Accessibilità in sanità: oltre le barriere visibili, verso ambienti di cura inclusivi

Scale, luci, rumori, percorsi confusi: nei luoghi di cura, ciò che ostacola davvero l’autonomia e la qualità dell'assistenza non sempre si vede. Con Daniela Pedrini (SIAIS) e l’architetto Filippo Taidelli approfondiamo errori ricorrenti, assenze normative e buone pratiche per progettare spazi più umani, flessibili e attenti ai bisogni delle persone fragili

Quando si parla di accessibilità negli spazi della salute, il pensiero corre subito a scale, rampe o porte strette. Ma le barriere più insidiose sono spesso invisibili: riguardano la percezione, l’orientamento, la comprensione e l’interazione con l’ambiente. Nei luoghi di cura – ospedali, RSA, ambulatori, centri riabilitativi – queste barriere possono trasformarsi in ostacoli reali all’autonomia e alla qualità della cura.

A TrendSanità ne abbiamo parlato con Daniela Pedrini, presidente della Società Italiana dell’Architettura e dell’Ingegneria per la Sanità (SIAIS ETS) e con Filippo Taidelli, architetto specializzato in progettazione sanitaria e umanizzazione degli spazi (Healthy Building). Una riflessione a due voci che mette in luce errori ricorrenti, nodi culturali ancora irrisolti, ma anche proposte concrete. Perché progettare un ospedale accessibile non significa solo rispettare le norme, ma ripensare l’intero ambiente della cura partendo dai bisogni, anche quelli invisibili, delle persone più fragili.

Accessibilità nei luoghi di cura: non solo barriere architettoniche

Daniela Pedrini
Daniela Pedrini

«La vera accessibilità include anche le barriere sensoriali, cognitive, comunicative, relazionali ed emotive – risponde Pedrini. La progettazione dei luoghi di cura si concentra ancora troppo sulle barriere architettoniche visibili (scale, rampe, porte strette, ecc.), mentre quelle sensoriali (illuminazione abbagliante, rumori eccessivi), cognitive (segnaletica confusa, percorsi poco intuitivi) e comunicative (assenza di informazioni in formato facile da leggere o in lingua dei segni) restano spesso in secondo piano. Solo alcune strutture più all’avanguardia, o in contesti dove operano associazioni di pazienti e disabili attive, si integrano soluzioni inclusive più ampie. Negli ambienti sanitari, ospedali, ambulatori, RSA, centri di riabilitazione, l’accessibilità non è solo un requisito tecnico. Sono barriere che impattano in modo particolare su persone con disabilità sensoriali o cognitive, pazienti con autismo o Alzheimer, anziani fragili, stranieri con difficoltà linguistiche, persone con traumi o ansia da ospedalizzazione, ecc.».

La progettazione dei luoghi di cura guarda ancora troppo alle barriere fisiche, trascurando quelle meno visibili ma altrettanto impattanti, come disorientamento, sovraccarico sensoriale e difficoltà di comunicazione

«Nella nostra cultura c’è ancora una forte tendenza a considerare il malato solo nella sua accezione biologica – aggiunge Taidelli. Cioè come qualcuno che ha “una parte rotta”, c’è un pezzo guasto e dobbiamo dedicarci unicamente a quel pezzo. Quando, invece, serve un approccio che considera gli esseri umani come un insieme complesso di relazioni sociali, culturali, emozionali. I limiti non sono soltanto fisici, anche se, ovviamente, è fondamentale considerare il superamento delle barriere architettoniche sin dalle fasi embrionali del progetto. Troppo spesso però si trascurano altri tipi di barriere, così come l’aspetto emozionale e qualitativo dell’esperienza. Parliamo di come gli utenti, tutti, non solo i pazienti, ma anche gli operatori sanitari, i familiari, vivono lo spazio.

Già nel 1984 Guglielmo Ulrich dimostrò come alcuni fattori dell’ambiente fisico possono effettivamente accelerare e migliorare il processo di guarigione. Ad esempio, può sembrare banale, la presenza di una finestra o la possibilità di avere una vista verso l’esterno è un elemento che ha effetti concreti e positivi sulla guarigione. Lo stesso vale per tanti altri aspetti legati allo spazio in cui ci si trova».

