Colangiocarcinoma, il futuro si gioca oltre la ricerca

Digital Twin e reti globali accelerano la ricerca sul colangiocarcinoma, ma per Eugenio Gaudio (già Rettore La Sapienza Roma) la tecnologia non basta: la sfida si vince investendo su salute e istruzione, pilastri del welfare europeo

Eugenio Gaudio

Rappresenta appena l’1% di tutte le neoplasie diagnosticate in Italia, eppure i numeri raccontano una realtà in netta e preoccupante crescita: ogni anno si registrano circa 5.000 nuovi casi, con un aumento stimato del 5%.  

Con questi dati, Eugenio Gaudio, già Rettore dell’Università La Sapienza di Roma e Professore ordinario di Anatomia Umana e Clinica, contestualizza il colangiocarcinoma, tumore aggressivo delle vie biliari, e richiama la necessità di investire in salute e istruzione come condizioni essenziali per l’innovazione, l’equità e la sostenibilità del welfare. Una sfida che chiama in causa la capacità del sistema sanitario di ridurre il gap traslazionale e trasformare i progressi della medicina di precisione in cure accessibili.

Eterogeneità biologica e immunoevasione

Il colangiocarcinoma origina dai colangiociti, le cellule che rivestono i dotti biliari, e può svilupparsi all’interno del fegato o lungo le vie biliari.

È indispensabile un approccio terapeutico personalizzato

La sua complessità dipende soprattutto dall’eterogeneità biologica: esistono diversi sottotipi che presentano importanti differenze biologiche, rendendo indispensabile un approccio terapeutico personalizzato.

L’aggressività risiede anche nel microambiente tumorale che lo protegge.

«Il colangiocarcinoma elude la prima difesa del nostro organismo, i linfociti, che, normalmente, distruggono le cellule mutate», spiega Gaudio.

Una caratteristica che rende l’immunoterapia una delle linee di ricerca più promettenti, con l’obiettivo di stimolare il sistema immunitario a riconoscere ed eliminare le cellule neoplastiche.

L’immunoterapia è una delle linee di ricerca più promettenti

Gli studi della Sapienza analizzano inoltre il ruolo del sistema nervoso nella progressione della malattia e dei meccanismi che favoriscono la crescita del tumore.

Diagnosi precoce e profilazione genetica

Le prospettive cliniche restano critiche. «La sopravvivenza a cinque anni è inferiore al 20%, la terapia chirurgica è applicabile solo al 20-25% dei casi, presenta un rischio molto alto di recidiva. Nelle forme avanzate non operabili, la sopravvivenza media è inferiore a un anno», sottolinea Gaudio.

In questo scenario così critico, anticipare la diagnosi è la vera priorità.

Le priorità sono diagnosi precoce e strategie terapeutiche mirate

Accanto a fattori di rischio noti – malattie infiammatorie croniche delle vie biliari, infezioni parassitarie, calcolosi biliare, cirrosi – ne emergono altri legati allo stile di vita, come fumo, obesità, diabete. Per rintracciarlo in tempo, la frontiera più promettente è oggi la biopsia liquida, capace di intercettare le cellule tumorali direttamente nel sangue.  

La svolta decisiva passa però dalla mappatura dei diversi sottotipi di colangiocarcinoma, un campo in cui i ricercatori della Sapienza sono in prima linea per sviluppare strategie terapeutiche più mirate.

Se la scoperta del ruolo dei recettori per gli estrogeni ha contribuito a chiarire la maggiore incidenza della patologia nelle donne, aprendo ad approcci mirati, oggi l’attenzione si sposta su tecnologie di altissima precisione per caratterizzare le cellule maligne e colpire nuovi bersagli molecolari – CNNM4 e MARCO – che potrebbero rappresentare future strategie terapeutiche.  

Digital Twin

Accanto alla profilazione genetica, si sviluppano anche i Digital Twin. «Una metodologia che prevede di costruire dei pazienti reali o virtuali» spiega Gaudio, «per poter predire la risposta a una specifica terapia e somministrare quella più efficace». Un approccio in evoluzione, il cui progresso dipenderà dalla decodifica delle mutazioni tumorali.

ENSCCA: la rete globale per il colangiocarcinoma

Per favorire la condivisione dei dati e la collaborazione internazionale, il gruppo della Sapienza ha contribuito a promuovere l’ENSCCA, European Network for the Study of Cholangiocarcinoma. Un network multidisciplinare nato nel 2016 dalla collaborazione tra Sapienza, gruppi di ricerca spagnoli e danesi, che oggi riunisce oltre 600 membri di più di 300 istituzioni mondiali.

