Pancreas Unit, una importante innovazione organizzativa alleata del SSN

Dalla centralizzazione della chirurgia a un modello di presa in carico integrata: l’esperienza lombarda mostra le potenzialità di una rete Hub & Spoke per migliorare qualità ed equità di accesso. Ne parla a TrendSanità Gianpaolo Balzano, neoeletto presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP)

È ancora una sfida cruciale in oncologia, malgrado i progressi raggiunti sul fronte diagnostico, terapeutico e chirurgico. Si tratta del tumore al pancreas. Ma l’innovazione deve riguardare anche i modelli organizzativi e assistenziali, con l’obiettivo di rendere i percorsi di cura più integrati, appropriati e omogenei e di garantire un accesso equo a prestazioni di eccellenza. Questa strategia si traduce nelle Pancreas Unit, una realtà che è già esistente fin dal 2022 in Regione Lombardia, e che ora si vuole estendere gradualmente anche alle altre Regioni. 

In Italia si registrano ogni anno circa 14mila nuove diagnosi di tumore del pancreas, con una sopravvivenza a cinque anni di poco superiore al 10%. Si tratta del tumore a peggiore prognosi tra quelli più diffusi: circa la metà dei pazienti presenta già metastasi quando compaiono i primi sintomi, e solo il 20% è in uno stadio iniziale e tale da consentire l’intervento. In questo contesto, la chirurgia pancreatica, tra le procedure più complesse della chirurgia addominale, presenta un rischio di mortalità fortemente variabile in funzione dell’esperienza del centro.  

Gianpaolo Balzano

TrendSanità ha chiesto al Professor Gianpaolo Balzano, neoeletto Presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP), Responsabile della Chirurgia del Pancreas dell’Ospedale di Circolo di Varese, di spiegare l’importanza di stabilire un unico percorso di cura per affrontare in modo efficace il trattamento del tumore al pancreas.   

Professor Balzano, per combattere il tumore al pancreas con maggior efficacia è importante promuovere nuovi modelli organizzativi e assistenziali. Come si inseriscono in questo contesto le Pancreas Unit?

«Il tumore del pancreas è una malattia complessa, non soltanto per la sua aggressività, ma anche perché richiede l’intervento coordinato di molte competenze: gastroenterologia ed endoscopia, radiologia, anatomia patologica, oncologia, chirurgia, radioterapia, nutrizione e cure simultanee. La Pancreas Unit nasce per coordinare queste competenze all’interno di un unico percorso di cura: è, prima di tutto, una grande innovazione organizzativa.

La chirurgia è certamente l’aspetto più eclatante: in alcuni ospedali la mortalità operatoria è superiore al 20%, mentre nei centri di riferimento è inferiore al 5%; sappiamo da anni che concentrare gli interventi nei centri con maggiore esperienza riduce la mortalità operatoria. Ma è importante ricordare che soltanto una minoranza dei pazienti con tumore del pancreas arriverà all’intervento chirurgico. La vera innovazione è quindi organizzare l’intero percorso di cura, dalla diagnosi al trattamento oncologico, dalla chirurgia alle cure di supporto, stabilendo requisiti di qualità per ciascuna disciplina. Il principio è semplice: dobbiamo avere bravi specialisti, ma dobbiamo anche fare in modo che lavorino come una squadra, secondo percorsi condivisi e con risultati che possano essere misurati».

Il modello Hub & Spoke per l’accesso alle cure migliori

Una delle caratteristiche delle Pancreas Unit è di utilizzare le risorse già disponibili nel Servizio sanitario nazionale. Può spiegare in cosa consiste?

«Questo è uno degli aspetti più interessanti anche dal punto di vista della sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale. Innovazione, infatti, non significa necessariamente spendere di più per nuove tecnologie o nuovi farmaci: può significare anche organizzare meglio le risorse e le competenze disponibili. Oggi alcuni ospedali hanno le competenze necessarie per affrontare malattie complesse come quelle pancreatiche, mentre altri non possono garantire lo stesso livello di esperienza. Se manca una rete capace di indirizzare i pazienti verso le strutture più appropriate, il rischio è che l’accesso alle cure migliori dipenda semplicemente dall’ospedale al quale il paziente si rivolge.

L’innovazione è anche organizzare un percorso integrato, con specialisti coordinati, criteri di qualità e risultati misurabili

Per questo nelle nostre proposte abbiamo previsto un modello Hub & Spoke: il paziente può essere seguito vicino a casa per tutte le fasi del percorso che non richiedono una particolare specializzazione, mentre le procedure più complesse vengono concentrate nei centri Hub. I diversi ospedali non lavorano più separatamente, ma diventano parti di un’unica rete, con ruoli definiti e requisiti di qualità condivisi. I costi aggiuntivi possono essere quasi nulli o, al contrario, un percorso più efficiente può anche portare a un risparmio, evitando esami ripetuti, procedure inappropriate e trattamenti inutili o potenzialmente dannosi».

Quali difficoltà prevede in questa nuova organizzazione?

«La difficoltà maggiore è probabilmente avere la volontà di modificare l’organizzazione esistente. Concentrare le procedure più complesse significa inevitabilmente scegliere quali ospedali debbano eseguirle e quali no, e sono decisioni difficili anche per il forte legame tra gli ospedali e i territori. Nel caso delle Pancreas Unit, però, abbiamo dati molto solidi sui quali basare queste scelte. La questione diventa anche etica: abbiamo il dovere di tutelare i pazienti. Se sappiamo, per esempio, che in alcune strutture la mortalità dopo chirurgia pancreatica è inaccettabilmente elevata, anche superiore al 20%, non possiamo ignorare questa informazione. Organizzare la rete significa anche avere il coraggio di concentrare le procedure più complesse dove possono essere eseguite con maggiore sicurezza».

