Tutto comincia nel 2017, quando arrivano i risultati delle analisi sul sangue di bambini e ragazzi che vivono in una delle aree più produttive del Nord Italia. Da quel momento nulla è come prima. I valori di questi ragazzi superavano di 30-40 volte quelli della popolazione non esposta (tra 1,5 e 8 ng/ml): giovani di 14-15 anni con valori di 80, 120, 350 ng/ml di PFAS nel sangue. Quattro mamme iniziano a preoccuparsi dei risultati e in pochi giorni si ritrovano a essere in centinaia e formano il Gruppo Mamme NO PFAS. Oggi il bilancio è impressionante: tre province coinvolte (Verona, Vicenza e Padova) oltre 80 Comuni interessati, 700 km quadrati di territorio compromesso, 95mila persone sottoposte a biomonitoraggio e una popolazione potenzialmente esposta che potrebbe superare le 800mila unità.
Il 26 giugno 2025 il Tribunale di Vicenza ha pronunciato una sentenza attesa per anni, arrivata al termine di una battaglia lunga e faticosa combattuta da cittadini, comitati e famiglie che non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia. È il processo Miteni, ma siamo solo alla sentenza di primo grado. Per il risarcimento civile bisognerà attendere quella definitiva.
Il processo PFAS di Vicenza è stato il più grande mai celebrato in Italia su questo fronte. Ha affrontato accuse pesantissime: avvelenamento doloso delle acque potabili, disastro ambientale, inquinamento, gestione illecita di rifiuti pericolosi, bancarotta fraudolenta. Questa sentenza non è solo una vittoria giudiziaria, è un passaggio politico, sociale, culturale. È il riconoscimento del lavoro di chi ha denunciato, studiato, resistito, di chi ha trasformato la paura in impegno collettivo e che rilancia una domanda che non può essere rimandata: chi deve pagare davvero il prezzo dell’inquinamento?
Ne parliamo in questo speciale su TrendSanità con Laura Facciolo di Mamme NO PFAS, Vincenzo Cordiano, Specialista in Ematologia e Medicina Interna, Presidente della sezione regionale del Veneto dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus e Francesco Bertola, Presidente della sezione provinciale vicentina di ISDE.
Una nuova normativa anti PFAS
Il nuovo quadro normativo sui PFAS è entrato in vigore in Italia dal 13 gennaio 2026 (D.Lgs. 18/2023 e il successivo D.Lgs. 102/2025), con l’applicazione della direttiva europea sulle acque potabili 2020/2184. L’Italia, tra i Paesi europei più colpiti dalla contaminazione, ha introdotto nuovi parametri e ampliato il monitoraggio, includendo molecole come GenX, ADONA e C6O4 e ha fissato anche un limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), ossia Pfoa (cancerogeno), Pfos (possibilmente cancerogeno), Pfna, PFHxS.
Dal 2027, poi, entrerà in vigore anche un limite specifico (10mila nanogrammi su litro) per il Tfa, acido trifluoroacetico, considerato l’inquinante più diffuso al mondo. Allo stesso tempo però con la legge di Bilancio 2026 e i commi 622 e 623 all’articolo 1, il governo ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi.
Un paradosso che solleva interrogativi: perché si continua a rimandare un intervento strutturale così importante per la salute pubblica?
PFAS in Veneto, lo studio che conferma l’impatto sanitario
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health getta una luce drammatica sull’impatto sanitario della contaminazione da PFAS nei territori veneti più colpiti dove le sostanze perfluoroalchiliche sono state rilevate in concentrazioni elevate nelle acque superficiali, sotterranee e potabili, esponendo circa 350 mila persone. Lo studio, coordinato dal professor Annibale Biggeri dell’Università di Padova insieme a ricercatori dell’Istituto Tumori della Romagna, del Servizio statistico dell’Istituto Superiore di Sanità e con il contributo del gruppo Mamme NOPFAS, documenta un aumento significativo della mortalità nella popolazione esposta. Tra il 1985 e il 2018 si contano oltre 3.800 decessi in eccesso rispetto all’atteso, pari a una morte ogni tre giorni. Un dato che, tradotto in termini concreti, equivale alla scomparsa di due interi comuni dell’area contaminata, come Orgiano e Asigliano.
Per la prima volta si dimostra un’associazione causale tra esposizione ai PFAS e aumento della mortalità per malattie cardiovascolari, mentre l’analisi per fasce d’età rivela un rischio più elevato di tumori tra i più giovani, esposti fin dall’infanzia. Particolarmente significativo è anche il dato relativo alle donne in età fertile, nelle quali si osserva un apparente effetto protettivo, probabilmente legato al trasferimento delle PFAS al feto durante la gravidanza e l’allattamento.
