Piani terapeutici: semplificare per garantire continuità e accesso alle cure

I piani terapeutici, utili nei primi momenti di utilizzo dei farmaci complessi, rischiano di diventare un ostacolo per alcuni trattamenti. Un recente documento multisocietario in ambito cardiologico propone semplificazione, uniformità dei criteri prescrittivi e migliore uso dei dati AIFA. Ne parla a TrendSanità Filippo Anelli, Presidente FNOMCeO

I piani terapeutici, nati per regolare l’accesso a farmaci innovativi, possono trasformarsi in una barriera: le procedure richiedono infatti tempi lunghi per la compilazione delle carte e visite specialistiche ripetute che rallentano l’inizio o la continuità delle cure. Inoltre la disparità tra Regioni rappresenta un ulteriore ostacolo per parte della popolazione. Un problema che, nell’ambito della cardiologia, colpisce circa un milione di pazienti con patologie cardiovascolari complesse. Le principali sono scompenso cardiaco, sindrome cardio-nefro-metabolica e fibrillazione atriale. Molti dei pazienti sono anziani e con più comorbidità.

Sul Giornale Italiano di Cardiologia, nel numero di gennaio 2026, è stato pubblicato un documento che propone una riforma dei piani terapeutici. Il titolo è “Scenari clinici complessi e piani terapeutici: limiti attuali, disparità regionali di accesso e proposta di riforma”. A firmarlo sono i rappresentanti delle società scientifiche coinvolte (ANMCO, ARCA, SIMI, FADOI, SIC e IFC), insieme alla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) e alla FISM, la Federazione italiana delle Società medico-scientifiche.

Piani terapeutici e registri, nati per garantire equità e appropriatezza, oggi rischiano di rallentare le cure e aumentano la burocrazia

I piani terapeutici richiedono che, per il rinnovo, il Medico di Medicina Generale (MMG) debba rimandare allo specialista il paziente anche quando il quadro clinico è stabile. I tempi si allungano e il malato cronico vede ritardato l’accesso al farmaco di cui ha bisogno per le terapie. La compilazione richiede tra i dieci e i venti minuti. Un tempo non trascurabile per la disponibilità dei medici.

Il documento individua quattro linee di intervento principali. Queste, in sintesi, le proposte concrete. La prima è l’introduzione di un piano terapeutico semplificato, limitato alla prima prescrizione, con successivo rinnovo automatizzato. A seguire, l’uniformazione nazionale dei criteri prescrittivi e dei professionisti autorizzati a redigere i piani terapeutici. Ancora, il ritorno sistematico e trasparente dei dati raccolti nei registri AIFA alla comunità scientifica per scopi clinici, epidemiologici e decisionali. Infine, l’eliminazione del piano terapeutico per farmaci con profilo di costo-efficacia favorevole e larga esperienza clinica.

Piani terapeutici semplificati e in casi specifici eliminati

Spiega Filippo Anelli, Presidente FNOMCeO:«La prima proposta è l’introduzione di un piano terapeutico semplificato limitato alla prima prescrizione, con successivo rinnovo automatizzato. Questo semplice intervento consentirebbe di liberare tempo per le visite specialistiche, in quanto la redazione del piano terapeutico porta via al medico dai dieci ai venti minuti e non è delegabile a personale amministrativo. Le ore che così si libererebbero potrebbero essere dedicate dagli specialisti all’attività clinica, riducendo le liste d’attesa. Inoltre, si migliorerebbe l’aderenza terapeutica, la continuità dei trattamenti che non dovrebbero essere sospesi nell’attesa di avere un nuovo appuntamento per il rinnovo o addirittura abbandonati».

La necessità di rinnovare il piano ogni 6-12 mesi può compromettere l’aderenza terapeutica

«La necessità di rinnovare il piano ogni 6-12 mesi – afferma Anelli – può infatti compromettere l’aderenza terapeutica, portando a interruzioni del trattamento, che le evidenze scientifiche associano a un incremento del rischio di ospedalizzazione, peggioramento delle condizioni e mortalità».

La seconda indicazione del documento suggerisce un alleggerimento notevole delle incombenze burocratiche. Prosegue Anelli: «Un’ulteriore proposta – che per queste classi di farmaci sarebbe in larga parte applicabile e che per alcuni principi attivi è del resto già stata messa in atto – è quella di eliminare il piano terapeutico per i farmaci con profilo di costo-efficacia favorevole e larga esperienza clinica, permettendo a tutti i medici, compresi i medici di medicina generale, di prescriverli. Si potrebbero così tagliare le visite puramente burocratiche legate alla prescrizione o al rinnovo dei piani terapeutici, consentendo di liberare risorse assistenziali, riducendo il carico sui centri specialistici e rinnovando la continuità terapeutica».

