Il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento della prevalenza di patologie come diabete e ipertensione fanno della malattia renale cronica una delle principali sfide per i sistemi sanitari.

Ogni anno migliaia di pazienti necessitano di un trattamento sostitutivo ma – nonostante le evidenze indichino la dialisi peritoneale (DP) domiciliare come un’opzione efficace, sicura e più economica per il SSN – questa metodica continua, per varie ragioni, a essere utilizzata solo per una minoranza dei pazienti.
Il nuovo rapporto di ALTEMS “Aggiornamento 2026-Valutazione HTA di percorsi clinico assistenziali: dialisi peritoneale vs emodialisi” conferma come la dialisi peritoneale domiciliare sia superiore, in termini economici, alla dialisi ospedaliera ma resti un’opportunità ancora poco sfruttata. Di questi temi abbiamo parlato con Marco Oradei, Responsabile del Laboratorio HTA di ALTEMS.
Il report 2026 è l’aggiornamento della versione già pubblicata nel 2024, che aveva evidenziato la superiorità della dialisi peritoneale domiciliare in termini di qualità di vita per il paziente, migliori esiti clinici e risparmi per il sistema sanitario nazionale, ed è stato motivato dall’entrata in vigore del nuovo Nomenclatore delle tariffe ambulatoriali nazionali.
Quando è nata l’esigenza di uno studio HTA sulla dialisi peritoneale?
«Sono state modificate sia le tariffe legate alla procedura di dialisi, riguardanti il rimborso che il centro riceve a seguito dell’erogazione della prestazione, sia quelle relative a tutte le prestazioni correlate al follow-up dei pazienti, dalle analisi di laboratorio a eventuali ricoveri per complicanze.
Il rapporto ALTEMS 2026 conferma la convenienza economica della dialisi peritoneale domiciliare
La situazione attuale tende ancora a premiare le strutture che erogano l’emodialisi ospedaliera, caratterizzata dal riconoscimento di tariffe più alte a compensazione dell’attività svolta. Senza tener conto del fatto che, invece, i costi reali delle prestazioni sono nettamente più bassi per la dialisi peritoneale.
Il modello validato alla luce delle nuove tariffe ambulatoriali nazionali ha confermato pienamente i risultati già ottenuti nel 2024».
Quali sono le ragioni per cui il sistema tariffario privilegia, di fatto, l’erogazione di una pratica meno costo-efficace?
«Si tratta di una tendenza radicata; l’emodialisi è la procedura classica, utilizzata da sempre. Nel tempo è stata introdotta la dialisi peritoneale, ma le strutture che erogano queste prestazioni, soprattutto quelle private, tendono a proseguire su una strada già tracciata.
Tuttavia è in atto un cambiamento, prima di tutto culturale. Inoltre la Società Italiana di Nefrologia sta lavorando con il Ministero della Salute per sollecitare la modifica di questi meccanismi tariffari, così da dare il giusto incentivo a quei centri che prediligono la dialisi peritoneale domiciliare».
Quali vantaggi economici sono associati alla dialisi peritoneale? Quali sono le stime dei risparmi che sarebbe possibile ottenere?
«Per assicurare la correttezza e rispondenza del modello abbiamo impiegato diverse modalità di calcolo. Sono state analizzate le dinamiche di costo nella prospettiva del SSN, sia adottando il calcolo dei costi basato sulle tariffe, sia adottando la metodologia dell’Activity Based Costing. Questo approccio ha permesso di considerare il reale assorbimento delle risorse, facendo emergere i costi indiretti e logistici spesso trascurati. Infine sono stati calcolati i costi secondo la prospettiva sociale, cioè che consideri anche i costi a carico del paziente.
Secondo questa prospettiva, il risparmio offerto dalla DP è elevato; le stime evidenziano un costo per ogni paziente, su base annua, di €24.142 per la dialisi peritoneale domiciliare, a fronte di un costo quasi doppio, di €42.231 per l’emodialisi».
A cosa è dovuta questa importante differenza?
«Il divario è riconducibile a due fattori principali: il tempo del personale sanitario infermieristico e i trasporti. La dialisi ospedaliera richiede tre accessi alla settimana, con impiego di ambulanze e personale dedicato: un notevole impegno di personale interno e con importanti costi di trasporto del paziente, che sono a carico delle Regioni.
Il tempo del personale sanitario infermieristico e i trasporti determinano il divario economico
Questo aspetto rappresenta un ulteriore elemento di distrazione rispetto alle possibili opportunità offerte dalla dialisi peritoneale; i costi di trasporto gravano sui bilanci regionali e non direttamente sui reparti di nefrologia. Questo impedisce ai clinici di percepire quanto queste voci incidano sul SSN e il risparmio reale che, viceversa, l’adozione della DP potrebbe generare per la collettività.
