Sanità sotto pressione: cresce la violenza contro chi cura

Dal report ONSEPS 2025 alla voce di SIMEU: cosa cambia e cosa manca per fermare la violenza ai danni di medici, infermieri e operatori socio-sanitari. Alessandro Riccardi: «Gli operatori sanitari sono professionisti della salute, non agenti di sicurezza»

Crescono, si moltiplicano e in molti casi restano invisibili. Le aggressioni ai danni di medici, infermieri e operatori socio-sanitari non sono più episodi isolati, ma un fenomeno strutturale che attraversa l’intero sistema sanitario. A certificarlo è la relazione 2025 dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie (ONSEPS), che restituisce una fotografia nitida in cui la violenza è ormai parte del quotidiano, soprattutto nell’emergenza-urgenza.

I numeri raccolti a livello regionale sulla violenza verso gli operatori sanitari parlano chiaro, pur con tutte le difficoltà di monitoraggio. In Emilia-Romagna si contano oltre 2.700 episodi in un anno, in Campania più di 300 segnalazioni con centinaia di operatori coinvolti, mentre anche realtà più piccole registrano decine di casi, segno di una diffusione capillare del fenomeno. Si tratta con ogni probabilità di una sottostima, perché molte aggressioni non sono denunciate.

Chi aggredisce un operatore sanitario, anche solo a parole, danneggia se stesso, perché contribuisce a erodere un servizio pubblico di cui prima o poi avrà bisogno

A essere colpiti sono soprattutto gli infermieri, seguiti da medici e operatori socio-sanitari. Le vittime sono in larga parte donne e gli episodi si concentrano nei luoghi più esposti alla pressione assistenziale come pronto soccorso, reparti di degenza, servizi territoriali ad alta complessità. Nella maggioranza dei casi la violenza è verbale, ma non mancano le aggressioni fisiche e i danneggiamenti. A preoccupare non è solo la frequenza, ma anche la natura delle aggressioni. Nella maggior parte dei casi l’autore è lo stesso paziente o un familiare, spesso nelle lunghe attese. Un dato che sposta il tema dalla sicurezza alla relazione di cura e all’organizzazione dei servizi.

Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto con norme più severe, introducendo nuove tutele e sanzioni, ma il report ONSEPS sottolinea con chiarezza che la risposta non può essere solo repressiva. Servono prevenzione, formazione, migliori condizioni di lavoro e un cambiamento culturale che restituisca valore e rispetto a chi opera in sanità.
Partiamo da qui e ne parliamo a TrendSanità con Alessandro Riccardi, Presidente SIMEU (Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza).

Dal Piano alla realtà e lo stato dell’arte

«L’attuazione del Piano Nazionale, basato sulla Raccomandazione n. 8 del Ministero della Salute, procede a macchia di leopardo, con forti differenze da regione a regione e grandi dipendenze dalle risorse disponibili», spiega Riccardi. «Molte aziende sanitarie hanno inserito il rischio aggressione nei loro documenti di sicurezza, ma nella pratica le misure concrete sono ancora parziali. Molte strutture non hanno ancora sistemi di segnalazione efficaci e il personale spesso percepisce le procedure come una perdita di tempo, quindi rinuncia a denunciare. Come SIMEU vogliamo segnalare alcune esperienze positive, regioni che hanno scelto di combattere davvero questo problema. Il Piemonte, ad esempio, sta discutendo una legge che renderebbe la Regione stessa parte attiva nelle denunce per aggressioni agli operatori sanitari. La Liguria si sta muovendo nella stessa direzione.

Alessandro Riccardi

Chiedere a chi è stato aggredito di gestire da solo denuncia e iter legale, contro persone che sanno dove lavora e come raggiungerlo, è spesso troppo. Il risultato è che molti rinunciano. Per questo speriamo che sempre più regioni scelgano di stare dalla parte dei propri operatori. Va ricordato che esiste già una legge che prevede la denuncia d’ufficio e un’azione immediata contro chi aggredisce il personale sanitario. Sarebbe utile confrontare le denunce effettivamente sporte con il numero reale di aggressioni. Già questa analisi potrebbe aiutare a capire se la norma viene davvero applicata, e la sua applicazione potrebbe già da sola scoraggiare molti aggressori».

