Hiv: infezioni in calo, ma serve consapevolezza sulla salute sessuale

I dati Hiv diffusi dall’Iss evidenziano un calo delle infezioni rispetto al 2020, ma è probabile che la cifra risenta della pandemia. Bene la PrEP e la terapia long acting, ma occorre migliorare la consapevolezza e spingere tutti gli individui sessualmente attivi a fare il test Hiv

Nel 2021, le nuove diagnosi di infezione da Hiv in Italia sono state 1.770, pari a 3 nuovi casi per 100.000 residenti. L’incidenza più elevata si è registrata nella fascia d’età 30-39 (7,3 nuovi casi ogni 100.000 residenti), seguita da quella 25-29 (6,6 ogni 100.000 persone). In queste fasce d’età l’incidenza nei maschi è 3-4 volte superiore a quelle nelle femmine. In generale, poi, i maschi rappresentano il 79,5% dei nuovi casi. L’età mediana delle persone diagnosticate è di 42 anni per gli uomini e 41 per le donne.

Sono questi i dati dell’aggiornamento della sorveglianza nazionale delle nuove diagnosi di infezione da Hiv e dei casi di Aids al 31 dicembre 2021, curato dal Centro Operativo Aids (Coa) dell’Istituto superiore di Sanità (Iss), presentati in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids del 1 dicembre.

L’incidenza italiana è inferiore alla media degli Stati dell’Unione europea (4,3 casi ogni 100.000 persone), ma la cifra potrebbe riflettere le difficoltà di accesso che si sono registrate durante e dopo la pandemia. “In realtà, il trend è in diminuzione già dal 2018 – osserva Alessandra Bandera,  direttrice Malattie infettive al Policlinico di Milano – Tuttavia, è innegabile che nel 2020 e nel 2021 il Covid abbia impattato in modo importante l’accesso al test e alle cure”.

A questo proposito, l’Unaids, il Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv/Aids, ha insistito sulla lotta alle disuguaglianze, sostenendo che a causa del Covid e delle altre crisi globali i progressi contro l’Hiv e l’Aids hanno subito un forte rallentamento.

Il fenomeno è direttamente connesso al calo delle risorse globali disponibili: infatti, nell’ultimo decennio, l’assistenza per l’Hiv da parte di Paesi diversi dagli Stati Uniti è crollata del 57%; il risultato è che nel 2021, le risorse internazionali disponibili sono state inferiori del 6% rispetto a quelle stanziate nel 2010.

Sulle motivazioni mediche che sottendono il calo generalizzato delle infezioni, ci sono diverse ipotesi, ma tra gli aspetti principali il fatto che “oggi tutte le persone sieropositive sono sottoposte a terapia antiretrovirale – come ricorda Bandera – Questo fa sì che i soggetti stiano meglio, ma anche che la carica virale presente nel sangue diventi negativa e l’infezione non sia trasmissibile”.

Nell’ultimo decennio, l’assistenza per l’Hiv da parte di Paesi diversi dagli Stati Uniti è crollata del 57%

Da qui l’importanza di eseguire periodicamente il test dell’Hiv: il report dell’Iss ha infatti evidenziato che, dal 2015, è aumentata la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione (con bassi Cd4 o in Aids): nel 2021, i tre quarti dei maschi eterosessuali (il 75,9%) e circa i due terzi delle femmine (il 62,4%) sono stati diagnosticati con Cd4<350 cell/µL, una cifra che significa che il sistema immunitario è già stato compromesso.

Per Cala Lima, l’associazione contro l’Aids nata in Puglia, “l’Italia deve recuperare in fretta il ritardo accumulato nel contrasto al sommerso e sulla prevenzione; è urgente rendere molto più accessibile il test, anche con l’aiuto del terzo settore, implementare programmi di prevenzione verso tutti i target e rendere subito rimborsabile la PrEP, la Profilassi Pre-Esposizione”. Dalla Lila sono arrivate anche critiche al Ministero della Salute che, quest’anno ha reso noti i dati con notevole ritardo: “Questa è una decisione che rischia di sottrarre al dibattito pubblico preziosi strumenti di riflessione nel periodo dell’anno in cui l’attenzione al tema Hiv è più alta”, si legge in una nota diffusa dall’associazione.

I casi di Aids conclamato

Quando l’infezione da Hiv non è diagnosticata in tempo, può portare problemi al sistema immunitario e sfociare in Aids.

