“La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente”, scriveva Arthur Schopenhauer. E se c’è un campo in cui questa frase smette di essere aforisma e diventa contabilità pubblica, è quello delle malattie cardiovascolari.
Il cuore d’Europa batte male. Un decesso su tre è legato a patologie cardiovascolari: 1,7 milioni di morti l’anno, oltre 62 milioni di persone convivono con una malattia cardiaca o cerebrovascolare. Il costo sociale raggiunge i 282 miliardi di euro annui, pari a circa il 2% del Pil dell’Unione europea: 630 euro per cittadino, neonati compresi. È la fotografia scattata dal rapporto Ocse–Commissione europea “The State of Cardiovascular Health in the European Union”, che evidenzia come un problema clinico possa trasformarsi in una questione economica e sociale di prima grandezza.
Il rapporto Ocse-Commissione europea evidenzia l’impatto sociale ed economico delle patologie cardiovascolari, tra fattori di rischio e carenze nell’assistenza territoriale
L’Italia, nel confronto, resta nel gruppo dei Paesi a mortalità più bassa, lontana dai picchi di Bulgaria, Romania o Lettonia (oltre 800 morti ogni 100mila abitanti) e più vicina a Francia e Spagna, sotto quota 220. Ma la posizione relativa non equivale a una vittoria strutturale. Conta il trend, più della fotografia.
Meno morti, ma progressi più lenti
Tra il 2012 e il 2022 la mortalità cardiovascolare è diminuita nell’Ue di circa il 20–22%. Anche l’Italia ha registrato un calo. Tuttavia il rapporto segnala un rallentamento rispetto ai decenni precedenti e una fragilità emersa con la pandemia. Tra il 2019 e il 2021 molti Paesi hanno visto risalire i decessi cardiovascolari. L’Italia ha tenuto meglio dell’Est Europa, ma peggio di altri Paesi occidentali come Portogallo o Lussemburgo, che hanno continuato a migliorare. Il sistema ha retto l’urto, ma non ha assorbito pienamente lo shock, segno di criticità nella prevenzione e nella continuità delle cure territoriali.
Fattori di rischio: il tallone d’Achille

Oltre il 75% delle morti cardiovascolari è legato a fattori modificabili. In Europa il 22% della popolazione vive con ipertensione, il 15% è obeso, l’8% ha il diabete e il 27% degli over 45 presenta sintomi depressivi significativi.
L’Italia non fa eccezione. «In Italia l’aspettativa di vita è di 84,1 anni, sei mesi superiore alla media europea, il che pone il nostro Paese al primo posto in Europa per longevità. Tuttavia, rimane un 15% di prevalenza delle malattie cardiovascolari che corrisponde a oltre 9 milioni di individui in Italia. Un dato in crescita che è proiettato nel 2050 con un quasi raddoppio della prevalenza: arriveremo a 15-16 milioni di persone affette da malattie cardiovascolari nel giro di 25 anni, principalmente per l’aumento dell’età media della popolazione», spiega Pasquale Perrone Filardi, past president della Società italiana di Cardiologia.
«Oggi abbiamo il 24-25% di soggetti sopra i 65 anni, ma entro il 2050 arriveremo al 35%. È chiaro che la prevalenza delle malattie cardiovascolari è destinata ad aumentare in termini di incidenza e soprattutto di prevalenza».
L’invecchiamento, però, non è l’unica variabile. «Non è immediatamente così, perché a fronte dell’aumento dell’età purtroppo non c’è un uguale miglioramento del controllo dei fattori di rischio. Tra le persone tra 45 e 55 anni più di una su tre non misura la pressione nemmeno una volta all’anno. Circa il 50% di persone ipertese non sa di esserlo o tratta male la pressione arteriosa. E l’ipertensione è il fattore di rischio più impattante dal punto di vista epidemiologico, perché è il più diffuso».
Anche l’obesità e la sedentarietà pesano. «Oltre il 50% dei giovani è sedentario: un problema di grande rilevanza epidemiologica e clinica», sottolinea il cardiologo. Screening semplici e a basso costo non raggiungono ancora tutti, nonostante una rete di medicina generale capillare.