Uniformare a livello nazionale i criteri prescrittivi

Filippo Anelli
Filippo Anelli

La regionalizzazione del sistema sanitario porta poi a una frammentazione e a disuguaglianze nell’accesso ai farmaci: «Questo si traduce in una disuguaglianza nell’accesso ai farmaci –  commenta Anelli – in una Regione, a redigere e aggiornare il Piano terapeutico possono essere solo specialisti di alcune branche, in altre c’è una differenziazione tra gli stessi specialisti, ad esempio i cardiologi ospedalieri sì e gli altri cardiologi no. L’attuale limitazione dell’accesso alla prescrizione di alcune classi di farmaci ai soli specialisti ospedalieri rappresenta una criticità significativa, in particolare nei contesti territoriali con carenza di personale o ridotta accessibilità agli ambulatori dedicati. Pur comprendendo la necessità di mantenere criteri stringenti nei primi momenti di utilizzo di farmaci complessi, escludere completamente i medici operanti in strutture accreditate con il Servizio sanitario nazionale o gli specialisti ambulatoriali, che comunque sono integrati nel SSN, risulta oggi anacronistico e penalizzante per la continuità assistenziale».

Ed ecco allora la terza proposta: «L’uniformazione a livello nazionale dei criteri prescrittivi e dei professionisti autorizzati a redigere i piani terapeutici», prosegue Anelli.

Il ritorno dei dati raccolti alla comunità scientifica

«Infine, i registri di monitoraggio contengono un patrimonio di dati clinici che potrebbero essere utilizzati, cosa che la stessa Aifa promuove, a fini tecnico-scientifici e decisionali. Tuttavia, tale potenziale è, ad oggi ampiamente sottoutilizzato. La raccolta di dati nei piani terapeutici, sebbene rappresenti un potenziale straordinario per il progresso della ricerca scientifica e l’appropriatezza terapeutica, non è accessibile né ai clinici né alle società scientifiche, non traducendosi quindi in un sistematico contributo alla ricerca scientifica».

La raccolta dati nei piani terapeutici resta inaccessibile a clinici e società scientifiche, limitando la ricerca

Da qui, la quarta ed ultima proposta del documento: il ritorno sistematico e trasparente dei dati raccolti nei registri AIFA alla comunità scientifica per scopi clinici, epidemiologici e decisionali. Aggiunge Anelli: «A tal fine è auspicabile una revisione sostanziale delle modalità di raccolta, standardizzazione e utilizzo secondario dei dati, nonché un maggiore coinvolgimento dei professionisti nella progettazione dei registri stessi».

Gli ostacoli del piano terapeutico nell’accesso alle terapie

Piani Terapeutici e registri di monitoraggio stono stati pensati, una ventina di anni fa, per migliorare l’appropriatezza terapeutica, l’equità di accesso e la raccolta di dati a fini regolatori e di programmazione. Tuttavia, nella pratica clinica, tali strumenti si sono progressivamente trasformati in un aggravio burocratico con impatto negativo sull’efficienza e l’efficacia del processo terapeutico.

Superare le barriere dei piani terapeutici diventa un imperativo clinico, organizzativo ed etico per garantire cure

Conclude Anelli: «Come riportato sul sito AIFA, i registri dovrebbero “rendere possibile l’accesso alle cure con modalità omogenee su tutto il territorio nazionale” e “non possono interferire con la cura del paziente”. Numerose segnalazioni da parte di clinici, società scientifiche e associazioni di pazienti indicano invece che i piani terapeutici, con le disomogeneità applicative a livello regionale, i ritardi nell’ottenimento delle credenziali, l’onere amministrativo e l’obbligatorietà del rinnovo tramite visita specialistica, si configurano spesso come ostacoli concreti all’accesso tempestivo alle terapie, contraddicendo nei fatti gli obiettivi dichiarati. Il superamento delle barriere prescrittive costituite dai piani terapeutici non è dunque soltanto un’esigenza clinica ma anche un imperativo organizzativo ed etico, al fine di non ritardare o limitare l’accesso alle cure».

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Alessandra Margreth
Giornalista professionista, esperta di temi salute e sanità