C’è una domanda che prima o poi qualcuno dovrà fare ad alta voce: quanto vale davvero, per la politica italiana, il Servizio sanitario nazionale?
Non quanto vale nei discorsi. Quelli li conosciamo già.
Vale moltissimo, naturalmente. È «una priorità». È «un pilastro del welfare». È «un diritto costituzionale». È «la sanità pubblica che non si tocca». E adesso, con le elezioni politiche che si avvicinano, tornerà inevitabilmente a essere uno dei grandi capitoli dei programmi elettorali.
Bene. Ma stavolta sarebbe interessante accompagnare ogni promessa con una seconda riga: «Costo dell’operazione: X miliardi. Copertura: Y».
Perché il rischio è che il prossimo anno ci ritroviamo esattamente dove siamo oggi: tutti schierati a difesa del Ssn, ma con un finanziamento che continua a non tenere il passo con i bisogni, con il Pil e con una domanda di salute che cresce.
Ed è così che la sanità torna al centro della scena politica. E non potrebbe essere altrimenti. Con la legge di Bilancio 2027 alle porte e le elezioni politiche che si avvicinano, il Ssn è destinato a diventare uno dei principali terreni di confronto tra maggioranza e opposizioni. La coincidenza è quasi perfetta: da una parte un Governo che rivendica di avere aumentato il Fondo sanitario nazionale (Fsn) da circa 126 miliardi del 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026; dall’altra un sistema che continua a mostrare liste d’attesa, carenza di personale, diseguaglianze territoriali, aumento della spesa privata e rinuncia alle cure.
E soprattutto c’è un numero che rischia di diventare il tormentone della prossima stagione politica: 5 miliardi.
Sono quelli che il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiesto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’incontro di fine luglio sulla prossima manovra. Una richiesta tutt’altro che simbolica. Schillaci ha avvertito che, se non verrà almeno mantenuto stabile il rapporto tra Fondo sanitario e Pil, «andiamo a sbattere». L’obiettivo è evitare un’ulteriore discesa rispetto a una quota che nel 2026 si colloca poco sopra il 6% del Pil.
Cinque miliardi di euro: dove trovarli?
Nella sua intervista di fine luglio il ministro ha messo sul tavolo un vero e proprio elenco della spesa: più risorse per medici e infermieri, nuove assunzioni nelle aree più carenti, finanziamento del Piano sanitario nazionale, ospedali di terzo livello, prevenzione, salute mentale e Alzheimer. Ha inoltre annunciato per il 2027 oltre un miliardo per il fondo destinato alla non autosufficienza.
Il problema è che la richiesta del ministro arriva dopo una legge di Bilancio che, sul 2027, aveva già previsto un incremento assai più modesto. E qui sta il punto politico.
Il paradosso dei miliardi che aumentano, ma non bastano
Il finanziamento del Ssn cresce in valore assoluto. È un dato incontestabile. Il ministero della Salute ricorda che il Fsn è passato dai 128,9 miliardi del 2023 ai 134 miliardi del 2024, fino ai quasi 143 miliardi del 2026.
Ma il problema è quanto cresce rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese e rispetto alla spesa necessaria per mantenere i servizi.
È qui che si inserisce la lettura della Fondazione Gimbe. Secondo l’analisi sul finanziamento 2026, il Fondo raggiunge 143,1 miliardi nel 2026, 144,1 nel 2027 e 145 nel 2028. La crescita, però, rallenta drasticamente: +6,6 miliardi nel 2026, ma appena +995 milioni nel 2027 e +867 milioni nel 2028. In rapporto al Pil, la quota destinata al Fondo passerebbe dal 6,04% del 2025 al 6,16% nel 2026, per poi scendere al 6,05% nel 2027 e al 5,93% nel 2028.
È la differenza tra aumento nominale e investimento reale che alimenta gran parte della polemica.
La narrazione del «grande investimento» in sanità rischia di cadere
Gimbe ha calcolato che, considerando il rapporto tra Fondo e Pil, nel quadriennio 2023-2026 la sanità avrebbe perso complessivamente 17,5 miliardi rispetto a quanto sarebbe stato finanziato mantenendo la quota del 6,3% del Pil registrata nel 2022. Un dato che va letto come una stima controfattuale, non come un taglio contabile del Fondo, ma che rende bene la dimensione del problema.
