Molti fumatori pensano di aver trovato una via d’uscita, o almeno un compromesso accettabile per i propri polmoni. Sono i cosiddetti fumatori “duali”, coloro che alternano la sigaretta tradizionale a quella elettronica convinti di ridurre il rischio complessivo. La realtà clinica che emerge dai laboratori di oncologia e sanità pubblica racconta però una storia diametralmente opposta: chi segue questa strada non sta riducendo il rischio, lo sta aumentando: «L’uso duale è un mix perfetto che peggiora la situazione: chi è un utilizzatore duale ha un rischio quattro volte superiore di sviluppare il tumore al polmone rispetto a chi fuma solo sigarette tradizionali», spiega Maria Sofia Cattaruzza, Professoressa associata di Igiene e medicina preventiva presso il Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive della Sapienza Università di Roma e Presidente di Alleanza per un’Italia Senza Tabacco.
«Un utilizzatore duale ha un rischio quattro volte superiore di sviluppare il tumore al polmone»
Questa pratica unisce le tossicità di due mondi differenti, esponendo l’organismo a una marea invisibile di contaminanti chimici, incluse le microplastiche che entrano direttamente nel nostro corpo sia attraverso l’aria che respiriamo che attraverso il cibo che mangiamo. Infatti, mentre la tossicità ambientale dei filtri delle sigarette (costituiti da materiale plastico) è riconosciuta da tempo, studi recenti rivelano che il fumo attivo stesso può rappresentare una via diretta di inalazione di microplastiche. Inoltre, i filtri non si biodegradano, ma si frammentano con l’esposizione ai raggi ultravioletti, e contaminano acque e suolo, entrando nella catena alimentare.
Le illusioni dell’industria: la protezione del filtro, l’attrattiva dei nuovi prodotti

L’industria del tabacco ha costruito per decenni il mito del filtro come “barriera protettiva”, ma la scienza ha smentito categoricamente questa narrazione. La docente dell’ateneo romano chiarisce che i filtri sono: «Un’illusione introdotta negli anni ’50 per tranquillizzare il fumatore sui rischi per la salute causati dal fumo, in particolare per il tumore al polmone. L’industria del tabacco ha puntato molto sul messaggio che la filtrazione poteva conferire al consumatore: le sigarette mild o light, per esempio, avevano filtri con pori di ventilazione, che venivano pubblicizzati come innovazioni per migliorare l’esperienza sensoriale e ridurre il rischio. Tuttavia, questi pori venivano otturati dalle dita del fumatore e contrariamente a quanto suggerito dal nome, conferivano più rischio, inducendo il consumatore ad inalare più frequentemente e più profondamente per soddisfare la carenza di nicotina. Oggi l’industria ha investito molto per rendere i nuovi prodotti super attraenti per tutte le fasce d’età, dai bambini di 11 anni in su. Le forme, il design, i colori, gli aromi, sono diversificati per coprire tutti gli interessi e per farli percepire come prodotti nuovi, altamente tecnologici e che causano “minor danno”».
«L’industria ha investito molto per rendere i nuovi prodotti super attraenti per tutte le fasce d’età»
Questo falsa percezione sta determinando una netta risalita della prevalenza dei consumi, che spesso si articola con più prodotti insieme (policonsumo). In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità sono allarmanti: il 37,4% degli studenti e delle studentesse tra i 14 e i 17 anni (circa 865mila ragazzi e ragazze) fa uso di prodotti da fumo e/o svapo.
L’esperta osserva come il fenomeno del policonsumo sia quasi raddoppiato tra il 2022 e il 2025. Per contrastare questa tendenza, Cattaruzza suggerisce di cambiare strategia comunicativa: ai giovani, parlare solo di patologie future non funziona perché si sentono “invincibili”. Funziona molto di più mostrare sia l’impatto ambientale devastante che lo sfruttamento del lavoro minorile presente nella filiera produttiva del tabacco. Un esempio calzante è quello delle sigarette elettroniche usa e getta dannose non solo per la salute, ma anche per l’ambiente a causa della dispersione della plastica (sono “sfuggite” alla normativa europea “Single Use Plastic” che vieta l’utilizzo di prodotti di plastica monouso) e dei metalli pesanti presenti nelle batterie, risorse preziose che così vengono sprecate. In Inghilterra è stato calcolato che con il litio delle batterie gettate via in un solo anno si potrebbero realizzare circa 1.200 batterie per auto elettriche, senza contare il rischio di incendi nelle discariche causato dal loro smaltimento errato tra i rifiuti comuni.
La marea invisibile

