Oltre la barriera: il ruolo dell’etnopsicologia in carcere

In Italia circa il 30% dei detenuti ha un background migratorio. L’etnopsicologia, con interventi multidisciplinari, aiuta a comprendere e supportare queste persone in carcere

«L’altissima presenza di persone con background migratorio ha spinto la direzione della casa circondariale di Sollicciano, in provincia di Firenze, a chiederci di organizzare una proposta che favorisse una più efficace presa in carico da parte dei detenuti extracomunitari tenendo conto delle specificità culturali, degli aspetti geopolitici e del percorso migratorio». Lelia Pisani, etnopsicologa del Centro Studi Sagara, racconta l’avvio del lavoro d’équipe che intreccia il supporto psicologico nel contesto carcerario, supportando i migranti nella comprensione delle complesse procedure burocratiche che lo caratterizzano e facilitando la possibilità di accedere ai vari servizi.

Numeri e criticità

Secondo il XXI Rapporto sulle condizioni dei detenuti realizzato dall’associazione Antigone, è stabile il numero di circa 20mila persone con background migratorio all’interno degli istituti penitenziari, su un totale di 60mila detenuti. Si parla di una presenza che ha raggiunto il picco nel 2017 con quasi il 40%, e che si è successivamente ridotta, tornando lievemente ad aumentare intorno alla soglia del 31% negli anni 2023-2024 e che oggi continua ad essere più o meno intorno al 30%.

Secondo lo stesso documento gli spazi disponibili in molti casi sono inferiori al minimo stabilito per legge, i tre metri quadrati per persona, e se il problema del sovraffollamento è ben noto anche al grande pubblico, i silenziosi decessi a causa di gesti anticonservativi sono oggi un sottobosco di fatti di cui non si indagano sempre le ragioni.

L’elevata presenza di detenuti migranti richiede modelli di presa in carico sensibili alle differenze culturali

Eppure nel 2019 un ampio lavoro di ricerca che ha preso in esame 13 studi realizzati tra il 2000 e il 2018 confermava già lo stretto legame tra suicidio e patologia mentale. Il lavoro pubblicato sul Journal of Affective Disorders, realizzato dal team guidato da Lay San Too, faceva emergere che le persone con un disturbo mentale presentavano un rischio di suicidio quasi otto volte superiore rispetto alle altre persone.

Secondo Ristretti Orizzonti – associazione che si occupa di monitoraggio e tutela delle persone in carcere in Italia – nel 2025 sono stati 80 i detenuti che si sono tolti la vita. Il dossier “Morire di carcere” evidenzia i dati essenziali dei decessi, come il nome dei detenuti, i quali per quasi la metà suggeriscono un background migratorio.

E pensare che, qualche anno fa, nel 2021, con 59 casi, il nostro Paese veniva già inserito nel rapporto di Statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa (denominato SPACE I) nella casella dei paesi con più elevato tasso di suicidi. Nello stesso anno veniva pubblicato su The Lancet un altro ampio lavoro di metanalisi che prendeva in esame i dati di oltre 15mila casi di persone detenute che in 27 paesi di tutto il mondo si sono tolte la vita, andando a indagare i motivi più profondi del gesto. Lo studio evidenziava come, tra le principali cause – oltre la patologia psichiatrica non curata – emergessero la mancanza di visite sociali, cioè la condizione di isolamento e la grande solitudine a cui sono esposte alcune persone in carcere.

L’importanza delle relazioni sociali

Lelia Pisani

Pisani spiega: «La questione delle relazioni sociali e dei contatti del detenuto con la propria famiglia è cruciale. Ci siamo resi conto che una parte enorme del malessere all’interno delle carceri, per chi ha un background migratorio, è generata dall’assenza di una rete familiare». E commenta: «Per questioni amministrativo burocratiche è più complesso per i detenuti con parenti all’estero poter accedere alle telefonate con i familiari». Il motivo? «In molti paesi acquistare una scheda telefonica non richiede un contratto di proprietà, documento invece richiesto dall’istituto penale per il rilascio delle autorizzazioni alle telefonate». E continua: «In accordo con la direzione di Sollicciano è stato organizzato un servizio che ha permesso ai mediatori linguistico‑culturali dell’équipe di verificare e certificare, tramite un’intervista telefonica, l’identità del titolare del numero indicato dal detenuto».

Interventi multidisciplinari in carcere

Lelia Pisani si riferisce agli istituti penitenziari della Toscana, tra cui Pisa, Livorno e Firenze, dove è attivo l’intervento etnoclinico. Per quanto riguarda i percorsi specifici di etnopsicologia per migranti, racconta: «Il Centro Studi Sagara propone un lavoro in équipe multidisciplinare. Coinvolgiamo almeno tre figure professionali, tra cui uno psicologo, un antropologo e un mediatore linguistico culturale individuato in relazione all’area geografica di provenienza del detenuto. Il nostro obiettivo è lavorare in copresenza sia con il personale sanitario sia con gli educatori di riferimento».

Isolamento sociale, ostacoli burocratici e fragilità psichica aumentano il rischio di suicidio in carcere

E continua: «Nella nostra Scuola di specializzazione siamo impegnati nella formazione di medici e psicologi all’etnopsicoterapia, abbiamo anche un corso di mediazione etnoclinica che accoglie in formazione altre figure professionali fondamentali nel contesto etnoclinico: mediatori linguistico culturali, avvocati, medici, educatori, assistenti sociali psicoterapeuti e psichiatri”. E aggiunge: «La formazione del personale è il primo passo per una presa in carico adeguata a certe situazioni».

Formazione e competenze specialistiche

Svelando i retroscena di una professione nata nella seconda metà del secolo scorso, Pisani racconta: «Quando eravamo impegnati in contesti di cooperazione internazionale ci siamo resi conto che i nostri mezzi per prendere in carico la malattia mentale e la sofferenza psichica non erano adeguati ed efficaci. Quindi l’etnopsicologia è una disciplina che si è resa necessaria per aggiornare le nostre prospettive psicologiche sia da un punto di vista diagnostico interpretativo sia nei modelli di presa in carico».

L’etnopsicologia integra aspetti culturali, geopolitici e biografici per migliorare la qualità dell’assistenza ai detenuti

In conclusione spiega gli aspetti pratici: «Un etnopsicologo, etnopsichiatra o etnopsicoterapeuta non si interessa solo dell’etnos originario, ma anche dei contesti geopolitici e di tutto il periodo – più o meno lungo – che va da qualche mese a qualche anno di viaggio migratorio, spesso causa di molta sofferenza. Un migrante che arriva oggi e uno arrivato trent’anni fa hanno compiuto percorsi diversi, e questi fattori sono essenziali per una presa in carico completa».



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Laura Ghiandoni
Laura Ghiandoni
Giornalista e video-reporter