Carceri sempre più affollate, cresce la pressione sulla salute dei detenuti e degli operatori

di Ivana Barberini

Le carceri italiane stanno vivendo una delle fasi più critiche degli ultimi anni. Secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 31 maggio 2026, le persone detenute hanno raggiunto quota 64.741, il numero più alto dell’ultimo decennio, portando il tasso di affollamento nazionale al 139%.

In alcune realtà la situazione appare ancora più grave. Secondo le dichiarazioni di Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, in questa regione il sovraffollamento raggiunge il 143%, mentre nel carcere di Latina si arriva al 200% della capienza regolamentare. L’aumento delle presenze riguarda anche gli Istituti penali per i minorenni, che registrano un nuovo record con 1.969 ragazzi detenuti, segnale di una crescita costante della popolazione ristretta anche nel circuito minorile. In aumento anche il numero dei bambini presenti in carcere con le madri detenute, passati dai 26 di marzo ai 30 registrati a fine maggio.

Un quadro che evidenzia un progressivo peggioramento delle condizioni di detenzione e una pressione sempre maggiore su strutture già alle prese con una cronica carenza di spazi e risorse. Ma quali conseguenze può avere il sovraffollamento sulla salute fisica e psicologica delle persone detenute? E quali ricadute produce sul lavoro dei professionisti chiamati a garantire l’assistenza sanitaria all’interno degli istituti penitenziari?

Sovraffollamento e il rischio per la salute dentro e fuori le celle

Antonio Maria Pagano

Tra le conseguenze sanitarie più probabili del sovraffollamento figurano soprattutto le malattie infettive. «Non esistono patologie specifiche da sovraffollamento, ma alcune condizioni possono essere favorite da queste situazioni», ci spiega Antonio Maria Pagano, Presidente del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe).
Tra queste vi sono le infezioni cutanee e la tubercolosi latente, che secondo i dati presentati nell’ultimo Congresso della SIMSPe sta mostrando un incremento tra la popolazione detenuta. «Molte persone detenute poi provengono da contesti che hanno avuto pochi contatti con il sistema sanitario. A tutto ciò si aggiungono le conseguenze sul benessere psicologico, perché a questi livelli di affollamento l’impatto sulla psiche è inevitabile. Così come è inevitabile che l’aumento della popolazione detenuta comporti inevitabilmente una crescita della domanda di assistenza sanitaria».

Celle sovraffollate e tutela della salute

«Questa situazione emergenziale non può non ricordarci la sentenza Torreggiani, che al di là dell’aspetto igienico-sanitario, portò alla condanna dell’Italia per le condizioni detentive e per l’insufficienza degli spazi destinati ai detenuti», prosegue Pagano.
Adottata l’8 gennaio 2013 dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU), che pone a carico delle autorità “un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana”. Il caso riguarda trattamenti inumani o degradanti subiti dai ricorrenti, sette persone detenute nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione.
«La pronuncia della Corte di Strasburgo nel caso Torreggiani (definita dagli stessi giudici come “sentenza pilota”) ha affrontato il problema strutturale del disfunzionamento del sistema penitenziario italiano».

La doppia sfida della sanità penitenziaria

Il tema del sovraffollamento richiama anche un principio fondamentale dell’ordinamento italiano: il diritto alla salute deve essere garantito anche durante la detenzione. «La giurisprudenza ha più volte ribadito che le esigenze di sicurezza non possono giustificare trattamenti lesivi della dignità e della salute della persona detenuta. Allo stesso tempo, la presenza di una patologia non rende automaticamente incompatibile la detenzione, purché sia possibile assicurare cure adeguate. La sanità penitenziaria svolge infatti una duplice funzione. Da un lato si occupa di prevenzione e monitoraggio, attraverso triage sanitari, screening e protocolli per la prevenzione del suicidio; dall’altro è chiamata a valutare la compatibilità tra condizioni di salute e regime detentivo, in un equilibrio spesso delicato tra tutela della persona ed esecuzione della pena».

Poche risorse e una domanda crescente di assistenza: carcere e territorio condividono la stessa criticità

Il principio di equivalenza tra assistenza sanitaria in carcere e assistenza garantita ai cittadini liberi è stato sancito dal decreto legislativo n. 230 del 1999.

Nella pratica, tuttavia, gli operatori si confrontano quotidianamente con numerose criticità, tra cui difficoltà nei trasferimenti verso strutture esterne, carenza di personale specializzato, limitazioni diagnostiche, problemi di approvvigionamento di farmaci e, soprattutto, il sovraffollamento degli istituti.

Una sanità penitenziaria sotto pressione

La crescita delle richieste di assistenza rende più difficile il lavoro degli operatori sanitari che lavorano negli istituti penitenziari. «La difficoltà è che siamo pochi e le richieste aumentano. È una situazione che condividiamo con molti colleghi che lavorano sul territorio, poche risorse e una domanda crescente di assistenza».
Nonostante questo, l’impegno degli operatori resta costante. «Noi continueremo a garantire le cure, spesso senza guardare l’orario, ma è evidente che si tratta di una situazione impegnativa», afferma Pagano, che aggiunge «l’assistenza sanitaria ai detenuti non è garantita soltanto all’interno del carcere, ma anche attraverso le strutture presenti sul territorio».
Per questo motivo potrebbe aumentare il ricorso agli ambulatori territoriali e alle altre risorse disponibili all’esterno degli istituti. Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche dalla telemedicina. «Consentirebbe di aumentare la capacità assistenziale anche con risorse umane limitate. Le aziende sanitarie si stanno già muovendo in questa direzione», conclude il Presidente SIMSPe.

Carenza di medici e rischio burnout

Di fronte all’aumento dei bisogni sanitari, il problema principale resta la mancanza di professionisti. «Anche se volessimo aumentare il numero dei medici, oggi è molto difficile trovarli. È una difficoltà che riguarda tutti i settori della sanità», prosegue Pagano. Il risultato è un incremento del carico di lavoro per il personale già in servizio, con conseguenze importanti sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta degli operatori. «Questo aumenta il rischio di burnout e di disaffezione verso il lavoro. Inoltre molti professionisti potrebbero scegliere altri incarichi. Tutto questo comporta una perdita di continuità assistenziale e anche di professionalità».

Può interessarti