«La deprescrizione è un intervento clinico che migliora sicurezza, appropriatezza e sostenibilità delle cure». Con questa visione il professor Gianluca Trifirò, ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e coordinatore del progetto ministeriale, ha promosso il primo servizio ospedaliero italiano dedicato alla medication review e al deprescribing.
La deprescrizione va letta attraverso una triplice lente: clinica, farmacologica e gestionale
La deprescrizione non è soltanto una strategia per ridurre il numero di farmaci assunti dai pazienti anziani e fragili. Può diventare uno strumento di governance clinica, un indicatore di qualità delle cure e persino una leva di sostenibilità per il Servizio sanitario nazionale. Ne è convinto Paolo Petralia, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona.

Deprescrizione come indicatore di qualità delle cure
«Nella popolazione over 65 circa un terzo dei pazienti assume quotidianamente dieci o più farmaci», spiega Petralia. «Questa condizione di politerapia farmacologica espone a un rischio elevato di interazioni tra medicinali e di reazioni avverse. Per questo la rivalutazione periodica delle terapie non è soltanto una buona pratica clinica, ma rappresenta una vera azione di sicurezza e di farmacovigilanza».
Secondo il direttore generale veronese, la deprescrizione va letta attraverso una triplice lente: clinica, farmacologica e gestionale. Da un lato migliora l’appropriatezza prescrittiva e riduce gli eventi avversi; dall’altro alleggerisce il carico terapeutico per il paziente e contribuisce a una gestione più efficiente delle risorse sanitarie.
I numeri del progetto: 60 mila euro risparmiati ogni 100 pazienti
I primi risultati dell’esperienza veronese confermano questa impostazione. «Su cento pazienti valutati abbiamo registrato un risparmio di circa 60 mila euro per il sistema sanitario», sottolinea Petralia. «Si tratta di una stima che considera esclusivamente il consumo dei farmaci. Se riuscissimo a quantificare anche la riduzione delle ospedalizzazioni correlate agli eventi avversi, il beneficio sarebbe probabilmente ancora maggiore».
Il progetto, nato inizialmente nei reparti di geriatria, è stato progressivamente esteso alle medicine interne e si prepara ora a coinvolgere anche il territorio. Parallelamente è stato avviato un percorso formativo che ha coinvolto oltre settanta professionisti provenienti da tutta Italia.
Il progetto, nato inizialmente nei reparti di geriatria, è stato progressivamente esteso alle medicine interne e si prepara ora a coinvolgere anche il territorio
«Questa esperienza ci dice che è assolutamente auspicabile attivare un servizio strutturato di medication review all’interno delle aziende sanitarie», afferma Petralia. «Non si tratta più di una semplice sperimentazione. Siamo arrivati al terzo anno di attività e abbiamo ottenuto un progetto di ricerca finalizzata del Ministero della Salute che consentirà di validare scientificamente quanto osservato finora».
Oltre il farmaco: misurare i benefici clinici ed economici
La sfida non riguarda soltanto la clinica. Fin dall’inizio il gruppo di lavoro ha cercato di misurare anche l’impatto economico dell’intervento.
«Abbiamo lavorato su due direttrici», racconta Petralia. «La prima è il miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva, con l’obiettivo di limitare gli effetti avversi, favorire l’aderenza terapeutica e semplificare i percorsi di cura. La seconda è lo studio degli effetti economici e organizzativi della deprescrizione».
Nei prossimi anni il focus sarà la misurazione dei benefici indiretti della deprescrizione
Un tema particolarmente rilevante in una popolazione come quella seguita dal Policlinico di Verona, dove circa il 70% dei pazienti ricoverati nei reparti di medicina interna presenta condizioni di multimorbidità e, di conseguenza, regimi terapeutici complessi.
Per il manager sanitario, i prossimi anni dovranno concentrarsi proprio sulla misurazione dei benefici indiretti. «Dobbiamo continuare a seguire queste coorti di pazienti e valutare non solo il miglioramento clinico, ma anche gli effetti gestionali e organizzativi prodotti da una prescrizione più appropriata».
Dalla sperimentazione a un modello integrato ospedale-territorio
L’obiettivo è trasformare il progetto in un’attività ordinaria e integrata tra ospedale, territorio e ricerca.
«Stiamo strutturando questo servizio come una funzione stabile della nostra azienda», spiega. «Vogliamo estenderlo alla ULSS territoriale e all’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, creando un modello che coinvolga tutti i setting assistenziali nel veronese».
Il passaggio dalla sperimentazione alla pratica ordinaria richiede integrazione tra farmacologi clinici, medici e territorio
Le barriere organizzative: il valore del lavoro multidisciplinare
La principale criticità riguarda l’organizzazione del lavoro multidisciplinare necessario per effettuare la revisione delle terapie. «Occorre che farmacologi clinici e medici curanti si incontrino regolarmente per analizzare insieme i piani terapeutici», spiega Petralia. «Richiede disponibilità, capacità di lavorare in squadra e volontà di mettersi in discussione. Ma questo non rappresenta un ostacolo: è piuttosto la caratteristica stessa di una medicina moderna e integrata».
Il ruolo dei medici di medicina generale
In questo processo un ruolo centrale spetta ai medici di medicina generale. «Il loro contributo consiste nella disponibilità a rivalutare il piano terapeutico del paziente in una logica di équipe», afferma. «Pur richiedendo tempo e coordinamento, questo approccio può generare importanti benefici sia sul fronte dell’aderenza alle cure sia su quello della sostenibilità».
La sfida delle competenze: servono più farmacologi clinici
Sul piano gestionale Petralia individua una priorità precisa: rafforzare la presenza dei farmacologi clinici. «Questa figura professionale è essenziale e non può essere sovrapposta a quella del farmacista ospedaliero o dei servizi», sottolinea. «Noi abbiamo il vantaggio di ospitare una scuola di specializzazione con 34 specializzandi, ma non tutti i territori dispongono delle stesse risorse».
Per favorire la diffusione del modello, Verona punta anche sulla formazione e sul confronto nazionale. «Racconteremo questa esperienza nei principali contesti di discussione tra i direttori generali e i professionisti del sistema sanitario, perché crediamo che possa rappresentare un modello avanzato di innovazione organizzativa».
Strumenti avanzati di supporto decisionale e competenze dei farmacologi clinici possono rendere la medication review più efficace e accessibile
L’intelligenza artificiale, nuova frontiera del deprescribing
Guardando al futuro, Petralia individua una nuova frontiera: l’intelligenza artificiale applicata alla deprescrizione. «Stiamo già sperimentando un software che supporta il farmacologo clinico attraverso valutazioni semi-automatiche», rivela. «Lo strumento raccoglie e organizza i dati clinici, consentendo interventi più rapidi e tempestivi». L’intelligenza artificiale non sostituirà il giudizio professionale, ma potrebbe contribuire a superare uno dei principali limiti organizzativi del modello. «I farmacologi clinici resteranno indispensabili», conclude Petralia, «ma strumenti avanzati di supporto decisionale potranno ampliare la capacità operativa dei servizi e rendere la medication review sempre più accessibile. È questa la frontiera più avanzata del deprescribing».








