Farmacie in prima linea contro la violenza: l’evoluzione del Progetto Mimosa

Dal progetto nato nel 2011 al modello lombardo Insieme Lab: farmacie, professionisti sanitari, istituzioni e terzo settore lavorano insieme per intercettare le situazioni di fragilità e orientare le donne verso i servizi di supporto

Nato per offrire un punto di ascolto e orientamento alle donne vittime di violenza, il Progetto Mimosa evolve oggi in un modello che mette in rete professionisti sanitari, istituzioni e terzo settore. Al centro ci sono le farmacie, presidio sanitario di prossimità e luogo di fiducia, chiamate a svolgere un ruolo sempre più importante nell’intercettare situazioni di fragilità. Di questi temi abbiamo parlato con Angela Margiotta, Presidente di Farmaciste Insieme.

Dottoressa Margiotta, che cos’è l’associazione Farmaciste Insieme e di cosa si occupa?  

Angela Margiotta

«Farmaciste Insieme nasce oltre 16 anni fa dalla collaborazione di un gruppo di farmaciste, sulla base dall’idea che questa professione possa esprimere il proprio valore anche oltre l’erogazione del farmaco.

Le farmacie sono il presidio sanitario di prossimità più diffuso nel Paese e il farmacista, proprio grazie al rapporto di fiducia che costruisce ogni giorno con i cittadini, può contribuire in modo concreto alla prevenzione, all’educazione sanitaria e all’orientamento delle persone all’interno dei servizi.

L’idea era mettere questo patrimonio professionale al servizio della società. In questi anni abbiamo promosso tantissimi progetti dedicati alla salute femminile, alla prevenzione, all’inclusione sociale, sempre con la convinzione che la farmacia non sia soltanto un luogo di cura della malattia, ma anche un luogo capace di intercettare i bisogni dei cittadini e costruire reti che sappiano dare risposte concrete».

Anche il Progetto Mimosa è attivo da alcuni anni. Quando è stato avviato e con quali finalità?

«Il Progetto Mimosa nasce nel 2011. La violenza contro le donne è il tema sul quale Farmaciste Insieme ha costruito sin dall’inizio la propria storia, ed è una parte molto importante della nostra identità. Quando abbiamo iniziato a occuparcene non era davvero possibili immaginare che la farmacia potesse diventare un luogo di prevenzione e di supporto per le donne.

Violenza di genere, la sfida dell’intercettazione precoce: il ruolo strategico delle farmacie di comunità

La nostra riflessione nasceva dall’esperienza quotidiana delle farmaciste. Ci rendevamo conto che in molti casi dietro la richiesta di un farmaco si nascondeva tanto altro, qualcosa che le donne volevano comunicare in un luogo familiare, accessibile a tutti, presente in ogni comunità.

Da questa consapevolezza è stato creato il Progetto Mimosa, con l’obiettivo di essere un punto della rete capace di accogliere e orientare le donne verso il percorso giusto, in maniera delicata».

Come si è evoluto il progetto nel tempo: quante sono le farmacie coinvolte?

«Negli anni il progetto è cresciuto, oggi vi aderiscono tutte le 22mila farmacie del territorio italiano; abbiamo distribuito milioni di materiali, promosso campagne di sensibilizzazione, sviluppato strumenti digitali e lavorato con associazioni e centri antiviolenza. Sono state centinaia le donne che sono arrivate in farmacia e hanno chiesto personalmente aiuto.

Un passaggio fondamentale ha riguardato il protocollo d’intesa sottoscritto alla Camera dei Deputati con il Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità insieme a FOFI, Federfarma, Assofarm, Farmacie Unite e Farmaciste Insieme. Questo protocollo ha riconosciuto il valore del percorso che da quel momento è diventato istituzionale, e afferma che la farmacia è un luogo sicuro per le donne. Oggi non lavoriamo più solo sulla sensibilizzazione e sull’informazione, ma cerchiamo di sperimentare un nuovo modello che metta in collaborazione e in relazione tutti gli attori del sistema che possono, in qualche modo, aiutarci ad aiutare le donne».

Cosa distingue al progetto pilota avviato in Lombardia dal progetto nazionale, e perché proprio la Lombardia come primo modello regionale?

«Il modello Mimosa Lombardia rappresenta l’evoluzione naturale del progetto nazionale; la vera innovazione non consiste nell’estendere una rete che già esisteva, ma nel cambiare proprio il modo di lavorare. Per la prima volta abbiamo creato un board, una rete strutturata che si chiama Insieme Lab dove convergono professionisti sanitari, istituzioni, associazioni e terzo settore.