E il quadro internazionale non aiuta la narrazione del «grande investimento», più volte declamato dal Governo in carica. Giusto lo scorso 2 settembre Gimbe ha ricordato che nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse e dei Paesi europei considerati, con un divario di oltre 36 miliardi rispetto alla media europea in termini di spesa pro capite a parità di potere d’acquisto.
La storia delle leggi di Bilancio
Vale allora la pena rimettere in fila i numeri, perché è proprio dalla loro sequenza che emerge la contraddizione.
| Anno | Finanziamento Ssn / incremento previsto | Il passaggio politico |
|---|---|---|
| 2023 | circa 128,9 mld | La legge di Bilancio 2023 incrementa il finanziamento di 2,15 miliardi |
| 2024 | circa 134 mld | La legge di Bilancio 2024 aggiunge 3 mld, dopo i 2,3 già stanziati: complessivamente 5,3 miliardi rispetto al quadro precedente |
| 2025 | circa 136,5 mld | La manovra 2025 prevede incrementi di 1,3 mld nel 2025, 5,1 nel 2026 e 5,7 nel 2027 rispetto alla legislazione vigente |
| 2026 | 143,1 mld | La legge di Bilancio 2026 aggiunge 2,38 mld nel 2026, 2,63 nel 2027 e 2,63 dal 2028 |
| 2027 | circa 144,1 mld secondo il quadro programmato | È proprio qui che Schillaci chiede un cambio di passo: almeno altri 5 mld per evitare un’ulteriore discesa del rapporto con il Pil |
I numeri, insomma, consentono a entrambe le parti di costruire la propria narrazione. Il Governo può dire: mai così tanti miliardi. Le opposizioni possono replicare: mai così poco rispetto alla ricchezza nazionale e ai bisogni crescenti.
Entrambe le affermazioni contengono una parte di verità. Ma nessuna delle due, da sola, risponde alla domanda decisiva: il Ssn dispone delle risorse necessarie per garantire davvero, e in modo uniforme, i Lea?
La replica: Schillaci ha ragione, ma arriva tardi
La richiesta dei 5 miliardi ha inevitabilmente fornito munizioni all’opposizione. Beatrice Lorenzin, senatrice del Pd e già ministro della Salute nei governi Letta e Renzi, ha sottolineato la contraddizione tra l’autocertificazione del Governo sui risultati raggiunti e la richiesta dello stesso titolare di Lungotevere Ripa di almeno 5 miliardi aggiuntivi. Secondo Lorenzin, dopo quattro anni restano irrisolte carenze di personale, liste d’attesa e difficoltà della medicina territoriale.
La critica, però, non arriva soltanto dalla politica. È soprattutto il quadro dei bisogni a rendere difficile liquidare la questione come una semplice disputa propagandistica.
Nel 2024, ricorda Gimbe, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie e la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha superato i 41 miliardi di euro.
E qui il problema del finanziamento smette di essere una questione per addetti ai lavori. Perché se il servizio pubblico non riesce a garantire tempestività e accessibilità, la conseguenza non è necessariamente che la prestazione scompare: spesso cambia semplicemente pagatore. Dal Fondo pubblico si passa al portafoglio del cittadino.
Quasi 6 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi
È esattamente il rischio rilanciato da Gimbe: il deterioramento del Ssn sta diventando anche un problema di equità sociale e produttività, non soltanto di politica sanitaria. La Fondazione cita inoltre la raccomandazione adottata dal Consiglio Ue il 10 luglio, che chiede all’Italia di migliorare l’accesso tempestivo ed economicamente sostenibile alle cure e di affrontare le carenze di personale.
E adesso arriva la campagna elettorale
Qui si apre la partita vera.
La prossima legge di Bilancio sarà l’ultima grande manovra del Governo Meloni prima delle elezioni politiche del 2027. È dunque quasi inevitabile che la sanità torni a essere una bandiera elettorale. La maggioranza rivendicherà gli aumenti del Fondo; l’opposizione parlerà di definanziamento; tutti prometteranno di difendere il servizio pubblico.
Ma c’è una domanda che sarebbe utile porre a tutti, senza distinzione di schieramento: quanti miliardi volete mettere davvero nella sanità e dove intendete prenderli?
Perché 5 miliardi non sono una cifra astratta. Rappresentano una scelta di politica economica. E il dibattito rischia di diventare molto meno semplice degli slogan.
