Diabete, l’importanza di una visione complessiva del paziente e di nuovi modelli organizzativi

Nella diabetologia di oggi bisogna adottare un approccio basato sul valore delle cure, considerando sostenibilità economica nel lungo periodo e altri fattori. A TrendSanità Raffaella Buzzetti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia

La diabetologia è attraversata da un’evoluzione che va oltre i progressi farmacologici e tecnologici e coinvolge anche i modelli di assistenza. La sfida è integrare l’innovazione nei percorsi di cura, migliorando gli esiti clinici e la qualità di vita delle persone con diabete, senza perdere di vista la sostenibilità economica nel lungo periodo. In un contesto di risorse pubbliche limitate, appropriatezza delle cure e organizzazione dei servizi diventano questioni centrali. Temi che saranno al centro anche del 31° Congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia (SID), in programma a Rimini dal 28 al 31 ottobre 2026.

TrendSanità ne ha parlato con Raffaella Buzzetti, presidente SID e professoressa ordinaria di Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma, per approfondire le trasformazioni in corso nella diabetologia e le priorità per il futuro.

Professoressa, per una corretta terapia delle patologie diabetiche si deve tenere conto dei costi. In tempi di disponibilità economiche limitate, come è meglio agire?

«Il tema della sostenibilità è oggi centrale per il nostro Servizio Sanitario Nazionale, ma credo sia necessario partire da un principio fondamentale: non dobbiamo confondere il costo di una terapia con il suo valore. Una terapia innovativa può avere un costo iniziale superiore rispetto a un trattamento tradizionale, ma se è in grado di prevenire un infarto, uno scompenso cardiaco, la progressione della malattia renale o un ricovero ospedaliero, può generare un beneficio molto importante non soltanto per il paziente, ma anche per il sistema sanitario. Una parte rilevante dei costi del diabete, infatti, non è legata ai farmaci, ma alle complicanze, alle ospedalizzazioni e alla perdita di autonomia delle persone.

Il diabetologo moderno deve avere una visione complessiva della persona con diabete, valutando non solo il compenso glicemico, ma anche il rischio cardiovascolare e altri fattori

Per questo dobbiamo superare una visione puramente contabile della spesa sanitaria e adottare un approccio basato sul valore delle cure, considerando insieme efficacia clinica, sicurezza, qualità della vita e sostenibilità economica nel lungo periodo. Questo significa utilizzare le risorse in maniera appropriata, identificare precocemente le persone a maggiore rischio, personalizzare le terapie e garantire un accesso equo alle innovazioni che hanno dimostrato benefici clinici significativi.

Naturalmente, innovazione non significa prescrivere sempre il farmaco più recente o più costoso, ma scegliere il trattamento che offre il maggiore beneficio per quello specifico paziente, sulla base delle evidenze scientifiche. La vera sostenibilità non si ottiene necessariamente spendendo meno oggi, ma investendo meglio per ridurre il peso della malattia e delle sue complicanze domani».

L’evoluzione verso un’assistenza integrata e centrato sulla persona

Si parla di modelli organizzativi innovativi. Può spiegare in cosa consistono?

«L’innovazione in diabetologia non riguarda soltanto i farmaci e le tecnologie, ma anche il modo in cui organizziamo l’assistenza. Il diabete è una patologia cronica complessa, che richiede continuità delle cure e il coinvolgimento di diverse figure professionali. Per questo dobbiamo evolvere da un modello spesso frammentato, basato prevalentemente sulle singole prestazioni, verso un sistema più integrato, proattivo e centrato sulla persona.

L’innovazione in diabetologia non riguarda soltanto i farmaci e le tecnologie, ma anche il modo in cui organizziamo l’assistenza

I nuovi modelli organizzativi prevedono una collaborazione strutturata tra diabetologi, medici di medicina generale, infermieri, dietisti e altri specialisti, in particolare cardiologi e nefrologi, attraverso percorsi diagnostico-terapeutici condivisi. Un elemento fondamentale è la stratificazione dei pazienti in base alla complessità clinica. Non tutte le persone con diabete hanno le stesse necessità assistenziali: un paziente con buon controllo metabolico e senza complicanze richiede un percorso diverso rispetto a una persona fragile, con malattia cardiovascolare, insufficienza renale o molteplici comorbidità. Anche le tecnologie digitali possono offrire opportunità importanti. La telemedicina, il monitoraggio a distanza e la condivisione dei dati clinici possono migliorare la continuità assistenziale, facilitare l’accesso alle cure e consentire interventi più tempestivi. Ma vorrei sottolineare un aspetto: innovare l’organizzazione non deve significare ridurre il ruolo dell’assistenza specialistica. Al contrario, significa valorizzarne le competenze e renderle disponibili in maniera più efficace, anche attraverso una maggiore integrazione con il territorio.

Come Società Italiana di Diabetologia riteniamo fondamentale rafforzare la rete diabetologica, superare le disuguaglianze regionali e garantire standard assistenziali omogenei. L’obiettivo è assicurare la cura giusta, al paziente giusto, nel momento giusto e nel contesto assistenziale più appropriato».

Evoluzione del ruolo del diabetologo nella sanità pubblica

Raffaella Buzzetti

Professoressa Buzzetti, come sta evolvendo la diabetologia e quali sono oggi le principali trasformazioni che interessano il ruolo dello specialista?

«Il ruolo del diabetologo sta attraversando una trasformazione profonda, che riflette l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e delle possibilità terapeutiche. Per molti anni la nostra attività è stata identificata soprattutto con il controllo della glicemia e la gestione delle complicanze metaboliche. Oggi sappiamo che questo obiettivo, pur rimanendo fondamentale, non è più sufficiente. Il diabetologo moderno deve avere una visione complessiva della persona con diabete, valutando non soltanto il compenso glicemico, ma anche il rischio cardiovascolare, la funzione renale, il peso corporeo, le comorbidità, la fragilità e la qualità della vita. 

In questo senso, il diabetologo assume sempre più il ruolo di uno specialista della complessità metabolica e cardiorenale, capace di coordinare percorsi di cura integrati e di dialogare con le altre discipline. C’è però un altro aspetto che considero particolarmente importante: il diabetologo deve avere un ruolo attivo anche nella programmazione sanitaria. Le nostre competenze cliniche e scientifiche sono indispensabili per definire modelli assistenziali efficaci, individuare i bisogni della popolazione, promuovere la prevenzione e valutare gli esiti delle cure.

La diabetologia deve avere un ruolo attivo anche nella programmazione sanitaria ed essere rappresentata nei processi decisionali

Per questo è fondamentale che la diabetologia sia adeguatamente rappresentata nei processi decisionali che riguardano la gestione delle malattie croniche e l’organizzazione dell’assistenza territoriale. Non dobbiamo inoltre dimenticare il ruolo dell’educazione terapeutica, della ricerca clinica e della formazione, che rappresentano elementi essenziali per migliorare la qualità dell’assistenza. Il diabetologo del futuro non sarà soltanto il medico che prescrive una terapia, ma un professionista che accompagna la persona lungo tutto il percorso di malattia e contribuisce attivamente alla governance della cronicità. Per raggiungere questo obiettivo è necessario anche investire sulle nuove generazioni di specialisti e riconoscere pienamente il valore della diabetologia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale».

La conferma del cambio di prospettiva nella gestione del diabete di tipo 2

Al recente congresso EASD (European Association for the Study of Diabetes) di Milano è stato presentato un nuovo consensus sulla gestione del diabete di tipo 2. Di che cosa si tratta?

«Il nuovo consensus ADA/EASD rappresenta un’ulteriore evoluzione nel modo di affrontare il diabete di tipo 2, confermando un cambiamento di prospettiva già avviato negli ultimi anni: non dobbiamo limitarci al controllo della glicemia, ma puntare a prevenire le complicanze e a proteggere gli organi maggiormente esposti alle conseguenze della malattia, in particolare cuore e rene.