Il network ENSCCA promuove la condivisione delle conoscenze e la formazione di competenze specialistiche

«L’impegno del network è quello di creare registri ampi e aggiornati combinando dati clinici, istologici, molecolari e radiologici per avere una migliore caratterizzazione, riconoscere i diversi tipi di colangiocarcinoma ed individuare terapie personalizzate», spiega Eugenio Gaudio.

Coordinato dal gruppo della Sapienza, il progetto punta a favorire studi clinici multicentrici e a definire un modello metodologico replicabile anche in altre malattie rare. Un approccio che promuove la condivisione delle conoscenze e la formazione di competenze specialistiche, elementi essenziali per trasferire i risultati della ricerca nella pratica clinica.

Tumor board e Hub-Spoke

In questo contesto complesso, i tumor board rappresentano uno strumento centrale nella gestione della malattia: «Un approccio multidisciplinare e transdisciplinare che bisogna potenziare», afferma Gaudio.

Il modello più efficace potrebbe essere quello della rete Hub-Spoke con centri di eccellenza regionali o interregionali (Hub) collegati a ospedali territoriali (Spoke). Un’organizzazione che permetterebbe di indirizzare i pazienti verso strutture specializzate garantendo continuità assistenziale e corretta informazione. Un modello che richiede non solo investimenti tecnologici, ma anche percorsi formativi adeguati per i professionisti coinvolti.

Gap traslazionale

Il nodo centrale resta il divario tra ricerca e applicazione clinica, che rischia di trasformarsi in una frattura strutturale all’interno del Servizio sanitario nazionale.

Gaudio rintraccia la radice del problema nella progressiva aziendalizzazione degli ospedali che ha introdotto vincoli di bilancio spesso difficili da conciliare con i tempi e i costi della ricerca.

Il gap tra ricerca e applicazione clinica si può superare tramite una riorganizzazione strutturale

«Bisogna stare attenti al budget, tenere i pazienti il minimo tempo indispensabile», sottolinea, «ostacolando tutto ciò che è apparentemente costoso, ma che in realtà nel medio e lungo periodo consente di risparmiare».   

Per colmare questo gap, la proposta si basa su una riorganizzazione strutturale differenziando gli ospedali di assistenza sul territorio dai grandi ospedali di ricerca chiamati a integrare attività assistenziale, didattica e di ricerca. Inoltre, Gaudio rimarca come «l’intelligenza, l’abnegazione, la passione, la formazione dei nostri ricercatori» sia riconosciuta a livello internazionale e richiama la necessità di valorizzare le nuove generazioni.

Ridurre il gap significa infatti investire nella ricerca, nella formazione e nella capacità del sistema sanitario di tradurre le conoscenze in innovazione clinica.

Dal sapere al far sapere

Gaudio delinea una strategia chiara, basata su tre macro-obiettivi cronologici: rafforzare la ricerca scientifica, potenziare i centri di eccellenza e migliorare l’informazione.

Un approccio che richiama i principi dell’andragogia medica: «Sapere, saper fare, saper essere e far sapere», secondo cui anche le innovazioni più avanzate rischiano di restare inefficaci senza una corretta conoscenza.

«Sapere, saper fare, saper essere e far sapere»

In questa prospettiva, la ricerca di base resta centrale per comprendere i meccanismi biologici e trasferire le conoscenze dal banco di laboratorio al letto del paziente.

Una visione che, in Sapienza, ha trovato applicazione concreta oltre vent’anni fa, quando Gaudio fondò il primo dottorato di ricerca traslazionale in epatologia sperimentale.

Salute e istruzione: pilastri del welfare

Dalla comunità accademica si alza così un messaggio diretto ai decisori politici: «Investirei di più sulla tutela della salute e l’istruzione, per me base di un welfare sostenibile», asserisce Gaudio, «perché significa garantire pari opportunità e poi ognuno giocherà la sua partita nella vita».  

Un monito che poggia su una visione pragmatica: «Un Paese in salute e con cittadini più colti è un Paese che funziona meglio».

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Francesca Bono
Francesca Bono
Laureata in Farmacia e farmacia industriale (Università degli Studi di Pavia). Attualmente laureanda del corso di Comunicazione Scientifica Biomedica, Università degli Studi di Roma La Sapienza