Con Insieme Lab si è creata una rete strutturata con professionisti sanitari, istituzioni, associazioni e terzo settore

In Lombardia già esistevano le condizioni per avviare questa sperimentazione: una forte sensibilità delle istituzioni regionali, una rete capillare e la disponibilità di numerosi soggetti a costruire un percorso comune. Il prossimo obiettivo è portare questo progetto pilota in tutta Italia».

Qual è la funzione di Insieme Lab, e quali soggetti ne fanno parte?

«La violenza è un fenomeno complesso, che richiede risposte complesse; per questo è stato creato un board che coinvolge diverse professioni sanitarie, il mondo dello sport e quello dei cittadini, così che ogni attore, con la propria competenza, possa dare il proprio contributo. Il farmacista rappresenta un punto di ascolto e orientamento; i medici di medicina generale, gli infermieri e gli altri professionisti sanitari contribuiscono a intercettare precocemente le situazioni di fragilità; le istituzioni coordinano i servizi; il terzo settore mette a disposizione competenze specialistiche e percorsi di presa in carico.

Del board fanno parte Federfarma Lombardia, FOFI, FIMMG, ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani), FNOPI, quindi la Federazione degli Infermieri, rappresentanti delle istituzioni regionali, organizzazioni del terzo settore, l’Ospedale Niguarda e Cittadinanzattiva».

Come si configura il farmacista nell’intercettare una situazione di disagio?

«Il farmacista non è chiamato a fare diagnosi e neanche a sostituirsi agli operatori specializzati. Il suo compito però è sicuramente quello di riconoscere i segnali di fragilità, creare un clima di fiducia, ascoltare senza giudicare e orientare la donna verso i servizi competenti. Si tratta di una presenza costante e facilmente accessibile, e quindi diviene un interlocutore privilegiato.

Il farmacista è chiamato a riconoscere i segnali di fragilità, creare un clima di fiducia, ascoltare senza giudicare e orientare la donna verso i servizi competenti

L’App FreeBees è una delle novità del progetto, pensata per integrare il lavoro dei farmacisti; si tratta di un’App molto semplice e nascosta che permette di trovare il centro antiviolenza più vicino e di chiamare i numeri di emergenza (112, 113, 1522)».

Sono previste competenze specifiche o formazione per i farmacisti per affrontare questo tipo di situazioni?

«Certamente. Il farmacista deve riconoscere i segnali che possono indicare una situazione di violenza, sapere come instaurare un dialogo rispettoso e conoscere la rete dei servizi; sapere quello che deve dire, ma soprattutto sapere quello che non deve dire. I corsi, che si susseguono in varie edizioni, prevedono l’intervento di farmacisti, un magistrato, medici che spiegano come dobbiamo lavorare».

Quali indicatori saranno utilizzati per valutare i risultati della sperimentazione lombarda?

«L’obiettivo della sperimentazione non è quello di misurare il progetto in termini numerici, ma verificare se il modello di collaborazione che abbiamo costruito riesce davvero a migliorare la capacità del territorio di rispondere a un fenomeno così complesso. Valuteremo la qualità delle relazioni tra i vari soggetti coinvolti, l’efficacia dei percorsi di formazione, il livello di integrazione tra professionisti sanitari, istituzioni e terzo settore, l’utilizzo degli strumenti informativi e digitali, la capacità di fare rete.

Il risultato più importante sarà capire se questa esperienza riuscirà a generare un metodo di lavoro condiviso

Il risultato più importante sarà capire se questa esperienza riuscirà a generare un metodo di lavoro condiviso, capace di rendere più semplice, più sicuro e più rapido l’accesso delle donne ai servizi di protezione e supporto».

Come il progetto Mimosa Lombardia potrebbe essere esportato in altre Regioni?

«Mimosa Lombardia nasce con l’ambizione di costruire un modello organizzativo che possa essere adattato ai diversi contesti regionali.

Perché questo accada sarà fondamentale che si creino le stesse condizioni che lo hanno reso possibile in Lombardia: la volontà delle istituzioni di fare rete, la collaborazione tra le professioni sanitarie, il coinvolgimento del terzo settore e la disponibilità di tutti gli attori a condividere competenze e responsabilità.

Se riusciremo a dimostrare che questo metodo funziona, avremo costruito un modello di collaborazione tra reti territoriali che potremo mettere a disposizione per un uso più esteso».

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Stefania Cifani
Stefania Cifani
Giornalista in ambito medico-scientifico e medical writer