Oggi, in modo cogente e più che nel passato, il Sistema salute è pressato, da un lato, da una domanda costantemente in crescita generata dall’invecchiamento progressivo della popolazione, dall’aumento della cronicità e da bisogni sempre più complessi, e, dall’altro, da una risposta ai bisogni non facile perché condizionata dalla finitezza delle risorse, dalla frammentazione dei servizi e da una rete assistenziale difficile da articolare e altrettanto da mantenere. È proprio in questo tempo e in questo contesto che il tema della cura come atto profondamente umano, relazionale, etico, di prossimità, integrazione, accessibilità e non meramente come un gesto tecnico, torna prepotentemente ad assumere un valore politico ma anche culturale centrale.
A TrendSanità ne abbiamo parlato con Nicola Draoli, Consigliere nazionale FNOPI e autore – insieme a Giulia Fanetti – del testo “Sulla soglia, esperienze di cura”, che riflette sul senso profondo della cura in questo tempo. Una riflessione dalla quale non si può prescindere per costruire un dialogo irrinunciabile per connettere l’esperienza di chi opera nella sanità e nel sociale con le grandi questioni che attraversano il sistema salute.
Nel suo testo si parla della cura come atto relazionale profondo e non solo: in un sistema salute sempre più prestazionale e centrato sulla logica dell’efficienza come si può mettere e rimettere al centro la relazione e la prossimità soprattutto in situazioni di fragilità?
La relazione non dovrebbe “essere messa o rimessa” al centro. Dovrebbe già starci. È un dovere deontologico, ma prima ancora un imperativo etico e umano. La relazione che prevede la prossimità intesa anche come comprensione è un principio basilare, non una funzione supererogatoria. Tuttavia, viviamo in un sistema che valuta ciò che è misurabile, e in questa logica la relazione rischia di sparire dal radar.
Viviamo in un sistema che valuta ciò che è misurabile, e in questa logica la relazione rischia di sparire dal radar
Eppure, anche la relazione può generare valore, anche in termini di accountability. Gli strumenti ci sono: dai PREMs e PROMs (strumenti di valutazione della qualità percepita dai pazienti), fino alle tassonomie infermieristiche che permettono di codificare interventi relazionali. Il problema è che la relazione ha un peso specifico inferiore nei meccanismi di certificazione, ad esempio, a un indice di performance clinica. In un contesto sociale e demografico come il nostro, la prossimità e la cura devono diventare inoltre patrimonio di una comunità, non solo compito del professionista. Ecco perché credo che i nuovi assetti della sanità territoriale, se sapranno davvero sviluppare community building, possano essere un’opportunità straordinaria. Ma servirà un salto culturale anche da parte della cittadinanza e della politica superando l’eccessiva delega ai professionisti e ripensandosi in termini di co-responsbailità e co progettazione.
La prossimità è sempre più spesso evocata come valore irrinunciabile ma richiede visione, organizzazione, risorse. Quali sono le condizioni istituzionali e professionali necessarie per costruire e mantenere il sistema salute davvero vicino alle persone?
La prossimità è la più grande sfida di un sistema fatto oggi di troppe distanze. Tra l’altro non esiste una prossimità solo in senso fisico. Un sistema può essere vicino se sa offrire risposte personalizzate, se conosce la storia dell’altro, se non costringe i cittadini a bussare a cento porte per capire a chi spetti la responsabilità del loro bisogno.
I nuovi assetti della sanità territoriale, se sapranno davvero sviluppare community building, possono essere un’opportunità straordinaria per costruire fiducia e relazioni
La tecnologia ci offre strumenti potenti in questo senso, ma a patto di non dimenticare il digital divide: analfabetismo digitale e infrastrutture carenti possono amplificare le disuguaglianze. I professionisti di oggi dovrebbero diventare in grado di prescrivere quindi anche la giusta tecnologia alla giusta persona e questa è una competenza che deve essere di tutti, servono quindi competenze in più e i fondi del PNRR hanno creato molte opportunità formative in questo senso. Serve comunque come condizione essenziale un modello che ricostruisca fiducia e relazioni di continuità: l’infermiere di famiglia e comunità è, in questo senso, una delle risposte più concrete. La prossimità è reale quando posso chiamare un professionista che conosco e che conosce me. Se non ci conosciamo, non serve esserci nemmeno fisicamente. E le nuove tecnologie in contesti organizzativi non adeguati non solo non migliorano niente ma probabilmente peggiorano.
L’integrazione tra i servizi sanitari e sociali è e resta uno dei nodi più ostici da sbrigliare. Quali politiche servirebbero per garantire continuità e risposte coerenti, personalizzate e di qualità a chi vive in condizioni di fragilità e marginalità?
Le strutture esistono: UVM (Unità di Valutazione Multidisciplinare), COT (Centrale Operativa Territoriale), PUA (Punto Unico di Accesso). Il problema non è crearle, ma farle funzionare come spazi di reale confronto e non come scatole burocratiche. La sfida è organizzativa, più che normativa. Occorre rompere il silos professionale e settoriale: un vero approccio integrato si costruisce solo se si riconosce che i determinanti di salute sono anche economici, culturali e ambientali. Se non accettiamo che una persona malnutrita, sola o priva di istruzione ha un rischio sanitario più alto, continueremo a rincorrere la fragilità invece che prevenirla. La chiave non è “più prestazioni”, ma più alleanze, più co-progettazione, più visione condivisa. Credo che gli infermieri e gli assistenti sociali siano i due attori principali per condividere visioni ampie ed olistiche in questo senso, per storia, per formazione, per inclinazione.
Un vero approccio integrato si costruisce solo se si riconosce che i determinanti di salute sono anche economici, culturali e ambientali
Il concetto di accessibilità deve fare i conti con barriere che non sono più solo fisiche ma anche culturali, economiche e digitali. In che modo il sistema salute può essere davvero inclusivo e con quale contributo da parte dei professionisti?
Per essere inclusivo, il sistema deve smettere di ragionare per compartimenti. Dobbiamo farci insieme una domanda semplice: di cosa ha bisogno questa persona? Solo dopo possiamo dividere il lavoro per ambiti di competenza e decidere chi è il case manager in base al bisogno prevalente. Ma non basta. Servono politiche che rendano attrattivi i territori, perché la prossimità non si costruisce dove i servizi non vogliono (o non possono) restare. Chi lavora nella salute oggi cerca contesti stimolanti anche umanamente, non solo stipendi o tabelle. Se un territorio è povero digitalmente, culturalmente, socialmente, diventa ostile sia per chi ci vive che per chi dovrebbe prendersene cura. E questo genera un circolo vizioso difficilissimo da spezzare.
La cura come atto etico e relazionale rischia di essere sottovaluta e sottodimensionata dalle politiche sanitarie. Che ruolo dovrebbero avere nelle scelte istituzionali? Come professionisti, quali leve possiamo agire per promuovere un sistema più umano ed eticamente giusto?
Il rischio c’è, ed è concreto. Perché la cura relazionale è difficile da standardizzare, da contare, da mettere in un cruscotto. E la sanità – e la governance – si sono abituate troppo a ciò che è numericamente solido, ma umanamente fragile. Come professionisti, abbiamo la responsabilità di non arretrare su questo terreno. Dobbiamo essere noi i primi a portare la relazione in corsia, nei servizi, nelle case. Ma dobbiamo anche esigere che i sistemi informativi valorizzino ciò che facciamo: oggi molti degli atti relazionali non vengono nemmeno registrati. Ripensare i flussi informativi in chiave relazionale è una sfida tecnica, certo, ma prima ancora è una scelta politica. E io credo che sia una scelta inevitabile, se vogliamo costruire un sistema che metta davvero al centro la persona.