Manca una strategia nazionale

Filippo Taidelli

«Siamo in un momento di transizione importante – continua Taidelli. Stiamo passando da un’epoca in cui il processo progettuale era centrato sull’archistar, al centro della scena, a un cambiamento che vede questo modello sgretolarsi. Era un modello energivoro, costoso e poco lungimirante rispetto alle necessità, che cambiano rapidamente e sono spinte anche dalla tecnologia. Oggi, si sta tornando un approccio più essenziale, in cui lo spazio nasce dalle necessità reali delle persone. Ci siamo un po’ allontanati da questa dimensione, abbiamo iniziato a focalizzarci sulle responsabilità dell’architettura in termini di impatto ambientale come inquinamento e consumo di energia. Il comparto edilizio, da solo, consuma il 40% dell’energia mondiale. Presi da una sorta di bulimia di dati quantitativi misurabili, ci siamo dimenticati di ciò che dovrebbe restare l’elemento centrale, l’essere umano e i suoi bisogni, spesso invisibili. Se parliamo, ad esempio, della qualità dell’aria, sappiamo che viviamo il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi. E sappiamo anche che è proprio negli ambienti indoor che, a livello epidemiologico, ha origine circa un terzo delle patologie. In questi spazi, la qualità dell’aria è essenziale e siamo noi i primi inquinatori degli ambienti in cui viviamo, semplicemente respirando e producendo CO₂. Idem per la luce naturale e l’acustica, tutti elementi che influiscono sul benessere e che generano stress ambientale. Dobbiamo cominciare ad abbandonare il marketing urbanistico, che ha trasformato l’architettura in una sorta di operazione d’immagine, per tornare a fare ricerca. Ricerca intesa come semplificazione, tornare a vedere la funzionalità degli spazi fin dalle loro fasi embrionali e fare in modo che gli edifici siano flessibili, adattabili, aperti a nuove configurazioni».

Serve superare l’architettura d’immagine e tornare a una progettazione fondata su ricerca e funzionalità, capace di generare spazi semplici e realmente adattabili

«In assenza di standard nazionali aggiornati e controllati – aggiunge il presidente SIAIS –, l’accessibilità è spesso delegata alla buona volontà dei progettisti, dei dirigenti sanitari o delle associazioni locali ed è eterogenea sul territorio. Le Regioni e le aziende sanitarie cominciano ad affrontare tali tematiche ed a promuovere progetti specifici. Inoltre, si dovrebbero integrare le tematiche dell’accessibilità nei percorsi formativi dei professionisti (architetti, ingegneri, sanitari), per ottenere sempre più progettazioni inclusive. Senza una visione sistemica a livello nazionale forte, l’accessibilità è spesso vista come un costo extra e non come un investimento in qualità, sicurezza e dignità. La mancanza di una cultura del progetto inclusivo incide anche sulla formazione degli operatori sanitari, dei tecnici, degli ingegneri e degli architetti, che raramente ricevono formazione sul tema della disabilità invisibile o sensoriale».

Protocolli sull’accessibilità

«Ci sono Protocolli e Linee guida nazionali anche se datati (a partire dal DM 236/1989 – Decreto Ministeriale sull’eliminazione delle barriere architettoniche, la Legge 104/1992, che tutela i diritti delle persone con disabilità, le Linee guida del Ministero della Salute per l’umanizzazione degli ospedali e quelle specifiche regionali, il Codice dell’edilizia -DPR 380/2001- aggiornato nel tempo) – evidenzia Pedrini. Tuttavia questi strumenti non sempre hanno valore vincolante e non coprono in modo sufficiente le barriere sensoriali e cognitive. Inoltre, dovrebbero essere aggiornati secondo le migliori pratiche internazionali. La SIAIS, infatti, con la sua rete internazionale di Ingegneria ospedaliera (“IFHE – International Federation of Healthcare Engineering”), ha come obiettivo centrale diffondere proprio le migliori pratiche internazionali (come ad esempio le linee guida dell’Universal Design e dell’Inclusive Design)».

Design universale in sanità, una promessa ancora da realizzare

«La cultura del “design universale” in ambito sanitario esiste, ma è ancora marginale in Italia – ci dice Pedrini. Alcuni esempi virtuosi ci sono, soprattutto nei nuovi ospedali pediatrici, nelle esperienze pilota di alcune RSA e centri per disabili, nei progetti sostenuti da associazioni di pazienti e disabili attive. Tuttavia, il più delle volte i progetti non hanno al centro la persona, ma vincoli economici e normativi. Occorre incrementare la co-progettazione con utenti reali, come pazienti con disabilità, anziani, caregiver, ecc. Da un lato una sanità davvero inclusiva deve mettere al centro la persona in tutte le sue dimensioni, valorizzare la co-progettazione con gli utenti fragili, promuovere una formazione interdisciplinare e continua. Dall’altro la stessa architettura può essere vista come cura: coniugare luce naturale, aria sana, comfort acustico, materiali sostenibili e integrazione della natura per promuovere il benessere psicofisico degli utenti. A livello internazionale si possono citare come esempio i Centri oncologici progettati secondo il principio di “healing architecture” (Maggie’s Centres UK) e l’Ospedale pediatrico con design accessibile, aree multisensoriali, percorsi “sensor-friendly” e spazi dedicati all’autoregolazione per bambini neurodivergenti (CHU Sainte-Justine, Montreal – Canada)».