Dall’inizio dell’epidemia, nel 1982, a oggi sono stati segnalati al Centro Operativo Aids dell’Iss 72.034 casi di sindrome da immunodeficienza acquisita, di cui 46.874 deceduti entro il 2019. Nel 2021 sono stati diagnosticati 382 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti.

Anche l’incidenza di Aids è in costante diminuzione: il numero di decessi rimane stabile ed è pari a poco più di 500 casi l’anno.

Nel 2021 sono stati diagnosticati 382 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti

La proporzione di persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere positiva all’Hiv nel semestre precedente la diagnosi di Aids, tuttavia, è aumentata nel 2021 (83%) rispetto al 2020 (80,8%). È invece diminuita nel tempo la proporzione di persone che alla diagnosi di Aids presentava un’infezione fungina, mentre è aumentata la quota di persone con un’infezione virale e quella con tumori.

Nel 2021, il 76,4% delle persone diagnosticate con Aids non aveva ricevuto una terapia antiretrovirale prima della diagnosi.

L’importanza del test

Per combattere le diagnosi tardive e fare emergere il sommerso, che si stima sia attorno al 30%, c’è un solo modo: effettuare periodicamente il test dell’Hiv. “Questo permette sia di intervenire precocemente sulla persona sieropositiva, sia di evitare che contagi i propri partner – nota Bandera – Oggi, spesso, le persone scoprono di avere l’infezione con un ritardo anche di dieci anni”.

Secondo i dati Iss, infatti, oltre un terzo delle persone con nuova diagnosi scopre di essere positivo a causa della presenza di sintomi o patologie correlate all’Hiv (il 39,8%). Altri motivi per fare il test sono stati: rapporti sessuali senza preservativo (per il 16,6%), comportamenti a rischio non specificati (9,4%), accertamenti per altra patologia (6,9%), iniziative di screening o campagne informative (6,2%).

Il test, che si chiama Elisa (Enzime Linked Immuno Sorbent Assay) è gratuito e viene condotto negli ospedali o centri specializzati: l’Iss ha realizzato una mappa con le strutture che erogano questo servizio.

Lo screening dovrebbe essere fatto periodicamente da tutta la popolazione sessualmente attiva

È inoltre disponibile un test rapido acquistabile in farmacia che fornisce il risultato in pochi minuti. “In questo caso è bene ricordare che, se c’è stato un comportamento a rischio, è necessario attendere qualche giorno prima di effettuare il test”, ricorda Bandera. Lo screening, tuttavia, dovrebbe essere fatto periodicamente da tutta la popolazione sessualmente attiva: “Oltre il 90% delle persone attua comportamenti che possono ledere la propria salute – nota l’esperta – Spesso, al momento della diagnosi, molti rimangono stupiti perché hanno sottovalutato il rischio”.

Per aumentare la percentuale di italiani che vi si sottopone regolarmente, secondo Bandera, occorrerebbe pensare a modalità diverse dal solo ospedale: “Iniziative sul territorio, per esempio, lo renderebbero accessibile con una maggiore facilità”.

L’altro aspetto è culturale: “Va sottolineato che oggi fare il test significa essere più tranquilli sulla propria salute e su quella delle persone con cui veniamo a contatto sessualmente. Anche in caso di positività, infatti, la terapia antiretrovirale permette di mantenere una qualità di vita elevata e di non essere infettivi”, rileva Bandera.

I dati sottolineano come a essere maggiormente interessati dall’infezione siano maschi eterosessuali e le femmine: “Questo accade perché gli uomini che fanno sesso con uomini sono più sensibilizzati e di solito si controllano più frequentemente – spiega l’esperta – Le altre categorie, invece, tendono a sottovalutare il rischio”.

La PrEP

Dal 2017 è possibile prevenire l’Hiv anche grazie alla PrEP (profilassi pre esposizione), un protocollo che permette alle persone Hiv-negative di ridurre il rischio di contrarre l’infezione del 99%.  “Si tratta della combinazione, in un’unica compressa, di due farmaci: tenofovir disoproxil ed emtricitabina – spiega Bandera – Può essere utilizzata in continuo o al bisogno, ma deve sempre essere prescritta da un infettivologo che deve valutare il costo-efficacia della terapia”. In affiancamento al medicinale, infatti,  viene proposto un percorso di screening per le altre malattie sessualmente trasmesse.

