Social freezing, la nuova frontiera del welfare: lo Stato deve pagare per congelare la fertilità?

Da scelta privata a questione di sanità pubblica: mentre Parlamento e Regioni discutono di contributi e LEA, il social freezing apre a una domanda più scomoda. Stiamo aumentando la libertà delle donne o chiedendo alla medicina di risolvere ciò che welfare, lavoro e società non riescono più a garantire?

Il social freezing è ancora un fenomeno relativamente piccolo, ma sta crescendo rapidamente. Secondo i dati raccolti dall’Istituto superiore di sanità, i centri che comunicano – volontariamente – al Registro nazionale della Procreazione medicalmente assistita l’attività di crioconservazione degli ovociti per motivi non medici sono passati dai 25 del 2014 ai 72 del 2023. Nello stesso periodo i cicli registrati sono aumentati da 113 a 802: oltre sette volte in nove anni.

I numeri raccontano una tendenza precisa: la possibilità di conservare gli ovociti per rimandare nel tempo una possibile maternità sta entrando progressivamente nel panorama della medicina riproduttiva italiana.

Insieme alla pratica sta cambiando anche la domanda che la società si pone: stiamo congelando gli ovociti perché abbiamo conquistato una nuova libertà di scelta o perché l’età alla quale è possibile costruire una famiglia si è allontanata sempre più da quella nella quale la fertilità femminile è maggiore?

La risposta, probabilmente, non è una sola.

Il tempo che la medicina può conservare

Il social freezing – nella letteratura scientifica sempre più spesso definito planned oocyte cryopreservation – consente di prelevare e vitrificare gli ovociti quando la loro qualità e quantità sono generalmente migliori, con l’obiettivo di poterli utilizzare eventualmente in futuro.

È una possibilità importante perché permette, almeno in parte, di separare l’orologio biologico da quello personale e sociale.

Una donna può decidere di rimandare la maternità per motivi professionali, economici, relazionali o semplicemente perché non si sente ancora pronta. La crioconservazione può offrirle una possibilità ulteriore.

Ma c’è un punto che rischia di essere trascurato nella comunicazione sulla procedura: non si congela la fertilità nel suo complesso.

Il social freezing permette di separare l’orologio biologico da quello personale e sociale

Si conservano gli ovociti, non l’età futura della donna, la salute, le condizioni dell’utero, la situazione economica o la possibilità di trovare un partner. E soprattutto non si conserva una garanzia di gravidanza.

L’American Society for Reproductive Medicine considera eticamente ammissibile la crioconservazione programmata degli ovociti, ma sottolinea la necessità di informare correttamente le pazienti sui limiti della procedura e sull’incertezza degli esiti futuri.

Il punto, dunque, non è presentare il social freezing come una sorta di assicurazione sulla maternità. È piuttosto uno strumento che mantiene aperta una possibilità riproduttiva. E quella possibilità ha un costo.

Una scelta privata che può diventare una questione di accesso

In Italia il social freezing è stato finora soprattutto una prestazione privata. Questo introduce una seconda questione: chi può permetterselo?

La procedura richiede stimolazione ovarica, prelievo degli ovociti, vitrificazione e conservazione. I costi possono raggiungere diverse migliaia di euro e variare sensibilmente tra i centri.

La differenza non è marginale. Se la crioconservazione programmata viene considerata uno strumento utile per ampliare le possibilità riproduttive, l’accesso dipende anche dalla capacità economica della persona che decide di utilizzarlo.

In Italia il social freezing è stato finora soprattutto una prestazione privata

Il tema è emerso con particolare evidenza anche attraverso alcune testimonianze di donne impegnate in politica. Isabella Tovaglieri, europarlamentare della Lega, ha raccontato pubblicamente di avere congelato i propri ovociti a 38 anni, spiegando di aver affrontato la procedura anche per mantenere una possibilità di maternità futura. La stessa Tovaglieri ha sostenuto l’idea di un sostegno pubblico, almeno per le donne con redditi più bassi.

La questione personale comincia così a trasformarsi in una domanda di politica sanitaria: se una tecnologia consente di conservare una possibilità riproduttiva, deve essere lasciata al mercato oppure deve diventare almeno in parte accessibile attraverso il Servizio sanitario nazionale?