Ospedali pieni, territorio debole
In Europa si registrano 9,2 milioni di ricoveri cardiovascolari l’anno, pari al 14% di tutte le dimissioni ospedaliere. Anche in Italia i ricoveri sono diminuiti rispetto al passato, ma molti restano evitabili. Una migliore assistenza territoriale potrebbe far risparmiare fino a 45 miliardi di euro l’anno nell’Ue, circa il 16% della spesa cardiovascolare totale.
In Ue una migliore assistenza territoriale potrebbe generare fino a 45 miliardi di risparmi l’anno
«Si potrebbero evitare sia ricoveri in acuto che deriva dalla carenza del sistema territoriale. Il 70% degli accessi in pronto soccorso è in codice verde o giallo; quindi spesso non ci sarebbe necessità di recarsi lì», osserva Filardi. Inoltre, «se le patologie cardiovascolari fossero seguite più capillarmente sul territorio, si eviterebbero riacutizzazioni come lo scompenso cardiaco e l’identificazione precoce di soggetti ad altissimo rischio potrebbe ridurre l’incidenza di infarti o ictus inattesi».
Il modello delle case di comunità? «Potrebbe essere decisivo, ma purtroppo siamo lontanissimi: mancano abbondantemente i due terzi di quanto si doveva realizzare. Se diventassero davvero presidi territoriali in grado di fare da sbarramento ai ricoveri inappropriati il sistema potrebbe tornare più economico, sostenibile e virtuoso. Ma oggi non possiamo ritenerci soddisfatti».
Ritardo digitale e farmacia dei servizi
Il confronto con Francia, Danimarca e Paesi Bassi evidenzia il ritardo italiano nell’uso dei dati clinici e nelle tecnologie di follow-up.«Sul tema dei dati siamo fortemente indietro. Il fascicolo sanitario elettronico ancora non è realmente utilizzato. I sistemi non comunicano e non esiste una vera telemedicina», afferma Filardi.
«La telemedicina dovrebbe essere un asse portante dell’assistenza territoriale. Così come dobbiamo integrare la farmacia dei servizi che potrebbe contribuire anche allo screening cardiovascolare, cardio-nefro-metabolico e altro, secondo standard di qualità e appropriatezza».
Il costo nascosto per le famiglie
Le malattie cardiovascolari costano in Ue 282 miliardi l’anno, più del cancro (circa 203 miliardi, esclusa l’assistenza informale). Di questi, 79 miliardi sono legati all’assistenza informale e 47 miliardi alla produttività persa.
In Italia il costo annuo raggiunge circa 13,1 miliardi: 8,7 di spesa sanitaria e sociale formale, 4,1 di assistenza informale e 2,1 di produttività persa. Quasi un euro su tre grava direttamente sulle famiglie.
Il nodo è politico e strutturale: c’è carenza di fondi e di personale
«Solo il 10% della spesa territoriale italiana è destinata all’assistenza alle famiglie. È stata approvata la legge sul riconoscimento economico dei caregiver: un primo piccolo passo, da potenziare. Ci sono costi indiretti che incidono anche indirettamente sulla produttività dei caregiver familiari».

Per Filardi il nodo resta politico e strutturale: «Serve maggiore attenzione sulle patologie cardiovascolari che sono la prima causa di mortalità, morbilità e disabilità nel Paese. Il problema è sempre lo stesso: i fondi a disposizione e una sanità pubblica carente di medici. Serve una visione strategica se vogliamo mantenere il Ssn come lo conosciamo oggi. Non contare su interventi puntuali che tamponano le emergenze, ma avviare riforme strutturali. Questa è la strada che andrebbe imboccata».
Il rapporto Ocse non lascia spazio a letture consolatorie: l’Italia è ancora tra i “buoni”, ma rischia di scivolare verso la mediocrità per inerzia. E dalla buona sanità del passato, se non si investe oggi, non nasce la salute di domani.