Alla luce di questi risultati, lo studio ribadisce con forza l’urgenza di avviare lo Studio di Coorte deliberato dalla Regione Veneto nel 2016 e mai realizzato, ritenuto indispensabile per valutare gli effetti sanitari a lungo termine della contaminazione e orientare politiche di prevenzione efficaci.
Il rinvio dei limiti: un segnale politico preoccupante

Laura Facciolo, portavoce del Gruppo Mamme No PFAS, non usa mezzi termini: «Per noi questo rinvio è un segnale politico molto chiaro. L’Italia, a livello europeo, è il Paese che ha subito più di tutti gli effetti della contaminazione da PFAS. Il sito Miteni ha contaminato negli anni un’area molto vasta e ad alta densità di popolazione. Probabilmente siamo, al momento, l’area più estesa e con la maggiore numerosità di popolazione esposta al mondo. Ci si aspettava che proprio l’Italia, diventata – purtroppo – un punto di riferimento anche per le analisi e per l’adeguamento dei sistemi idrici, facesse un passo avanti anche sul piano normativo. Invece, quando si tratta di legiferare a livello nazionale, siamo il fanalino di coda. Chiedere una deroga di sei mesi, quando tutti sapevano che stava arrivando la nuova direttiva europea, soprattutto gli addetti ai lavori, sembra una presa in giro.
Il problema è che i limiti europei lavorano sull’omega del processo, sul punto finale. Il fatto stesso che nelle acque si trovino sostanze che non dovrebbero esserci (perché alcune riconosciute come cancerogene) significa che si è sbagliato tutto ciò che sta a monte. Queste molecole sono note da decenni per essere persistenti, non degradabili, associate a malattie e tumori. L’Europa avrebbe dovuto agire alla fonte, chiedendosi quali utilizzi dei PFAS siano davvero indispensabili. Forse pochissimi. Tutti gli altri potrebbero essere eliminati, perché sostituibili. Continuare a mettere solo limiti senza intervenire all’origine significa condannare le nuove generazioni.
Esiste un documento del Nordic Council, The Cost of Inaction, che calcola proprio il prezzo dell’inerzia europea. Secondo queste stime, a un cittadino italiano la gestione di questa contaminazione costa circa 150-170 euro l’anno a persona, anche considerando i risparmi sanitari. Il paradosso è che la maggior parte delle persone non sa nulla di tutto questo. Appena si esce dall’area rossa, il problema scompare dal radar, ma i costi restano».
Dalla guerra fredda ai nostri figli: una storia che continua
«Queste molecole nascono con il progetto Manhattan, per la produzione della bomba atomica, grazie alla loro resistenza al calore, all’acqua e ai grassi. Finita la guerra, non sapendo cosa farne, sono state usate nei prodotti di consumo come padelle, imballaggi, stampi alimentari. Gli interessi industriali frenano l’eliminazione alla fonte anche se molte aziende, anche medio-grandi, si sono già adeguate, chiedendo alternative ai PFAS. Paradossalmente, il privato consapevole corre più veloce delle istituzioni», afferma Facciolo.
«Non ci sono mai stati veri divieti di bere l’acqua o di coltivare, nemmeno oggi. L’unico divieto è stato quello di pesca in alcune aree, ma è poco sensato perché l’acqua scorre, i pesci si muovono. Formalmente l’acqua si può bere, ma meglio di no. Dopo anni di pressioni – ricorda ancora Facciolo – siamo riusciti ad avere un nuovo acquedotto che porta acqua pulita da un’altra zona, con costi enormi che comunque ricadono sui cittadini. Chi invece usa pozzi privati continua a pescare acqua contaminata, perché vietarlo significherebbe mettere in ginocchio l’agricoltura. La contaminazione, infatti, non è mai stata davvero rimossa, i rifiuti interrati continuano a rilasciare sostanze e la fauna è ancora fortemente contaminata.
Molte persone hanno già patologie riconducibili all’esposizione ai PFAS, altre le svilupperanno in futuro. Per questo siamo in contatto con associazioni italiane e straniere: in Svezia, ad esempio, hanno vinto una causa contro i gestori idrici basandosi sulla responsabilità del prodotto. La zona rossa comprende una trentina di comuni, con ulteriori suddivisioni. Solo chi vive o ha vissuto per almeno dieci anni in alcune di queste aree può accedere allo screening gratuito. Chi vive in zone arancioni o gialle spesso deve pagare o non riesce proprio a farlo. In Veneto, privatamente, questi esami non si fanno più e molte persone sono costrette ad andare a Milano o all’estero. Le richieste restano due e sono fondamentali: uno studio epidemiologico serio, che coinvolga l’intera popolazione esposta, e una vera bonifica. Ad oggi la contaminazione è ancora là, come nel 2012. Noi siamo partiti come genitori e continuiamo per i nostri figli, per i nipoti, per la generazione zero: quella che speriamo non dovrà convivere con queste sostanze nel sangue».