La dialisi peritoneale può infatti essere praticata al domicilio del paziente che, una volta istruito attraverso un primo incontro con il personale medico e infermieristico, può eseguire la dialisi autonomamente, o con l’aiuto di un caregiver, in qualsiasi momento della giornata. In alcuni casi anche durante il sonno. In questi casi il macchinario è collegato al centro di riferimento, in telemedicina; qualsiasi tipo di inconveniente viene segnalato ed eventualmente risolto. Ma il tutto comporta un impegno minimo, a livello di personale e risorse dei centri, rispetto a quello richiesto dalla emodialisi».
Ipotizzando di raddoppiare la percentuale di impiego della DP, arrivando al 20%, a quanto ammonterebbe il risparmio annuo stimato per il Servizio sanitario nazionale?
«Attualmente in Italia circa il 10% dei pazienti viene avviato a dialisi peritoneale; un numero ancora molto basso ma con elevate disparità regionali.
In alcune Regioni, come Trentino-Alto Adige e Abruzzo, la DP è molto utilizzata, anche con percentuali superiori al 20%; tra le Regioni dove è meno utilizzata, la Puglia con il 5%
Le nostre stime si basano sull’ipotesi di un aumento del ricorso alla DP, a livello nazionale, del 5% ogni anno. Un incremento che ci sembra realistico, anche se si potrebbe ipotizzare una quota maggiore; in alcuni Paesi come Australia e Nuova Zelanda, oltre il 60% delle dialisi è di tipo peritoneale.
In questo caso i risparmi minimi per il SSN potrebbero ammontare a circa 40 milioni di euro; ma in una prospettiva sociale, che considera quindi anche il tempo e i costi a carico dei pazienti, raggiungono i 130 milioni di euro all’anno».
Cosa impedisce la maggior diffusione della DP? E dal punto di vista organizzativo, di sistema, quali sono le barriere che ostacolano il ricorso alla dialisi peritoneale?
«Va detto che non tutti i pazienti sono eleggibili alla DP, a causa di ostacoli di tipo clinico, ma anche strettamente personali; un paziente potrebbe non essere in grado di occuparsi di questa procedura in autonomia, o preferire il ricorso all’ospedale per la mancanza di un caregiver adeguato.
Tra le barriere: ostacoli personali del paziente, resistenza degli operatori, formazione insufficiente e settore privato
Oltre alle barriere legata alle tariffe, di cui abbiamo parlato, conta anche la resistenza degli operatori; la possibilità che un paziente venga avviato alla dialisi peritoneale dipende dal fatto che il centro di nefrologia sia attrezzato anche dal punto di vista del personale. I nefrologi ci hanno segnalato che nelle scuole di specializzazione il tema, ancora, non viene trattato in maniera tale da rendere i medici più aperti a questa nuova modalità di trattamento. Anche su questo la SIN sta lavorando.
Inoltre, un’ampia quota di procedure dialitiche in Italia viene erogata da strutture private accreditate. Queste tendono a prediligere l’emodialisi ospedaliera in quanto dispongono di centri già attrezzati per questo, che diversamente dovrebbero essere modificati. In sintesi, il settore privato, non avendo una convenienza economica a passare alla DP, non ha incentivi verso il cambiamento».
Come potrebbe essere attuato, a suo avviso, un cambio di direzione che coinvolga le Regioni nel prediligere la modalità domiciliare?
«Su questo è in corso un’iniziativa interessante e che credo potrebbe contribuire a un cambiamento dell’attuale pratica.
È in corso l’elaborazione di un documento contenente delle precise linee di indirizzo
AGENAS ha avviato un tavolo di lavoro dove, oltre ai propri esperti, siedono rappresentanti della SIN, alcuni membri di ALTEMS – compreso il sottoscritto – e due associazioni di pazienti; insieme per collaborare all’elaborazione di un documento contenente delle precise linee di indirizzo, da condividere poi con le Regioni.
L’obiettivo è chiarire i meccanismi organizzativi che potrebbero facilitare l’aumento del ricorso alla dialisi peritoneale. Un’indicazione chiave riguarderà, presumibilmente, il momento dell’avvio alla dialisi: i primi contatti con i pazienti e il momento della scelta da parte dei pazienti tra le due tipologie dovrà essere gestita da un centro pubblico. Una volta superata questa fase, nulla vieta che la procedura venga erogata da strutture private accreditate».
A che punto è il documento?
«Il documento è in fase di lavorazione: prevedo che per l’inizio del 2027 si possa arrivare a una versione ufficiale, pubblicata e condivisa; auspico sia il punto di partenza per il cambiamento del sistema. Aggiungo che, a valle di questo documento, potrebbe essere interessante inserire il calcolo di obiettivi espliciti e misurabili, per esempio sul Programma Nazionale Esiti, gestito da AGENAS. Un possibile indicatore potrebbe riguardare il raggiungimento di percentuali di copertura e dialisi peritoneale di almeno il 20% per tutte le Regioni. Si tratterebbe di un obiettivo che diventa anche vincolante, mentre le linee di indirizzo non lo sono».








