Non è più soltanto una questione sanitaria. L’innovazione in salute, oggi, si colloca al crocevia tra politica industriale, sostenibilità dei sistemi pubblici e sicurezza nazionale. È questo il filo rosso che ha attraversato “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, l’iniziativa promossa da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria, che il 9 aprile ha riunito istituzioni, industria e comunità scientifica per interrogarsi su una delle sfide più rilevanti per il Paese: rendere l’innovazione realmente accessibile.
Una sfida che, come emerge dai dati, vale contemporaneamente salute e Pil (Prodotto interno lordo). In Europa l’economia della salute genera infatti 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto, pari al 3,3% del Pil, mentre la sola ricerca farmaceutica mobilita 55 miliardi di euro di investimenti. In questo scenario, l’Italia si conferma un attore di primo piano: seconda in Europa per produzione, con 56 miliardi di valore e 411 aziende, ma ancora chiamata ad accelerare su accesso e tempistiche.
Innovazione accessibile: quando il valore arriva davvero alle persone
Il concetto chiave emerso nel corso dei lavori è netto: “L’innovazione è realmente tale solo se arriva alle persone”. Nel messaggio inviato ai partecipanti, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiarito la portata sistemica del tema: «Solo se riduce le distanze territoriali, solo se accorcia i tempi di diagnosi e di presa in carico, solo se non amplia le disuguaglianze, ma contribuisce a ridurle, possiamo parlare davvero di innovazione».
Occorre lavorare su tre assi strategici: equità, sostenibilità e semplificazione normativa
Un richiamo che tocca uno dei nodi più critici del sistema italiano: i tempi di accesso. Se la Francia garantisce percorsi strutturati che possono portare all’accesso in circa 80 giorni, in Italia il tempo medio si attesta intorno ai 424 giorni per i nuovi farmaci, con performance ancora meno efficaci per le soluzioni più innovative. Un ritardo che, per il titolare della Salute, «un Paese moderno non può permettersi», soprattutto laddove esistono evidenze scientifiche e benefici concreti per i pazienti.
L’occasione dell’incontro ha permesso di raccogliere una opinione condivisa – non sempre accade – tanto da parte della compagine industriale quanto sul lato istituzionale: occorre lavorare su tre assi strategici: equità, sostenibilità e semplificazione normativa.
Sanità e industria: un asset strategico per il Paese
In quest’ottica, i numeri parlano chiaro: l’economia della salute è un vero e proprio moltiplicatore di crescita. Secondo le stime richiamate durante l’evento, ogni euro investito in salute può generare tra i 2 e i 4 euro di Pil, grazie a effetti diretti, indiretti e indotti.
Un concetto ribadito con forza dal viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini, che ha invitato a “chiamare le cose con il loro nome”: «Quando parliamo di economia della salute stiamo parlando di competitività strutturale, di attrattività per gli investimenti, di manifattura ad alto valore aggiunto, di occupazione qualificata».
Ogni euro investito in salute può generare tra i 2 e i 4 euro di Pil, grazie a effetti diretti, indiretti e indotti
I dati, del resto, confermano questa lettura. Il settore farmaceutico italiano vale 54 miliardi di euro di export e ha registrato nel 2025 una crescita delle esportazioni di quasi il 30%, «la migliore performance in Europa». Non solo: l’Italia è oggi il secondo produttore farmaceutico europeo dopo la Germania, una posizione che – ha avvertito Valentini – «non va intesa come un dato storico da incorniciare, ma come una piattaforma da cui rilanciare continuamente».
Investimenti e fiducia: il ruolo delle multinazionali
A rafforzare questa piattaforma contribuisce in modo determinante la presenza delle multinazionali. Negli ultimi anni, ha sottolineato Valentini, «le multinazionali attive in Italia hanno annunciato investimenti superiori ai quattro miliardi di euro in nuovi impianti e ampliamenti produttivi».
Tra i casi citati, GSK – promotrice dell’evento – ha investito oltre 800 milioni di euro tra il 2020 e il 2025, mentre Novartis ha annunciato più di 150 milioni entro il 2028, con un forte focus sulla ricerca clinica. Segnali che indicano una fiducia strutturale nel sistema Paese: «Il mondo investe in Italia perché l’Italia sa produrre, sa ricercare, sa fare».
Il nodo, tuttavia, resta la capacità di trasformare questa fiducia in un vantaggio competitivo duraturo.