L’esperienza delle Pancreas Unit in Lombardia

L’esperienza positiva della Lombardia: grazie alle Pancreas Unit si parla di riduzione della mortalità operatoria. Ce ne può parlare?

«La Lombardia è stata la prima Regione italiana a trasformare questi principi in un modello organizzativo concreto. Prima dell’istituzione delle Pancreas Unit, che ha regolamentato l’erogazione della chirurgia pancreatica, circa settanta ospedali eseguivano resezioni pancreatiche, molti con volumi di attività insufficienti e senza un’organizzazione adeguata a gestire le frequenti complicanze di questa chirurgia. 

La mortalità operatoria regionale si è ridotta del 37%

Il lavoro preliminare ha permesso di individuare i centri chirurgici Hub sulla base non soltanto del numero di interventi eseguiti, ma anche dei risultati ottenuti: un volume elevato, infatti, non garantisce da solo una buona qualità e occorre misurare anche gli esiti. Per rendere effettiva la centralizzazione, la Regione ha poi stabilito che le resezioni pancreatiche oncologiche eseguite al di fuori dei centri autorizzati non fossero remunerate dal Servizio sanitario regionale.

I primi risultati sono incoraggianti: la mortalità operatoria regionale si è ridotta del 37%, passando dall’8,8% nel 2024 al 5,5% nel 2025. Ma non vorrei che il successo delle Pancreas Unit fosse identificato soltanto con la chirurgia. Il passaggio successivo deve essere misurare sistematicamente la qualità dell’intero percorso: i tempi della diagnosi, i risultati dell’endoscopia, l’accesso e la qualità dei trattamenti oncologici e delle cure simultanee, la continuità assistenziale tra Hub e Spoke. Quello chirurgico è il risultato più visibile; l’obiettivo è migliorare la qualità delle cure per tutti i pazienti».

Dalla proposta tecnica al modello reale

Ora anche le altre Regioni devono completare il percorso istituzionale per le Pancreas Unit. Quali tempi ritiene che abbiano? È un processo lungo?

«Il lavoro tecnico è già a uno stadio avanzato. La Cabina di Regia istituita nel 2024 dal Ministero della Salute ha elaborato una proposta molto dettagliata, impostata anche sull’esperienza lombarda, che definisce il modello Hub & Spoke, i criteri per individuare i centri, i requisiti delle diverse discipline e i percorsi di formazione. 

Garantire cure di qualità indipendentemente dal luogo di residenza è un dovere del SSN

Ora però viene la parte forse più complessa: trasformare una proposta tecnica in un modello realmente applicato in tutto il Paese. Il nostro Servizio sanitario nazionale è organizzato su base regionale e sono quindi necessari i passaggi istituzionali che consentano alle Regioni di recepire e attuare il modello. Un passaggio importante sarà portare la proposta al confronto con le Regioni, anche attraverso la Conferenza Stato-Regioni, per arrivare a un quadro nazionale condiviso. Da quel momento inizierà il lavoro nelle singole Regioni: censire le strutture esistenti, verificarne volumi, competenze e risultati, individuare Hub e Spoke e costruire le reti. Sono processi inevitabilmente lunghi, perché richiedono verifiche rigorose e decisioni organizzative non semplici. Il documento ministeriale prevede infatti una fase transitoria di tre anni, proprio per consentire alle realtà che non possiedono ancora tutti i requisiti di adeguarsi progressivamente. 

Ma il tempo, in questo caso, ha un peso particolare. Ogni anno di ritardo significa continuare ad accettare differenze nella qualità e negli esiti delle cure che sappiamo essere almeno in parte evitabili. È anche un problema di equità: oggi circa il 40% dei pazienti residenti nel Sud candidati a una resezione pancreatica si sposta verso altre Regioni per essere operato. Non tutti, però, hanno le stesse possibilità economiche, familiari e sociali di affrontare questa migrazione. Garantire cure di qualità indipendentemente dal luogo di residenza non è soltanto un obiettivo organizzativo: è un dovere del Servizio sanitario nazionale».

Le conferme dell’associazione pazienti

Conferma Piero Rivizigno, Presidente di Codice Viola, associazione di pazienti affetti da adenocarcinoma del pancreas: «Oltre alla concentrazione della chirurgia in centri ad alto volume, una Pancreas Unit si distingue per la centralità e presa in carico unica. Figure dedicate – il Multidisciplinary Team (MDT) coordinator/case manager e la Pancreas Care Nurse – accompagnano la persona dall’accesso diagnostico fino al follow-up e all’assistenza di fine vita. Il Centro Accoglienza Paziente (CAP) per la prima presa in carico garantisce l’identificazione rapida del percorso e riduce la dispersione logistica.

Una Pancreas Unit si distingue per la centralità e presa in carico unica

Inoltre queste Unit riducono i tempi diagnostici – prosegue Rivizigno –  Il PDTA standardizzato e la discussione multidisciplinare (almeno il 70% dei casi discussi in MDT) accelerano l’arrivo alla proposta terapeutica più adatta. Altro aspetto: continuità di cura e cure simultanee. La nutrizione artificiale domiciliare e il supporto psicologico garantiscono che la presa in carico non si interrompa in nessuna fase della malattia, fino alla gestione del fine vita. È prevista l’integrazione precoce delle cure palliative».  

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Alessandra Margreth
Alessandra Margreth
Giornalista professionista, esperta di temi salute e sanità