Il margine di manovra della prossima legge di Bilancio non è infinito. Secondo le ricostruzioni estive, una parte delle risorse aggiuntive disponibili per il 2027 sarebbe già destinata a difesa ed energia, mentre le richieste dei diversi ministeri e dei partiti stanno facendo crescere rapidamente il conto complessivo della manovra.
Cinque miliardi di euro in più alla sanità sono una scelta politica
Dunque, se si vuole davvero aggiungere 5 miliardi strutturali al Ssn, le alternative sono sostanzialmente tre: aumentare le entrate, tagliare altre voci di spesa oppure spostare risorse da capitoli considerati meno prioritari. Oppure, naturalmente, finanziare una parte dell’intervento in deficit, ma dentro i vincoli europei e di finanza pubblica.
Ed è proprio qui che sarebbe interessante ascoltare una campagna elettorale meno rituale.
Non basta dire «più soldi alla sanità». Occorre dire quali soldi, per fare cosa e rinunciando a cosa.
Per esempio: più personale o più acquisto di prestazioni dal privato? Più prevenzione o più ospedali? Più territorio o più alta specialità? Più risorse indistinte al Fondo o finanziamenti vincolati a obiettivi verificabili? E ancora: quanto deve crescere la spesa sanitaria pubblica rispetto al Pil? Il 6,5%? Il 7%? La media europea? In quanti anni?
Sono domande molto meno spendibili in un comizio, ma molto più importanti per chi deve curarsi.
La coperta e il trucco contabile
Il rischio, altrimenti, è di assistere ancora una volta al gioco delle cifre.
Un miliardo oggi, due domani, tre dopodomani. Risorse già stanziate che vengono ripresentate come nuove. Fondi vincolati che finiscono dentro il grande calderone del finanziamento sanitario. Incrementi nominali che non tengono il passo con inflazione, invecchiamento e crescita della domanda.
Gimbe lo ha definito, con una formula efficace, il rischio dell’«illusione contabile»: numeri assoluti che sembrano imponenti, ma che raccontano una storia diversa quando vengono rapportati al Pil e alle previsioni di spesa.
Il problema è che il divario non rimane sulla carta. Secondo la Fondazione, rispetto alle previsioni di spesa sanitaria, il gap tra risorse assegnate e fabbisogno stimato arriverebbe a 6,8 miliardi nel 2026, 7,6 nel 2027 e 10,7 nel 2028.
E allora il conto rischia di essere semplicemente trasferito altrove: sui bilanci regionali, sulle tasse locali, sulle liste d’attesa, sulle famiglie.
Oppure sul privato. E, come ben noto, sempre meno italiani possono permettersi di curarsi privatamente.
La domanda che dovrebbe aprire la campagna elettorale
Per questo la vera notizia delle prossime settimane non sarà sapere se la sanità sarà «centrale» nei programmi elettorali. Lo sarà certamente.
La vera notizia sarà capire quanto costa davvero il modello di sanità che ciascun partito propone.
Perché il ministro Schillaci ha avuto almeno il merito di rompere il rituale e mettere un numero sul tavolo: 5 miliardi. Ora quel numero deve diventare una prova di credibilità anche per il Governo.
Ma la stessa prova vale per le opposizioni.
Quale sanità vuole l’Italia, quanto costa e chi è disposto a pagare il conto?
Se il Ssn è sottofinanziato, come sostengono da anni molti osservatori, allora bisogna spiegare dove trovare le risorse. Se invece gli aumenti decisi negli ultimi anni sono sufficienti, bisogna spiegare perché il rapporto con il Pil continua a scendere e perché crescono rinuncia alle cure, spesa privata e diseguaglianze.
Il tempo degli slogan, almeno sulla sanità, dovrebbe essere finito.
Perché il prossimo confronto elettorale non dovrebbe essere tra chi promette più sanità e chi promette ancora più sanità.
Dovrebbe essere tra chi sa spiegare quale sanità vuole l’Italia, quanto costa e chi è disposto a pagare il conto.
Altrimenti, come ogni anno, assisteremo al solito copione: grandi parole alla vigilia della manovra, qualche miliardo strappato nella trattativa, una conferenza stampa celebrativa e poi, dodici mesi dopo, tutti di nuovo a discutere del definanziamento del Servizio sanitario nazionale.
Nel frattempo, però, i cittadini avranno già pagato. Con le tasse, con il ticket, con una prestazione privata o, quando non potranno permettersela, con l’attesa e la rinuncia.