Formazione, gestione del conflitto e preparazione degli operatori

«C’è una distanza importante tra quello che si impara in aula e quello che si può fare davvero sul campo», sottolinea il presidente SIMEU. «Gli operatori ricevono formazione su come disinnescare le situazioni di tensione e gestire i conflitti, ma in un Pronto Soccorso sovraffollato e sotto organico, il tempo e la lucidità per mettere in pratica queste tecniche semplicemente non ci sono. Quando un infermiere deve occuparsi da solo di decine di pazienti in attesa, parlare con calma ed empatia diventa quasi impossibile.
Resta però un punto fondamentale: gli operatori sanitari sono professionisti della salute, non agenti di sicurezza. SIMEU chiede interventi che garantiscano loro la possibilità di andare al lavoro e fare il proprio mestiere senza paura di essere insultati o aggrediti».

Sicurezza e collaborazione con le forze dell’ordine

Prosegue Riccardi: «La presenza della polizia negli ospedali ha migliorato la risposta nei momenti di crisi, ma molti presidi non garantiscono la copertura nelle ore notturne, proprio quelle statisticamente più a rischio. Inoltre, i presidi di polizia sono quasi sempre nelle grandi città, mentre molti ospedali minori restano sguarniti.
Quanto alle nuove norme (Legge 171/2024), arresto in flagranza differita, denuncia d’ufficio, pene più severe rappresentano passi avanti importanti sul piano legale. Vorremmo però poter valutare l’effettiva applicazione su scala nazionale. Il limite è che molte aggressioni avvengono da parte di persone sotto l’effetto di alcol o sostanze e, in quelle condizioni, la paura di una sanzione penale semplicemente non esiste.

Sovraffollamento, carenze di personale e tempi di attesa sono i motori della violenza nei pronto soccorso

In questi casi, la formazione del personale nella gestione di pazienti in stato alterato e la possibilità di intervenire con sedazione farmacologica nei casi più gravi rappresentano una tutela concreta, prima di tutto per i pazienti stessi. Non è un tema secondario perché ancora oggi si registrano decessi di pazienti con stati di agitazione intensa, spesso a causa di manovre scorrette come la contenzione fisica in posizione prona o senza adeguato controllo dei sintomi».

Comunicazione e relazione di cura come strumenti di prevenzione

«Per SIMEU, la comunicazione è a tutti gli effetti uno strumento clinico e di sicurezza. Schermi con i tempi di attesa, spiegazioni chiare su come funziona il triage: queste cose riducono l’ansia e la frustrazione di chi aspetta. Anche la presenza dei familiari è un tema delicato: può essere rassicurante per il paziente, ma se non è regolamentata rischia di aumentare il caos. La comunicazione deve essere corretta, equilibrata e professionale. L’operatore deve saper leggere i segnali di tensione e adattare il proprio approccio anche se, spesso, il livello di aggressività è tale da rendere vano qualsiasi tentativo.

Per SIMEU, la comunicazione è a tutti gli effetti uno strumento clinico e di sicurezza

C’è anche un altro aspetto che vale la pena sottolineare: chi aggredisce un operatore sanitario, anche solo a parole, danneggia se stesso, perché contribuisce a erodere un servizio pubblico di cui prima o poi avrà bisogno».

Sovraffollamento, carenze di personale e tempi di attesa come fattori di rischio

«Per SIMEU, sovraffollamento, carenze di personale e tempi di attesa sono i veri motori della violenza nei pronto soccorso. Più si aspetta, più la situazione si surriscalda. Il boarding, cioè i pazienti che restano in barella in attesa di un posto letto in reparto, trasforma il Pronto Soccorso in un luogo invivibile, dove la mancanza di privacy e di dignità esaspera i familiari. La carenza di personale abbassa la soglia di resistenza degli operatori, generando un esaurimento che chiude un circolo vizioso: la violenza diventa il sintomo finale di un sistema che fa acqua da tutte le parti».

Conclude Riccardi: «La soluzione strutturale è chiara: restituire ai Pronto Soccorso la loro funzione originale, quella di gestire le emergenze vere, eliminando tutto ciò che non compete loro. Solo così si ridurranno le aggressioni e si restituirà dignità a chi ci lavora, con un beneficio diretto anche per i cittadini».

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Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute