
L’integrazione del PAI (Professional Assessment Instrument) nel Fascicolo sanitario elettronico rappresenta, per la professione infermieristica e non solo, un passaggio destinato a cambiare radicalmente la visibilità e il valore dell’assistenza. A sottolinearlo è Maurizio Zega, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche (OPI) di Roma, che definisce questo cambiamento «oggettivamente rivoluzionario» perché, spiega, «l’attività infermieristica, soprattutto nel territorio, oggi non è registrata e quindi non è visibile dai flussi informativi».
Secondo Zega, il sistema attuale restituisce solo informazioni generiche: «Se il paziente è a casa con un’insufficienza cardiaca e riceve la visita dell’infermiere, il flusso informativo massimo che si ha è che c’è stato un accesso infermieristico per insufficienza cardiaca. Tutto quello che l’infermiere fa non esiste». Questo limite diventa particolarmente critico in un contesto demografico segnato dall’invecchiamento della popolazione. «Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone e tra meno di vent’anni avremo oltre sei milioni di ultraottantenni. Se non cambiano le regole di ingaggio, le fragilità diventeranno uno tsunami socio-sanitario».
Misurare per sostenere il Servizio sanitario
Il paradosso, osserva, è che la maggior parte dell’assistenza domiciliare è già oggi sostenuta dagli infermieri. «Agenas dice che il 92,5% degli accessi domiciliari è svolto da infermieri, di cui il 70% da soli. Eppure, lo Stato non ha fatto nulla per programmare su questa attività». Il PAI, integrato nel Fascicolo sanitario, consente invece di rilevare i bisogni assistenziali e, soprattutto, misurare gli esiti. «Avere un inquadramento diagnostico infermieristico significa testimoniare perché deve andare un infermiere e magari non un OSS. Questo ha anche un impatto sulla sostenibilità del sistema».
L’attività infermieristica, soprattutto nel territorio, oggi non è registrata e quindi non è visibile dai flussi informativi
Il cambiamento ha anche una dimensione etica. «Oggi nel 92,5% dei casi i cittadini non sanno se le attività svolte a domicilio producono salute o meno, perché non abbiamo sistemi di reporting. Il PAI nel FSE è rivoluzionario perché dà una risposta di salute pubblica al cittadino e anche di sostenibilità: se una persona non è gestita bene a domicilio, torna in ospedale e il costo si triplica o quadruplica».
Come si è arrivati alla delibera regionale
Il percorso che ha portato alla delibera regionale del Lazio è stato graduale. «Quando abbiamo iniziato le interlocuzioni con l’amministrazione, non c’era piena apertura, anzi, c’era diffidenza», racconta Zega. Comprensibile, «molto spesso gli Ordini professionali vengono percepiti come soggetti che fanno lobby per la professione, mentre noi volevamo portare istanze per la risposta sanitaria ai cittadini». Nel tempo si è costruito un rapporto di fiducia che ha portato a risultati concreti, tra cui un accordo firmato con la Regione Lazio e l’Ordine dei medici. «Abbiamo trovato una sintesi per la presa in carico del paziente sul territorio, anche in vista della messa a terra del PNRR».
«Abbiamo trovato una sintesi per la presa in carico del paziente sul territorio, anche in vista della messa a terra del PNRR»
Tra le novità, la Regione Lazio ha deliberato l’assunzione di dirigenti infermieristici territoriali. «Si è ritenuto importante che la gestione logistica e assistenziale del paziente nel territorio fosse affidata a un professionista, come avviene in ospedale». Questo approccio, sottolinea Zega, è coerente con il modello di sanità di rete già delineato a livello nazionale con l’accordo Stato Regioni del 2004. «La risposta deve essere appropriata nel luogo più appropriato e, con l’invecchiamento della popolazione, il domicilio diventa il luogo principale. L’ospedale deve essere l’ultima risorsa, perché è la più costosa».
Il PAI con lo stesso linguaggio grazie alla tassonomia NANDA
Sul piano operativo, l’introduzione del PAI comporterà anche l’adozione di un linguaggio uniforme. «Domani il sistema sarà unico e tutti parleranno la stessa lingua». Il riferimento è alla tassonomia NANDA, distinta però dallo strumento operativo. «La tassonomia NANDA è il linguaggio, il PAI è lo strumento che rende possibile utilizzarlo. Non bisogna confonderli».
Il problema, secondo Zega, è anche culturale. «Gli infermieri sono bravissimi a fare l’accertamento del paziente, ma non scrivono quello che inquadrano. Il medico fa l’anamnesi e la scrive, noi spesso no». Il PAI interviene proprio su questo punto: «Attraverso un algoritmo validato scientificamente, l’accertamento produce una o più diagnosi assistenziali, interventi e attività. L’infermiere si trova la pianificazione standardizzata sulla base della sua valutazione».
L’infermiere ha a disposizione la pianificazione standardizzata sulla base della sua valutazione
Il modello, sottolinea il presidente di OPI, è già diffuso in diverse realtà e può essere esteso. «Il Policlinico Gemelli usa il PAI dal 2012, il Campus Bio-Medico, il gruppo San Donato e altre strutture territoriali lo utilizzano già. È estendibile in tutte le dimensioni». Il vantaggio è anche economico. «Il programma è concesso gratuitamente, perché siamo un ente sussidiario dello Stato. Alle amministrazioni resta solo il costo dell’implementazione e della formazione, quest’ultima può essere fatta in una giornata e forma i formatori dell’azienda sanitaria».
I dati possono aiutare anche la ricerca infermieristica
La raccolta dei dati rappresenta un ulteriore elemento strategico. «La letteratura dice che una buona documentazione infermieristica riduce la mortalità», ricorda Zega. I dati prodotti dal PAI hanno una doppia funzione: migliorare continuamente lo strumento e supportare la programmazione sanitaria. «Aiutano il sistema a capire dove si trova, come una Google Map: sta rispondendo a tutti i bisogni o solo a quelli clinici?». Inoltre, i dati permettono di affrontare uno dei problemi più rilevanti: le riammissioni ospedaliere. «Abbiamo pazienti che escono ristabiliti, ma trovano il vuoto nel territorio e tornano in ospedale. I rientri a 30 giorni sono oltre il 16%».
I dati prodotti dal PAI hanno una doppia funzione: migliorare continuamente lo strumento e supportare la programmazione sanitaria
L’utilizzo dei dati, aggiunge Zega, può anche rafforzare la ricerca infermieristica. «Quando gli infermieri hanno dati sintetici e immediatamente disponibili, sono più disposti a fare ricerca». L’esperienza dell’Ordine di Roma lo dimostra: «Abbiamo mezzo milione di euro l’anno per la ricerca e per la prima volta i singoli infermieri hanno superato le scuole di dottorato nella richiesta di fondi».
Per Zega, tuttavia, il vero punto è culturale e riguarda l’adozione di un linguaggio standardizzato. «Questa scelta su scala regionale è probabilmente unica al mondo», afferma, ricordando un confronto internazionale. «Ho detto ai colleghi che dovremmo vergognarci: la cosa più importante è parlare tutti la stessa lingua, poi confrontarci». Senza un linguaggio comune, spiega, «è come confrontare mele e pere».
Il linguaggio standardizzato, conclude, non è il traguardo, ma l’inizio. «Non è la riga di arrivo, è la riga di partenza. Il futuro è costruire i LEA assistenziali e misurare economicamente ciò che diamo e i risultati che otteniamo. Io sono un convinto sostenitore del value based: dobbiamo dimostrare il valore dell’assistenza infermieristica».