Per arrivare a questo risultato le leve su cui agire sono diverse. Tra queste, attivare cluster per attirare investimenti in ricerca clinica perché «salute è economia», indica Daniela Bianco, Partner e responsabile area Healthcare di Thea Group. Occorre poi fare programmazione sanitaria partendo dai bisogni attuali e prospettici di una popolazione che sta cambiando per età e patologie correlate, con «una collaborazione tra Stato e Regioni che sarà sempre più importante», ha sottolineato Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento, Programmazione, Dispositivi medici, Farmaco e Politiche in favore del SSN del Ministero della Salute. A patto che ci sia «l’ingaggio del ministero dell’Economia e delle Finanze che, in un’ottica di sistema, deve disegnare un percorso con le persone al centro, considerando che chi sta bene produce, spende e quindi produce Pil», ha precisato Beatrice Lorenzin, V Commissione permanente Bilancio del Senato.
GSK Italia: un hub tra ricerca, produzione e impatto economico
All’interno di questo ecosistema, GSK rappresenta un caso emblematico di integrazione tra ricerca, industria e territorio. Con due centri di ricerca e due stabilimenti produttivi, oltre 4.200 addetti e una rete che coinvolge quasi 9.000 occupati considerando l’indotto, l’azienda genera un impatto economico complessivo di oltre 1 miliardo di euro.
Nel 2024, gli investimenti hanno raggiunto i 324 milioni di euro, di cui 172 destinati alla ricerca, mentre l’export ha superato i 600 milioni. Un contributo che si riflette anche sul piano sanitario: le soluzioni terapeutiche dell’azienda sono utilizzate da una persona su due con malattie respiratorie croniche e da due su tre tra le persone che vivono con HIV, mentre 9 neonati su 10 ricevono almeno un vaccino sviluppato dall’azienda.
«L’Italia ha una base industriale e scientifica che può giocare da protagonista», ha dichiarato Antonino Biroccio, presidente e General Manager di GSK Italia. Ma, ha aggiunto, «per fare un salto ulteriore serve riconoscere e premiare l’innovazione accessibile, perché è quella che attrae investimenti e rende l’Europa competitiva».
Innovazione clinica: il caso del mieloma multiplo
Un esempio concreto di innovazione è rappresentato dagli anticorpi farmaco-coniugati (ADC), tra le tecnologie più avanzate oggi disponibili in oncologia. Nel caso del mieloma multiplo – seconda neoplasia ematologica per diffusione – queste soluzioni consentono di colpire in modo mirato le cellule tumorali, riducendo gli effetti collaterali.
I dati clinici sono significativi: negli studi DREAMM-7 e DREAMM-8, il farmaco belantamab mafodotin ha dimostrato un aumento della sopravvivenza libera da progressione fino a 36,6 mesi rispetto ai 13,4 mesi dello standard di cura, con una riduzione del rischio di morte del 42%. Un risultato che evidenzia il potenziale trasformativo dell’innovazione, ma che richiama anche l’urgenza di garantirne l’accesso.
Le sfide aperte: tempi, equità, demografia
Nonostante i punti di forza, restano criticità strutturali. Tra queste, i tempi di accesso alle terapie innovative restano ampiamente superiori rispetto a Paesi considerati un riferimento, come la Francia: all’ombra della Tour Eiffel siamo a 80 giorni dalla richiesta, mentre nel Belpaese il tempo medio di accesso ai nuovi farmaci è 424 giorni. Cinque volte tanto.
I tempi di accesso al farmaco innovativo in Italia restano tra i più lunghi d’Europa
Ed è di nuovo il messaggio del Ministro Schillaci a evidenziare come occorra un cambio di passo: «Dobbiamo accelerare i processi, rafforzare le reti, valorizzare le eccellenze, sostenere la ricerca clinica, attrarre investimenti». Ma soprattutto, serve una visione condivisa: «Un’Italia in cui innovazione significhi più salute, più equità, più sviluppo, più sicurezza e più futuro».
Una visione sistemica per la competitività
Il messaggio che arriva dai “Dialoghi” è chiaro: l’innovazione accessibile non è una variabile tecnica, ma una scelta strategica. Riguarda la capacità del sistema sanitario di evolvere, quella dell’industria di competere e quella delle istituzioni di governare il cambiamento.
In un contesto globale segnato dalla competizione tra grandi blocchi e dalla crescente rilevanza della sicurezza sanitaria, la salute diventa così un elemento chiave dell’autonomia strategica. Non solo per garantire cure ai cittadini, ma per sostenere crescita, occupazione e resilienza.
La sfida, ora, è trasformare il confronto in politiche concrete. Perché, come emerso con forza a Roma, l’innovazione – per diventare davvero progresso – deve essere non solo possibile, ma accessibile.