Il nesso tra inquinamento da mozziconi e patologie umane è diretto e sistemico. Maria Grazia Petronio, Vicepresidente dell’Associazione Medici per l’Ambiente, spiega che il filtro non è un dispositivo sanitario ma un rifiuto plastico tossico: «Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nonostante il marketing dell’industria del tabacco, non ci sono prove che i filtri abbiano benefici comprovati per la salute. L’Organizzazione invita i responsabili politici a trattare i filtri per sigarette come plastiche monouso, e a considerare il loro divieto», dichiara Petronio.
L’esperta sottolinea un rischio spesso ignorato: le micro e nanoplastiche (MNP) che compongono i filtri possono essere inalate direttamente dal fumatore durante la combustione.
Il filtro non è un dispositivo sanitario ma un rifiuto plastico tossico
Alcuni studi hanno già documentato concentrazioni significativamente più elevate di microplastiche nelle vie aeree dei fumatori, con una correlazione inversa tra la concentrazione di queste fibre e la funzionalità polmonare. Una volta dispersi nell’ambiente, i mozziconi si frammentano in particelle microscopiche che diventano veicoli per veleni ancora più pericolosi: «Le MNP da mozziconi entrano nelle catene alimentari e rilasciano sostanze tossiche come nicotina, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici, di cui si sono arricchite nel processo di combustione», spiega Petronio, aggiungendo che molte di queste sostanze sono interferenti endocrini capaci di alterare l’azione degli ormoni e danneggiare lo sviluppo del feto e del bambino o della bambina.
Il viaggio dei veleni

Per comprendere come un gesto apparentemente piccolo come gettare un mozzicone possa finire nel nostro piatto, è necessario analizzare il ciclo biogeochimico di questi rifiuti. Margherita Ferrante, Professoressa ordinaria in Igiene generale ed applicata e Responsabile del Laboratorio di Igiene Ambientale e degli Alimenti (LIAA) al Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Tecnologie Avanzate della Università degli Studi di Catania, descrive questo percorso perverso: «I mozziconi di sigaretta contaminano l’ambiente e la catena alimentare attraverso il rilascio di fibre di acetato di cellulosa e di sostanze chimiche tossiche. Le particelle si diffondono nei suoli e nelle acque, bioaccumulandosi negli alimenti».
Ferrante chiarisce che i filtri abbandonati avvelenano fiumi e oceani, dove vengono ingeriti dagli animali marini scambiandoli per plancton. Ma il danno è altrettanto grave sulla terraferma: nel suolo, i mozziconi alterano la chimica del terreno e ne riducono la biodiversità microbica, mentre le microplastiche possono essere assorbite dalle colture agricole attraverso le radici.
«Le particelle si diffondono nei suoli e nelle acque, bioaccumulandosi negli alimenti»
L’ingestione umana avviene quindi consumando cibi contaminati, e Ferrante ricorda che la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha già fornito evidenze del fatto che quasi tutti gli alimenti sono soggetti a questo tipo di inquinamento. Tuttavia, la ricerca presenta ancora delle lacune: «Sono ancora da valutare la tossicità cronica a lungo termine e l’effetto combinato della plastica con tutte le altre sostanze chimiche, come metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e nicotina – già presenti nei filtri», conclude, ammonendo che, nonostante i nuovi sistemi elettronici siano spesso percepiti come meno pericolosi, la loro tossicità è comunque scientificamente accertata.
La chimica degradata: quando il vapore diventa veleno
Non è solo il mozzicone tradizionale a preoccupare i tossicologi. Le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato (HTP) introducono nuovi rischi legati alla degradazione termica. Sebbene vengano promossi come sistemi a “riscaldamento” invece che a “combustione”, le temperature raggiunte (fino a mille gradi centigradi sulla resistenza) sono sufficienti a decomporre i solventi base – glicole propilenico (PG) e glicerina vegetale (VG) – in sostanze cancerogene come formaldeide, acetaldeide e benzene. Recenti studi hanno dimostrato che il riscaldamento di questi “umettanti” produce acroleina, un potente irritante respiratorio che può esacerbare i sintomi dell’asma e causare danni al DNA. Inoltre, l’invecchiamento dell’aerosol nell’ambiente (fumo di seconda e terza mano) aumenta la formazione di particelle ultrafini ancora più tossiche delle emissioni fresche, rappresentando un rischio per i non fumatori che vivono in ambienti chiusi o frequentano spazi urbani poco ventilati.
Inquinamento atmosferico e aree smoke-free
L’impatto del fumo si misura anche sulla qualità dell’aria esterna. Secondo uno studio pubblicato su Publications ERS, nei cosiddetti “street canyons” (vie strette con edifici alti), la concentrazione di polveri sottili (PM1, PM2.5 e PM10) derivante dal fumo passivo può superare i livelli generati dal traffico veicolare. Questo degrado dell’aria è tale da poter declassare l’indice di qualità dell’aria da “buono” a “insalubre per gruppi sensibili”. In risposta a ciò, iniziative come quella di Bibione, la prima spiaggia smoke-free in Italia, hanno dimostrato che il bando del fumo (ad eccezione di aree dedicate) porta a un miglioramento drastico e misurabile della purezza dell’aria respirata dai bagnanti. Oltre al beneficio polmonare, questo riduce il carico di rifiuti sui litorali: si stima che i mozziconi rappresentino il 14,4% dei rifiuti raccolti sulle spiagge italiane, con una media di 77 cicche ogni 100 metri lineari.








