Breast Unit per garantire una presa in carico completa, anche dal punto di vista umano

Francesca Rovera, Direttrice della Breast Unit della ASST 7 Laghi di Varese, ci parla delle sfide economiche che affrontano le pazienti e di come le Breast Unit, in collaborazione con il terzo settore, possano alleviare la tossicità economica

Nel panorama oncologico italiano, il tumore della mammella rappresenta la neoplasia più diagnosticata. In questo contesto, le Breast Unit si pongono come modelli di eccellenza nel garantire una cura integrale alle pazienti, affrontando non solo gli aspetti clinici, ma anche le difficoltà economiche che spesso influiscono sull’aderenza alle terapie.

Per lo Speciale sulla tossicità finanziaria in oncologia, a TrendSanità abbiamo intervistato Francesca Rovera, Direttore della Breast Unit della ASST 7 Laghi di Varese e Presidente della Scuola di Medicina dell’Università dell’Insubria. Con lei esploriamo come queste strutture, attraverso una sinergia con il terzo settore, possano mitigare la tossicità economica e garantire un accesso equo alle cure, promuovendo un approccio umano e multidisciplinare nella lotta contro il cancro.

Nel suo lavoro quotidiano quanto spesso riscontra che le difficoltà economiche influenzano l’aderenza alle terapie? Come l’ospedale cerca di mitigare questi effetti?

Francesca Rovera

«Il problema è molto presente. Le pazienti riferiscono difficoltà legate all’aderenza alle terapie, che sono spesso lunghe e complesse, e all’assenza dal lavoro. Tuttavia, il modello Breast Unit rappresenta una soluzione vincente perché garantisce una presa in carico completa della paziente, non solo dal punto di vista oncologico ma anche umano.

In Lombardia, dove dal 2016 i tumori mammari devono essere trattati obbligatoriamente nelle Breast Unit, abbiamo sviluppato una collaborazione fondamentale con il terzo settore. Le associazioni di volontariato non sono sussidiarie ma complementari: forniscono trasporti per le pazienti che vivono distanti dall’ospedale, supporto per le chemioterapie settimanali, e aiuti pratici come parrucche per gestire l’alopecia. Non curiamo solo una patologia, ma ci prendiamo cura di una persona a 360 gradi».

Il sistema sanitario attuale garantisce equità di accesso alle cure oncologiche senza gravare eccessivamente su pazienti e famiglie?

«Le Breast Unit sono una garanzia di standard qualitativi elevati. Per essere riconosciuta, una Breast Unit deve trattare almeno 150 casi all’anno con un team multidisciplinare completo. In Lombardia abbiamo 37 Breast Unit distribuite capillarmente, ma non è così ovunque in Italia. È vero che al Sud la minore presenza di questi centri costringe le pazienti a spostarsi, creando costi aggiuntivi. Tuttavia, è qui che il terzo settore diventa cruciale: le associazioni devono promuovere la creazione di nuove Breast Unit e aiutare le pazienti a raggiungere i centri di eccellenza. Dobbiamo evitare le migrazioni sanitarie: ogni paziente ha diritto a essere curata bene vicino a casa, con il supporto della famiglia che è parte integrante della cura».

Il modello Breast Unit rappresenta una soluzione vincente perché garantisce una presa in carico completa della paziente, non solo dal punto di vista oncologico ma anche umano

Perché è importante, dal suo punto di vista, affrontare il tema della tossicità economica?

«Come Presidente della Scuola di Medicina, ritengo fondamentale insegnare ai futuri medici che la cura va oltre l’atto tecnico. Quando una paziente si sente accompagnata anche nella gestione quotidiana, dal trovare qualcuno che si occupi dei bambini al recupero di un esame, questo è anche cura. Il terzo settore ci aiuta fornendo supporti apparentemente “minori” ma essenziali: borsine per i drenaggi, cuscini specializzati, attività come il dragon boat che uniscono recupero fisico e supporto psicologico. Questi servizi devono essere offerti a tutte le pazienti, non solo a chi può permetterseli privatamente. L’umanizzazione delle cure significa creare un’alleanza terapeutica vera, dove il medico diventa alleato della vita a 360 gradi».

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Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)