Spesso gli ospedali, una volta completati, sono già inadatti: rigidi e superati, più gabbie che spazi flessibili pensati per evolvere con i bisogni

«Purtroppo, e chi lavora nel mondo sanitario lo sa bene, capita spesso che un ospedale, quando è inaugurato, sia già vecchio – aggiunge Taidelli. Siamo il Paese più lento in Europa nella progettazione e realizzazione degli ospedali. Ciò è particolarmente drammatico se pensiamo alla velocità con cui cambiano i contenuti, le esigenze e le tecnologie in ambito sanitario. Quando un ospedale è finalmente pronto, spesso è già superato. Non è più un edificio flessibile, ma diventa una gabbia rigida, un contenitore obsoleto. Non è solo un problema funzionale, ma anche di sostenibilità, ti ritrovi con un ammasso di cemento armato con cui poi devi fare i conti, se vuoi evitare di rifare tutto da capo o lasciarlo morire».

Cosa non funziona nella progettazione per l’inclusione in sanità?

«Tra gli errori più frequenti – osserva Pedrini – ci sono la segnaletica incomprensibile o assente per chi ha disabilità visive, cognitive o linguistiche; i percorsi lunghi, confusi o stressanti, senza punti di orientamento; gli spazi sovrastimolanti con luci abbaglianti, rumori continui, odori forti (problema per autismo, ipersensibilità sensoriale); la mancanza di supporti alla comunicazione, come simboli, pittogrammi, o strumenti digitali accessibili; bagni e locali “tecnicamente” accessibili (in base alle norme), ma non usabili nella realtà da chi ha disabilità motorie complesse o è accompagnato da caregiver.

Serve una visione sistemica, non progetti isolati e ogni luogo di cura deve essere progettato per tutti, non per “la media”

Particolarmente interessante in questo momento è la ricerca più avanzata a livello nazionale e internazionale, che combina tecnologie avanzate come l’Intelligenza Artificiale (AI) e l’Internet delle Cose (IoT) con problematiche sociali come l’invecchiamento e la società civile per dare forma ad ambienti di vita sani e stimolanti, concentrandosi su soluzioni architettoniche innovative per gruppi target specifici, come anziani (con demenza) o persone con disabilità. Combinando modelli rispettosi dell’uomo e della natura, questo tema esplora le opportunità di progettare “ambienti empatici” abitativi, terapeutici e curativi».

«Il concetto chiave è quello di progettazione integrata – aggiunge Taidelli – cioè mettersi al tavolo non solo con tecnici e specialisti, ma anche con il committente e con tutte le figure che operano quotidianamente nell’ambiente sanitario, comprese quelle che si occupano di disabilità. Troppo spesso, invece, c’è una realtà iper-specializzata, dove ciascuno lavora per compartimenti stagni. Il problema non è tanto normativo, quanto procedurale e culturale. Manca una squadra coesa, presente fin dalle fasi embrionali del progetto. Solo così si può garantire la qualità e la coerenza della progettazione, rispondendo davvero ai bisogni dell’utente finale. Sembra una banalità, ma spesso, non si arriva mai a parlare con chi “abita” davvero quello spazio. Nessuno ti dice “ecco cosa si prova a stare in un letto d’ospedale”. Nel nostro studio per il think tank “Breath: Reflection as Human Connection” realizzato con Fujifilm, abbiamo analizzato la qualità dello spazio terapeutico, dall’ingresso alla sala d’attesa, fino agli ambienti più delicati e sensibili, dove la persona è più fragile anche dal punto di vista psicologico.

Per progettare davvero spazi di cura inclusivi servono team multidisciplinari fin dall’inizio, capaci di ascoltare chi quegli ambienti li vive ogni giorno

Ciò che abbiamo osservato è che la qualità dello spazio è inversamente proporzionale alla vulnerabilità emotiva della persona. Le sale d’attesa, ad esempio, sono spesso ambienti freddi, spogli, ostili. Talvolta è per via di vincoli strutturali o impiantistici. In radiologia, ad esempio, ci sono muri spessi un metro, ma proprio lì noi architetti dovremmo fare la differenza. Non possiamo usare gli strumenti tradizionali, aprire finestre o porte per far entrare luce o aria. Allora, dobbiamo guardare quello spazio da un altro punto di vista, coinvolgere la memoria sensoriale delle persone, prenderle per mano e immaginare un nuovo paesaggio. Che può nascere anche dalla tecnologia, come le luci a nanotecnologia che riproducono l’effetto del sole, finestre virtuali, giardini zen, tutto ciò che può mantenere un contatto con l’esterno. Non solo per i pazienti, ma anche per gli operatori sanitari, che hanno bisogno di spazi in cui dissipare lo stress, prendersi cura del proprio benessere. Superare “l’ospedalo-centrismo”, l’idea che un grande involucro contenga tutto, pronto soccorso, terapie intensive, tutte le specialità, per puntare invece su una rete diffusa, più umana, fatta di case di comunità, presidi più piccoli, più vicini alle persone. Purtroppo, a oggi, siamo ancora molto, molto lontani da quel modello. Perché le competenze ci sono, le persone ci sono, ciò che manca è il coordinamento».

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Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute