Una malattia della pelle che si credeva confinata al passato sta tornando a farsi sentire. Si tratta della scabbia, un’infezione causata dall’acaro Sarcoptes scabiei, oggi in crescita anche nei Paesi industrializzati. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST), che invita a non sottovalutare la diffusione del parassita e a puntare su prevenzione e diagnosi precoce.
Storicamente associata a povertà e scarsa igiene, oggi la scabbia si trasmette facilmente in ambienti come scuole, RSA, ospedali e nuclei familiari numerosi
Storicamente associata a povertà e scarsa igiene, oggi la scabbia si trasmette facilmente in ambienti come scuole, RSA, ospedali e nuclei familiari numerosi. Il contagio avviene quasi esclusivamente per contatto diretto tra persone. L’acaro, invisibile a occhio nudo, scava cunicoli nella pelle dove depone le uova, provocando un prurito intenso (soprattutto notturno) e lesioni localizzate su mani, piedi, polsi e genitali.
I dati italiani: aumento dei casi in Emilia-Romagna e nel Lazio
Due recenti studi evidenziano una diffusione in crescita. A Bologna, una ricerca pubblicata su Sexually Transmitted Infections ha rilevato un incremento costante delle diagnosi negli ultimi anni, con picchi stagionali ricorrenti. Tra i fattori favorenti, c’è il sovraffollamento urbano e le condizioni socioeconomiche fragili. Uno scenario altrettanto preoccupante emerge nel Lazio. Uno studio pubblicato su Infectious Diseases of Poverty ha analizzato i casi tra il 2017 e il 2023. Dopo un calo marcato durante la prima fase della pandemia da COVID-19 (–79,6% nel 2020), i numeri sono tornati a salire: +143,4% tra 2020 e 2021, +142,3% tra 2021 e 2022, +170,3% tra 2022 e 2023. Particolarmente allarmante è l’aumento dei focolai nelle strutture di lunga degenza: +750% in tre anni.

Michela Magnano, dirigente medico presso l’Unità operativa di dermatologia dell’Ospedale Versilia di Lido di Camaiore (Lucca), spiega a TrendSanità perché si parla ancora di scabbia, come si cura e quanto conta fare prevenzione.
Perché questa recrudescenza?
«C’è da dire che questa recrudescenza si è evidenziata negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2020-2021, un po’ in tutta Europa. Emilia-Romagna e Lazio hanno fatto degli studi che, al momento, sono gli unici con dati precisi sull’effettivo aumento dei casi. Uno studio su larga scala dell’Istituto Superiore di Sanità, che analizzi l’aumento della scabbia negli ultimi anni a livello nazionale, ancora non c’è. Al momento, quindi, si descrivono singole realtà specifiche e non una situazione complessiva del Paese. Sappiamo che la scabbia ha un andamento ciclico: ogni dieci anni circa può esserci un picco di incidenza, che però, solitamente, è seguito da un periodo di calo dei casi. Già dal 2017 abbiamo iniziato a notare un trend in crescita. Poi, c’è stato un aumento importante che abbiamo notato nella pratica clinica, soprattutto dopo la pandemia. Sebbene i numeri ufficiali ancora non ci siano, è un dato che emerge con forza dall’esperienza sul campo».
Emilia-Romagna e Lazio hanno fatto degli studi che, al momento, sono gli unici con dati precisi sull’effettivo aumento dei casi
Quali sono le cause?
«Possono essere diverse. L’ipotesi più accreditata è che ci sia stata una concomitanza di fattori, a partire dall’isolamento dovuto al COVID. Molte persone hanno vissuto a lungo in ambienti chiusi, spesso sovraffollati e talvolta con condizioni igienico-sanitarie precarie. A questo si aggiunge il cosiddetto “overtourism”, cioè il turismo di massa ripreso subito dopo la pandemia, che ha comportato un aumento di viaggi e soggiorni in ambienti condivisi come hotel, campeggi, ostelli. Un altro fattore può essere il frequente ricambio di pazienti negli ospedali, proprio durante e dopo il periodo pandemico. Infine, potrebbe aver contribuito anche l’aumento della tolleranza o della resistenza del parassita alla permetrina, il farmaco fino a pochi anni fa più utilizzato in Italia per il trattamento della scabbia».
Ci sono delle evidenze scientifiche che suggeriscono lo sviluppo di questa resistenza?
Diversi studi hanno descritto l’aumento della tolleranza o della resistenza del parassita alla permetrina
«Diversi studi hanno descritto come alcuni pazienti non guarivano più con l’applicazione della permetrina. Uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology ha analizzato proprio questo fenomeno, studiando l’acaro nei pazienti che non rispondevano al trattamento. Si è visto che l’acaro aveva sviluppato una mutazione nei canali del sodio. Questo non significa che la permetrina non funzioni più del tutto, ma che l’acaro è diventato più tollerante. Servivano, perciò, più applicazioni per ottenere lo stesso effetto. In ospedale, ad esempio, eravamo abituati a prescrivere due applicazioni a distanza di una settimana, oppure una sola e poi il richiamo. Con questi casi più resistenti, invece, si è visto che servivano anche quattro o cinque applicazioni consecutive, seguite da una pausa di una settimana. Poi di nuovo altre applicazioni. Insomma, non bastavano più i cicli brevi.
Ci sono state osservazioni simili anche in Italia, come lo studio di Carlo Mazzatenta e Andrea Bassi (Lucca), oppure lo studio di Riccardo Balestri (Trento), che sono stati tra i primi a descrivere questo fenomeno di “resistenza” o, meglio, di ridotta risposta alla permetrina».
Non è un problema del farmaco in sé, ma della posologia?
«Da una parte sì, ma nella pratica clinica molti di noi, me compresa, non usano più la permetrina come prima scelta. È una terapia complicata da applicare, richiede molto impegno, soprattutto se va ripetuta per tanti giorni. Oggi si preferisce usare direttamente un altro farmaco, l’ivermectina, in compresse da 200 microgrammi per chilo di peso corporeo. Come trattamento topico, al posto della permetrina, usiamo il benzoato di benzile, che ci dà più sicurezza sull’efficacia. Tra l’altro, ci sono anche studi che confrontano i due approcci e mostrano che il benzoato di benzile funziona, anche nei pazienti che non rispondevano alla permetrina. Forse, quindi, non era solo un problema di quante applicazioni fare, ma anche di efficacia generale della molecola».
Dalla scabbia si guarisce?
Non è una malattia incurabile: semplicemente oggi sappiamo che può essere un po’ più difficile da trattare, richiede più attenzione, più costanza
«Assolutamente sì, questo è un messaggio importante. Non è una malattia incurabile, semplicemente oggi sappiamo che può essere un po’ più difficile da trattare, richiede più attenzione, più costanza. Bisogna seguire bene la terapia, prendere i farmaci correttamente, applicare i prodotti nel modo giusto, secondo le indicazioni precise del medico. È importante anche fornire istruzioni scritte ai pazienti, così da evitare errori. Io, ad esempio, consegno sempre un foglio con indicato come lavare le lenzuola, gli indumenti e come gestire l’ambiente domestico. Per eliminare l’acaro, infatti, è fondamentale lavare tutto ad almeno 50 gradi. Gli indumenti che non possono essere lavati vanno chiusi in sacchi ermetici per almeno una settimana, senza essere toccati.
Poi c’è un altro punto fondamentale, trattare tutte le persone conviventi e i contatti stretti, non solo il nucleo familiare. Ad esempio, se un bambino ha un amico che sta spesso a casa, che gioca sempre con lui, va trattato anche l’amico. Non fermarsi solo a chi vive in casa, ma chiedere al paziente se ci sono persone che frequentano abitualmente l’ambiente domestico. Anche queste vanno incluse nel trattamento».
La scabbia è considerata una malattia “del passato” o legata solo a condizioni di marginalità. Quanto pesa lo stigma sociale nella diagnosi e nel trattamento tempestivo?
«Lo stigma sociale c’è ancora e pesa molto, sia sulla diagnosi, sia sull’inizio tempestivo del trattamento. Nonostante oggi sappiamo che la scabbia è una malattia comunissima e che non ha nulla a che fare con l’igiene personale, è ancora molto radicata l’idea che sia “una malattia da sporchi”. La maggior parte dei pazienti, appena riceve la diagnosi, ci risponde: “Ma com’è possibile? Dove l’ho presa? Mi lavo tutti i giorni…”. Questa è, quasi sempre, la prima reazione.
Con i virus, come l’influenza, il sistema immunitario sviluppa una risposta; con la scabbia no, quindi il contagio può andare avanti all’infinito
La scabbia, poi, limita anche le relazioni sociali. Anche se viviamo in un mondo di interazioni virtuali, non possiamo permetterci facilmente di stare a casa, saltare la scuola o il lavoro per giorni, il sistema sociale non lo consente. Per questo, tante volte si tende a nascondere la malattia. Magari non si dice nulla all’amico del figlio, che invece andrebbe trattato, oppure l’adolescente evita di dirlo al fidanzatino o alla fidanzatina. È un problema, perché la cosa più importante nel trattamento della scabbia è proprio curare anche i contatti stretti, pure se asintomatici. Altrimenti si crea quello che chiamiamo “effetto ping-pong”, ci si continua a contagiare a vicenda.
In un’ottica di prevenzione, ci sono nuove linee guida?
«Un gruppo di colleghi sta lavorando proprio alla stesura di nuove linee guida, fondamentali alla luce dei dati più recenti e del problema dell’aumentata tolleranza alla permetrina. Servono con urgenza e spero che siano pubblicate al più presto».
Quanto è importante coinvolgere anche altri professionisti oltre ai dermatologi?
Non bisogna informare solo i dermatologi, ma anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta
«È essenziale. Non bisogna informare solo i dermatologi, ma anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, che spesso sono i primi a visitare i pazienti. Devono imparare a riconoscere i segnali o almeno a farsi venire il dubbio, soprattutto quando due o più persone all’interno dello stesso nucleo familiare iniziano ad avere prurito. In quei casi bisogna avviare subito il trattamento oppure inviare la persona il prima possibile dal dermatologo, perché intervenire precocemente è fondamentale».
Quanto conta una corretta informazione pubblica?
«È molto importante. Se una persona si gratta da settimane, è giusto che sappia che non deve continuare con il fai-da-te, né pensare che si tratti solo di un’allergia. È importante farsi visitare, farsi controllare, anche solo per escludere la scabbia. Ci sono alcuni aspetti pratici che vale la pena ribadire: trattare anche gli asintomatici, perché altrimenti si rischia di mantenere attivo il contagio, ed eseguire una corretta igiene ambientale, perché uno dei motivi di fallimento della terapia è proprio non associare al trattamento farmacologico una pulizia adeguata di ciò che ci circonda.
Trattare anche chi non ha sintomi è fondamentale
Anche se sappiamo che la scabbia non si prende facilmente dagli indumenti, è comunque utile disinfettare l’ambiente. Bisogna, infine, sfatare un mito e cioè che l’acaro non vola, non salta. Il contagio avviene solo per contatto pelle a pelle diretto e continuativo, in genere dai 5 ai 20 minuti. Non è che se mi siedo su una poltrona del treno rischio di prenderla».