La Puglia ha già iniziato a rispondere

Una prima risposta è arrivata dalla Puglia, che ha trasformato il social freezing in una misura di welfare.

La Regione prevede un contributo per le donne tra 27 e 37 anni, con determinati requisiti economici e di residenza, utilizzabile presso centri di Pma (procreazione medicalmente assistita) pubblici o privati accreditati. La misura è stata motivata sia con la tutela della possibilità di genitorialità sia con la necessità di affrontare il problema demografico.

È un passaggio significativo: una procedura nata come scelta individuale entra nell’ambito delle politiche pubbliche.

Finanziare il congelamento degli ovociti interviene sull’effetto o sulla causa del rinvio della maternità?

Ma proprio qui nasce la questione più interessante.

Se il problema risiede nel fatto che molte donne rinviano la maternità perché non hanno ancora una situazione lavorativa, abitativa o familiare sufficientemente stabile, finanziare il congelamento degli ovociti interviene sull’effetto o sulla causa?

La risposta non è necessariamente alternativa. Una politica pubblica può sostenere la preservazione della fertilità e, contemporaneamente, intervenire sulle condizioni che influenzano la scelta di avere un figlio.

Ma il rischio di confondere i due piani esiste.

Il social freezing arriva in Parlamento

Il tema è ormai entrato stabilmente anche nel dibattito parlamentare.

Il Movimento 5 Stelle ha depositato alla Camera la proposta di legge C. 2287, a prima firma Carmen Di Lauro, sulla conservazione delle cellule riproduttive per la preservazione della fertilità maschile e femminile. Il testo è stato presentato nel marzo 2025 ed è assegnato alla Commissione Affari sociali.

Il Partito Democratico ha presentato a sua volta proposte per sostenere economicamente la crioconservazione degli ovociti. Tra queste quella di Emiliano Fossi, che prevede un fondo nazionale sperimentale da 30 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029 e un contributo fino a 3 mila euro per le donne nella fascia di età prevista dalla proposta e con determinati requisiti Isee.

Quanto deve intervenire il sistema pubblico nella preservazione della fertilità?

Anche Matteo Renzi si è esposto in materia e ha rilanciato qualcosa che richiama quanto si sta facendo in Francia, proponendo la gratuità della procedura entro una determinata fascia d’età e uno stanziamento nell’ordine dei 100 milioni di euro all’anno.

Il tema è stato toccato anche dal centrodestra, con un’apertura di Forza Italia alla possibilità di un sostegno pubblico.

Ma il dato politicamente interessante è che il social freezing sta attraversando gli schieramenti, diventando sostanzialmente bipartisan. Le proposte sono diverse per platea, importi e modalità di finanziamento, ma condividono una domanda di fondo: quanto deve intervenire il sistema pubblico nella preservazione della fertilità?

Ma quanto è grande davvero il fenomeno?

Qui i numeri aiutano anche a ridimensionare il dibattito.

Gli 802 cicli registrati dall’Iss nel 2023 rappresentano una crescita molto consistente rispetto ai 113 del 2014, ma restano una quota contenuta rispetto all’intera attività italiana di Pma.

Nello stesso 2023, nei centri italiani sono stati effettuati 45.738 prelievi nell’ambito delle tecniche di Pma di II e III livello e il congelamento degli ovociti è stato utilizzato nel 4,2% dei prelievi complessivi.

Il social freezing rappresenta una quota contenuta rispetto all’intera attività italiana di Procreazione medicalmente assistita

I due dati non sono perfettamente sovrapponibili, perché il congelamento degli ovociti all’interno di un percorso di Pma non coincide con il social freezing. Ma aiutano a collocare il fenomeno nella sua dimensione reale: il social freezing cresce rapidamente, ma non è ancora una pratica di massa.

Ed è proprio questa dimensione relativamente contenuta a rendere interessante la discussione sulla sua eventuale inclusione nei Livelli essenziali di assistenza: si tratta di capire non soltanto quante donne potrebbero beneficiarne, ma anche quali criteri adottare, quale sarebbe il costo per il Ssn e come definire appropriatezza, età, indicazioni e accesso.