Oggi disponiamo di farmaci, come gli inibitori di SGLT2 e gli agonisti recettoriali del GLP-1, che hanno dimostrato benefici clinici importanti, in alcuni casi indipendenti dalla loro azione sulla glicemia. Questo ci consente di impostare strategie terapeutiche sempre più precoci e personalizzate, tenendo conto del rischio cardiovascolare, della funzione renale, del peso corporeo e delle caratteristiche complessive del paziente.

Un aspetto particolarmente significativo è il superamento di una visione esclusivamente glucocentrica della malattia. Il controllo dell’emoglobina glicata rimane un obiettivo fondamentale, ma deve inserirsi in una strategia più ampia, finalizzata a ridurre il rischio di complicanze e a migliorare la prognosi nel lungo periodo.

È importante, tuttavia, distinguere il documento di consenso internazionale dalle linee guida nazionali. Nelle linee guida italiane SID-AMD la metformina mantiene un ruolo di prima linea nel trattamento farmacologico del diabete di tipo 2, mentre il nuovo consensus internazionale propone una maggiore flessibilità nella scelta iniziale della terapia, valorizzando soprattutto le condizioni cliniche che richiedono una specifica protezione cardiorenale. Non dobbiamo leggere queste differenze come una contrapposizione, ma come espressione di un processo continuo di evoluzione delle evidenze scientifiche, che devono essere valutate e contestualizzate».

Le importanti indicazioni per le donne con diabete di tipo 2 in età fertile

Donne con diabete di tipo 2: all’EASD si è parlato dell’impiego degli agonisti del recettore GLP-1 nelle diverse fasi della vita riproduttiva. Perché è un’indicazione importante?

«Questo è un tema di grande rilevanza clinica, perché richiama l’attenzione sulla necessità di una medicina sempre più personalizzata, capace di considerare anche le differenze legate al sesso e alle diverse fasi della vita. Le donne con diabete di tipo 2 in età fertile presentano esigenze specifiche, che richiedono particolare attenzione nella scelta e nella gestione delle terapie.

Gli agonisti recettoriali del GLP-1 hanno profondamente modificato il trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, grazie alla loro efficacia sul controllo glicemico e sul peso corporeo e, per alcune molecole, ai benefici cardiovascolari e renali. Tuttavia, nelle donne in età riproduttiva, il loro impiego richiede una particolare attenzione alla pianificazione della gravidanza, alla contraccezione e alla sicurezza materno-fetale.

Le donne con diabete 2 in età fertile presentano esigenze specifiche che richiedono particolare attenzione nella scelta e gestione delle terapie

Un aspetto interessante riguarda la fase preconcezionale. Migliorare il controllo metabolico e il peso corporeo prima di una gravidanza può contribuire a creare condizioni più favorevoli per la salute della madre e del futuro bambino. In questo contesto, le terapie basate sul GLP-1 possono rappresentare un’opportunità terapeutica prima del concepimento, quando appropriate, ma devono essere sospese prima di una gravidanza programmata, rispettando i tempi previsti per ciascun farmaco. È infatti importante ribadire che questi farmaci non sono attualmente raccomandati durante la gravidanza, poiché le evidenze disponibili non sono ancora sufficienti a garantirne la sicurezza per il feto.

Anche nel periodo successivo al parto è necessaria una valutazione individualizzata, che tenga conto dell’allattamento, del controllo metabolico e delle esigenze della donna. Il messaggio più importante è che le donne con diabete non devono essere considerate una popolazione omogenea. Le esigenze terapeutiche cambiano nel corso della vita e richiedono percorsi assistenziali personalizzati, attraverso una stretta collaborazione tra diabetologo, ginecologo e altri professionisti».

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Alessandra Margreth
Alessandra Margreth
Giornalista professionista, esperta di temi salute e sanità