice: la prevenzione salva la vita. Il melanoma è tra i tumori più curabili se preso in tempo. Bastano gesti quotidiani, come: usare la protezione solare non solo d’estate, ma anche in quelle condizioni dove l’incidenza degli UV può essere elevata (per esempio sulla neve in giornate di sole), evitare le scottature nei bambini e nei giovani adulti, che sono un fattore di rischio cumulativo, osservare la propria pelle regolarmente e consultare un dermatologo al minimo dubbio.
È importante dire con chiarezza che nessuna terapia avanzata potrà mai essere efficace quanto una diagnosi precoce. E la diagnosi precoce, spesso, parte proprio da noi stessi, guardandoci allo specchio o ascoltando un consiglio di un familiare».
Come oncologo e Presidente di una Fondazione dedicata, quali sono le principali criticità che riscontra nella gestione clinica del melanoma nel nostro sistema sanitario, per esempio i tempi di attesa per i controlli dermatologici o le difficoltà di accesso alla diagnosi precoce?
«La criticità principale oggi è l’insufficienza delle strutture dermatologiche territoriali rispetto alla crescente domanda. La sensibilizzazione sulla prevenzione del melanoma sta aumentando, ed è un fatto positivo, ma le richieste di visite e controlli spesso superano l’offerta disponibile in alcune aree del Paese, sia nei centri di riferimento che sul territorio.
Coinvolgere i tatuatori come sentinelle della pelle migliora la prevenzione e può favorire diagnosi precoci
Per rispondere in modo efficace serve una rete più solida, che includa il coinvolgimento attivo dei medici di medicina generale, con una formazione mirata sul riconoscimento delle lesioni sospette, il potenziamento degli ambulatori territoriali dermatologici, oggi spesso sottodimensionati e l’integrazione della teledermatologia come primo filtro rapido e accessibile.
In sintesi, abbiamo bisogno di un sistema più capillare e integrato, capace di intercettare precocemente i casi sospetti e di alleggerire i grandi centri. Solo così potremo rendere realmente efficace la prevenzione secondaria e offrire una risposta tempestiva e sostenibile alla popolazione».
Il nuovo disegno di legge sulla prevenzione del melanoma introduce l’obbligo di firma di un consenso informato che i tatuatori devono proporre, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sui rischi di coprire lesioni cutanee sospette e di facilitare la diagnosi precoce. Dal punto di vista clinico e di sanità pubblica, come valuta questa scelta normativa e quali benefici reali potrebbe avere?
«I tatuaggi sono una forma d’arte e un’espressione personale, ma non devono coprire potenziali segnali di allarme. Troppo spesso vediamo dei nei “nascosti” dai tatuaggi, rendendo impossibile controllarli nel tempo. Coinvolgere i tatuatori come “sentinelle della pelle”, formandoli per riconoscere lesioni sospette e inserendo un consenso informato, è una scelta intelligente, moderna e utile. Significa fare prevenzione là dove le persone si trovano davvero, senza colpevolizzare nessuno, ma promuovendo consapevolezza condivisa».