Tre modelli fuori dall’Italia

A questo proposito il confronto internazionale mostra che non esiste una soluzione unica.

La Francia ha scelto una strada particolarmente ampia: dal 2021 la crioconservazione degli ovociti per motivi non medici è consentita e coperta dal sistema sanitario entro determinate fasce d’età. È il modello più frequentemente citato nel dibattito italiano.

Israele ha invece regolamentato la procedura consentendola per ragioni non mediche, ma lasciando sostanzialmente a carico delle donne il costo del trattamento.

Parliamo di diritto sanitario, scelta privata o intervento selettivo di welfare?

Nel Regno Unito l’accesso attraverso il Nhs (National health system) può dipendere dalle politiche delle autorità sanitarie territoriali, creando differenze nella disponibilità del finanziamento.

Tre modelli diversi, che corrispondono a tre modi di considerare la stessa prestazione: diritto sanitario, scelta privata o intervento selettivo di welfare.

Il rischio di una nuova responsabilità

C’è infine una questione meno immediata, ma che merita di essere considerata.

Il social freezing nasce per aumentare le possibilità di scelta. Ma proprio perché oggi esiste, potrebbe trasformarsi nel tempo in una nuova aspettativa.

Per decenni alle donne è stato detto di non avere figli troppo presto, di studiare, lavorare e costruire la propria indipendenza. Quando l’età della maternità si è progressivamente spostata in avanti, la medicina ha messo a disposizione una possibilità per preservare parte del potenziale riproduttivo.

Il tema dell’informazione è centrale per chiarire che cosa si può realisticamente ottenere dalla procedura e quali sono i limiti

Il rischio, però, sarebbe che quella possibilità diventasse una forma di responsabilità individuale: se una donna a 40 anni ha difficoltà a concepire, perché non ha congelato gli ovociti dieci anni prima?

Sarebbe un rovesciamento paradossale. Una tecnologia nata per ampliare le opzioni potrebbe diventare un nuovo elemento di pressione.

Per questo il tema dell’informazione è centrale. Una donna deve sapere che cosa può realisticamente ottenere dalla procedura, quali sono i limiti e quali costi comporta, senza trasformare il congelamento degli ovociti né in una promessa né in una prescrizione.

Il vero prodotto è il tempo

Del resto, se ci pensiamo bene, il social freezing di fatto non congela il tempo. Conserva una possibilità nel tempo. Ed è questo probabilmente il modo più corretto per raccontarlo.

Una donna paga oggi per mantenere aperta una porta che potrebbe decidere di attraversare domani. È una possibilità che la medicina riproduttiva ha reso concreta e che può avere un valore importante per alcune persone. Ma non risolve automaticamente le ragioni per cui quella porta è stata lasciata chiusa.

Se il problema è un lavoro precario, l’ovocita congelato non rende il lavoro stabile. Se è l’assenza di una casa, non risolve il problema abitativo. Se è la mancanza di servizi per l’infanzia, non crea un asilo nido.

E soprattutto, se l’obiettivo della politica è aumentare le nascite, preservare la fertilità e creare le condizioni per esercitarla sono due politiche diverse.

L’Italia sembra dunque trovarsi davanti a una scelta che non riguarda soltanto la medicina della riproduzione.

Il social freezing di fatto non congela il tempo. Conserva una possibilità nel tempo

Da una parte c’è una tecnologia che può aiutare alcune donne a gestire meglio il proprio progetto di vita. Dall’altra c’è il rischio di utilizzare quella tecnologia come risposta individuale a problemi che hanno una dimensione collettiva.

Il dibattito parlamentare e le prime esperienze regionali diranno se il social freezing diventerà una prestazione sanitaria da sostenere, una misura selettiva di welfare o resterà prevalentemente una scelta privata.

La domanda più interessante, però, resta quella iniziale: lo Stato deve pagare per congelare la fertilità o dovrebbe soprattutto creare le condizioni perché una donna possa scegliere di avere un figlio quando la sua fertilità è al suo massimo?

Probabilmente la risposta alla seconda domanda non rende inutile la prima. Ma evita che una tecnologia preziosa diventi il sostituto di una politica più ampia sulla maternità, sul lavoro e sulla conciliazione.

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Carlo M. Buonamico
Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità