Sanità, territori e nuove fragilità: il terzo settore come sensore del cambiamento

Il terzo settore è sempre più decisivo nella sanità italiana: integra il pubblico, riduce disuguaglianze, intercetta fragilità e sostiene territori con un approccio relazionale e preventivo. A TrendSanità il punto con Carla Collicelli

Negli ultimi anni, il terzo settore è emerso come un pilastro sempre più centrale nell’ecosistema sanitario italiano, non solo come espressione di solidarietà, ma come partner strategico del sistema pubblico. Secondo recenti analisi, sono quasi 13mila le organizzazioni non profit attive in ambito sanitario, con oltre 103mila dipendenti e centinaia di migliaia di volontari impegnati quotidianamente.

Di fronte a sfide come la povertà sanitaria, l’invecchiamento delle popolazioni e la crescente complessità delle cure territoriali, le organizzazioni non profit stanno assumendo un ruolo sempre più strutturato e integrato nella co-progettazione con le istituzioni pubbliche.

In questo panorama, la domanda non è più se il terzo settore faccia la differenza, ma come e quanto contribuisca effettivamente a migliorare gli esiti per i pazienti, a rendere più efficienti i percorsi di cura e a ridurre le disuguaglianze. È su queste evidenze che si gioca la sua legittimazione come attore strategico nella sanità del futuro.

A TrendSanità approfondiamo il tema con Carla Collicelli, sociologa, già Direttore Generale del CENSIS, esperta in welfare, salute e sanità e Senior Expert di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).

Carla Collicelli

Nel dibattito attuale si parla spesso del terzo settore come partner strategico del sistema salute. Quali sono, a suo avviso, le evidenze concrete anche in termini di outcome per i pazienti, efficacia dei percorsi di cura e riduzione delle disuguaglianze, che giustifichino questo cambio di ruolo rispetto al passato?

«Già il fatto che oggi disponiamo di dati è un indicatore importante. L’Istat realizza periodicamente indagini quantitative e qualitative che ci permettono di misurare il peso del terzo settore in Italia. Storicamente il suo ruolo è sempre stato significativo, ma operava spesso sottotraccia e con scarso riconoscimento. Oggi sappiamo che il terzo settore è un pilastro del nostro welfare, in particolare nelle politiche sociali, ma non solo: rappresenta il primo supporto alla famiglia e alle comunità. Questo è legato anche alla natura “familistica” del welfare italiano, in cui molti bisogni venivano dati per scontato come responsabilità delle famiglie. Ma questa capacità familiare si è ridotta: pensiamo solo alle donne, che oggi lavorano molto più che in passato. In questo contesto il terzo settore diventa il punto di riferimento quando il sistema pubblico non arriva o arriva in modo tardivo o inadeguato. Ecco perché oggi sta ricevendo maggiore visibilità e riconoscimento, anche se in modo disomogeneo tra territori».

Quali modelli di integrazione tra Servizio Sanitario Nazionale e organizzazioni del terzo settore ritiene più efficaci? E quali rischi di frammentazione intravede?

«Il terzo settore è cruciale nelle aree di intervento “di confine” tra sociale e sanitario: per esempio, la presa in carico dopo dimissioni da ricoveri o terapie importanti, dove il SSN è ancora carente. Lo stesso vale per l’assistenza continuativa a non autosufficienti, disabili o prima infanzia: oggi meno del 10% degli anziani che avrebbero diritto all’assistenza domiciliare la ricevono attraverso i canali pubblici.

Il terzo settore è cruciale nelle aree di intervento “di confine” tra sociale e sanitario

In questo vuoto operano una rete fittissima di associazioni, sia di patologia sia territoriali, che offrono orientamento e spesso servizi diretti. Questa funzione sanitaria si intreccia con compiti più sociali di competenza dei comuni: prevenzione del disagio psichico, spazi di aggregazione, prevenzione della devianza minorile. Tutti ambiti che richiedono integrazione, ma dove il rischio di frammentazione è sempre dietro l’angolo».

Affrontiamo il tema della sostenibilità finanziaria e dei possibili limiti etici del ricorso al volontariato: dal punto di vista economico, il terzo settore è sostenibile?

«Il terzo settore offre servizi a basso costo proprio perché utilizza molto volontariato, ed è quindi sostenibile sul piano economico. Tuttavia, quando gli oneri diventano troppo gravosi è necessario integrare con finanziamenti pubblici e forme di collaborazione e delega. Questo ormai avviene in molte realtà territoriali. Ma la sostenibilità va intesa in senso più ampio, come propone l’Agenda ONU e come noi in ASviS sottolineiamo: significa chiedersi se l’azione del terzo settore previene l’aggravamento di situazioni critiche e riduce esclusione e marginalità. Il terzo settore, radicato nei territori, conosce i fattori di rischio e interviene precocemente: è spesso un “sensore” che individua disagi prima che esplodano. Questo è un contributo fondamentale alla sostenibilità complessiva del sistema».

Radicato nei territori, il terzo settore conosce i fattori di rischio e interviene precocemente: è spesso un “sensore” che individua disagi prima che esplodano

Un tema molto discusso negli ultimi anni riguarda l’innovazione digitale, soprattutto in relazione al PNRR e alla domiciliarità. Che ruolo può giocare il terzo settore nelle trasformazioni digitali che riguardano le persone più fragili?

«Anche il terzo settore è coinvolto nella transizione digitale, ma con un approccio peculiare: mantiene al centro la persona umana e la dimensione relazionale della cura. Le tecnologie sono utili quando realmente migliorano assistenza e monitoraggio, ma possono creare rischi: disinformazione, manipolazione, isolamento sociale, uso scorretto dell’IA. Il terzo settore richiama quindi ai principi etici della cura e alla necessità di non perdere il valore della relazione terapeutica.

Detto ciò, molte realtà hanno già utilizzato efficacemente strumenti digitali: ricordo cooperative che, durante la pandemia, hanno attivato servizi telefonici o online per monitorare anziani soli. Oggi la tecnologia consente interventi più rapidi e accurati. Nella componente più tecnica della sanità, come robotica e chirurgia avanzata, il terzo settore non è protagonista, ma riconosce il valore di queste innovazioni. L’importante è “cavalcare” questa trasformazione senza subirne gli effetti negativi».

Guardando al futuro, quali nuovi indicatori sui determinanti sociali della salute dovrebbero essere utilizzati per inquadrare meglio il contributo del terzo settore?

«Negli ultimi decenni abbiamo fatto molta strada. Prima si consideravano quasi esclusivamente cause organiche, genetiche o comportamentali. Oggi sappiamo che i determinanti sociali della salute sono moltissimi: la crisi climatica, l’inquinamento, l’organizzazione delle città, i trasporti, la disponibilità di spazi verdi, le relazioni sociali, le condizioni del lavoro o la sicurezza nelle scuole. Il terzo settore ha fatto da apripista, cercando, da sempre, di collocare patologie e disagi dentro questo contesto più ampio. Ora questo approccio viene riconosciuto anche dalle istituzioni. Da qui la crescita di strumenti come co-programmazione, co-progettazione e amministrazione condivisa, che permettono di integrare pubblico, privato e terzo settore per affrontare in modo sistemico i fattori che influenzano la salute».

Il terzo settore affronta la transizione digitale mantenendo al centro la persona e le relazioni di cura

Vorrebbe aggiungere un’ultima considerazione per completare il quadro?

«Vorrei richiamare il concetto di paradigma relazionale, sviluppato da un gruppo di esperti di cui faccio parte, chiamato “Piano B”. L’idea è semplice, ma rivoluzionaria: la salute e il welfare non possono essere compresi mettendo al centro un individuo isolato. Tutto si gioca nella qualità delle relazioni: tra paziente e operatore, tra servizi pubblici e privati, tra discipline diverse. Il paradigma relazionale si contrappone ai modelli troppo tecnicistici del biomedico, a quelli economicistici centrati solo sui costi, e a quelli burocratici costruiti in silos. Si integra invece con la prospettiva One Health e Global Health: la nostra salute dipende da ciò che accade nel mondo interconnesso in cui viviamo, come il Covid ci ha insegnato».

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Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)