La PrEP protegge infatti dall’Hiv, ma non dalle altre patologie. Motivo per il quale è comunque consigliato l’uso del preservativo.

Il farmaco è in fascia C e costa al cittadino una sessantina di euro. “Gli studi dicono che funziona molto bene, purché l’assunzione sia corretta”, afferma Bandera.

Non si conosce il numero delle persone che, in Italia, fanno ricorso a questa terapia: manca infatti un registro nazionale. A giugno di quest’anno, alla conferenza italiana Aids e ricerca antivirale (Icar 2022), l’associazione Plus ha presentato i dati di un questionario somministrato a 56 centri su 70. I 28 che hanno risposto hanno riportato di 3.641 persone che usano la PrEP. Nell’edizione 2019 erano 513.   

La terapia Long Acting

Da qualche tempo è disponibile anche in Italia una nuova terapia, che punta a migliorare ulteriormente la qualità della vita di chi ha l’Hiv e ad aumentare l’aderenza. “Si tratta di due farmaci iniettati intramuscolo una volta ogni due mesi – spiega Bandera – Il loro arrivo ha cambiato completamente il paradigma della terapia antiretrovirale che finora si assumeva giornalmente con una compressa. Questo significa che chi ha l’infezione deve rispettare la scadenza, ma nei giorni tra un’iniezione e l’altra non deve prendere nulla”. La somministrazione avviene nei centri dedicati, proprio per monitorare l’andamento della terapia.

Questi farmaci si accumulano a livello del muscolo e poi hanno un lento rilascio a livello della circolazione del sangue, in modo da mantenere la soppressione virologica per lungo tempo.

Chi può accedere a questa terapia? “Chiunque abbia un’infezione da Hiv e abbia già in corso una terapia antiretrovirale efficace – afferma Bandera – Non è infatti una terapia che in questo momento viene prescritta a pazienti che non hanno mai effettuato la terapia antiretrovirale”.

Sono poi esclusi i soggetti che nella loro storia di infezione hanno accumulato delle resistenze del virus ai farmaci che vengono somministrati per via intramuscolare.

La salute sessuale

Secondo i dati diffusi dall’Iss, il numero più elevato di diagnosi (l’83,5%) è attribuibile alla trasmissione sessuale: gli eterosessuali rappresentano il 44% (tra di loro i maschi eterosessuali sono il 27,2% e le femmine eterosessuali il 16,8%), i maschi che fanno sesso con maschi il 39,5%. Infine, la modalità di trasmissione riguarda l’uso di sostanze stupefacenti nel 4,2% dei casi.

Dal 2017 si osserva una diminuzione del numero di nuove diagnosi Hiv in stranieri, sia maschi che femmine: nel 2021, gli stranieri costituiscono il 29,2% di tutte le segnalazioni, la proporzione rimane stabile nel tempo con valori intorno al 30%. Le incidenze più alte sono state registrate in Lazio, Valle d’Aosta, Toscana ed Emilia Romagna.

Gonorrea, sifilide o clamidia non necessitano di una terapia cronica, ma è importante allargare lo sguardo e far passare il messaggio che proteggersi è importante

“Credo che sia importante trasmettere il concetto di salute sessuale, che non riguarda solo l’Hiv, ma anche le altre malattie sessualmente trasmesse – riflette Bandera – È vero che gonorrea, sifilide o clamidia non necessitano di una terapia cronica, ma è importante allargare lo sguardo e far passare il messaggio che proteggersi è importante”.

E poi combattere lo stigma o, in generale, la scarsa conoscenza: “Quando tengo lezioni universitarie, chiedo sempre ai ragazzi quanti hanno fatto il test almeno una volta – racconta Bandera –: sono pochissime le mani che si alzano. Il test non è ancora considerato qualcosa da fare periodicamente, a differenza di altri controlli ritenuti routinari, come le analisi del sangue o la visita medica prima di praticare attività sportiva”.

Quando si parla di comportamenti sessuali, molte attenzioni sono rivolte alla prevenzione delle gravidanze, meno alla trasmissione delle malattie. “Fare il test dell’Hiv dovrebbe essere qualcosa di liberatorio: se sono negativa posso comunicarlo ai miei partner, nel caso in cui risultassi positiva posso iniziare subito la terapia antiretrovirale e non essere infettiva. È un gesto di responsabilità nei confronti degli altri, oltre che di se stessi”.

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Michela Perrone
Giornalista pubblicista