PFAS, tra prove scientifiche e domande ancora aperte

Bertola (ISDE): «Quando diciamo che c’è un’associazione, non significa che ogni malattia sia colpa dei PFAS»

Continua il nostro speciale sugli effetti sanitari dei PFAS dopo le battaglie portate avanti dall’associazione Mamme NO PFAS. Negli ultimi anni gli studi epidemiologici condotti in Veneto hanno iniziato a delineare alcune possibili associazioni tra esposizione a queste sostanze e diversi esiti di salute, ma molte domande restano ancora senza risposta.

A fare il punto a TrendSanità è il medico e ricercatore dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus Francesco Bertola, che da anni segue la vicenda PFAS, dalle ricerche già pubblicate ai limiti degli studi disponibili, fino alla necessità di indagini epidemiologiche più solide e di interventi strutturali come la bonifica dei siti contaminati e il bando delle sostanze alla fonte. Un quadro complesso, in cui convivono evidenze scientifiche consolidate, segnali emergenti e incertezze che richiedono ulteriori approfondimenti.

PFAS e studi epidemiologici: quello che c’è e quello che manca

Francesco Bertola

Francesco Bertola chiarisce: «Studi epidemiologici in Veneto ne sono stati fatti tanti, anche dall’Università di Padova, però hanno la caratteristica di essersi basati sui dati raccolti nel piano di sorveglianza. Il piano di sorveglianza raccoglieva alcuni dati specifici, per cui sono state fatte pubblicazioni sull’aumento del colesterolo o della pressione e hanno trovato una relazione tra il fattore espositivo e l’effetto sanitario, però sono studi focalizzati. Uno studio sui tumori, per come lo si intende di solito, non è mai stato fatto. Anche qui, però, bisogna spiegarsi. Il dottor Mario Saugo, nel 2016, quando era direttore del Servizio Epidemiologico Regionale (SER), ha fatto un’analisi e ha dimostrato che a Onigo c’era il doppio dell’incidenza di tumori al testicolo rispetto a quanto atteso. Ci si aspettava otto casi e invece ne sono stati trovati sedici. Il limite è che allora non c’erano ancora i dati del biomonitoraggio, cioè i dosaggi dei PFAS nel sangue, è uno studio geografico, che ti dice “in questa zona succede questo”. A rigor di logica, davanti a un tribunale qualcuno può dire: “Sì, ma chi mi dice che è colpa dei PFAS?”

Anche ISDE ha pubblicato su rivista internazionale nel 2018 un lavoro che ha studiato la mortalità nei comuni della zona rossa, con risultati in buona parte sovrapponibili a quelli pubblicati dal SER, ma in parte diversi, segnalando già allora alcuni esiti sanitari su cui proprio le Agenzie internazionali stanno ora indagando, cioè il tumore alla mammella, e le malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson)».

Tra evidenze e incertezze, cosa sappiamo sugli effetti dei PFAS

«Non esistono studi che permettano di definire l’impatto in modo semplice e per tutte le malattie – prosegue Bertola. Però lo IARC, l’agenzia per la ricerca sul cancro con sede a Lione, ha rivalutato il PFOA. Nel 2016 lo aveva messo in categoria 2B “possibile cancerogeno”. Poi, tra 2022 e 2023, lo ha portato in classe 1 “certamente cancerogeno”: sulla base di nuovi studi e nelle motivazioni conclude che il PFOA è certamente cancerogeno per tumore del rene e dei testicoli. Il punto è che le sostanze sono tante e gli effetti sanitari possono essere diversi. Un conto è uno studio che misura solo il colesterolo, un conto è uno studio che esplori tutti gli esiti sanitari che, secondo le principali Agenzie internazionali che periodicamente effettuano una revisione della letteratura, possono essere correlati ai PFAS: aumento del colesterolo, tumore del rene e dei testicoli, diminuzione del peso neonatale, aumento degli enzimi epatici, deficit immunitario (dimostrato molto bene in Danimarca). Su questi esiti sanitari, diverse agenzie internazionali (EFSA, EPA, NASEM, ATSDR) concordano che il grado di evidenza di associazione con l’esposizione ai PFAS sia molto forte.

Su altri esiti sanitari (malattie della tiroide, gestosi gravidica, colite ulcerosa) il grado di evidenza è incerto. Poi c’è un’altra fascia di esiti sanitari (patologie del neuro-sviluppo, obesità, diabete, Parkinson, salute riproduttiva maschile) per cui le stesse Agenzie dicono che non ci sono ancora studi sufficienti per parlare nemmeno di “associazione probabile”. Ma siamo sempre al punto di prima: se non hai il dosaggio nel sangue, correlare in modo solido è difficile. È vero però che nell’acqua i valori erano molto alti e alcuni studi riportano anche concentrazioni elevate nelle acque potabili di quegli anni».

Bonifica e bando alla fonte: il vero problema

«Dal mio punto di vista tutto è possibile, ma bonificare il sito della Miteni non è uno scherzo, oltre agli scarichi nel Poscola, hanno sotterrato tonnellate di rifiuti sotto la fabbrica e questi percolano nel tempo. È un disastro enorme e servono strumenti adatti e interventi seri. Molti dicono che è impossibile, io dico che non è facile, soprattutto perché molto costoso, ma indispensabile. È il primo dovere verso i cittadini, come ha evidenziato la sentenza – spiega Bertola. Omettere la bonifica, per quanto difficile e costosa, significa continuare a inquinare le terre coltivate di queste zone, che sono irrigate, come quasi ovunque, con le acque di falda profonda e il problema sussiste, ancora più grande, per gli animali allevati in questi territori inquinati, che bevono quell’acqua.

Quando si dice “bando ai PFAS”, non si intende solo non averli nell’acqua potabile, si intende mettere al bando la loro produzione

Mettere limiti nell’acqua potabile va bene, ma non risolve. Perché tanto, se non li bevi, te li mangi. Ci sono segnalazioni sulla presenza nei prodotti, perfino nel vino, perché molti pesticidi ed erbicidi sono fatti coi PFAS e, una volta che li adoperi, non vanno più via.

Ci sono esempi anche di esposizione professionale, persone che maneggiano prodotti impermeabili, giacche a vento e si trovano livelli alti nel sangue».

Siamo tutti contaminati

Conclude Bertola: «Alla fine siamo tutti contaminati, anche fuori dal Veneto. Però bisogna distinguere: un conto è avere pochi nanogrammi, un conto è la zona rossa, dove prima dei filtri si parlava di 100, 200, 300 ng/ml di sangue. Sono due ordini di grandezza diversi. Quando diciamo che c’è evidenza di associazione tra esposizione e un esito sanitario, non diciamo “se tu hai il colesterolo alto è colpa dei PFAS”. Diciamo che, in media, in una popolazione esposta (come quella che vive nella zona rossa) il rischio è maggiore rispetto a una popolazione non esposta, a parità di altri fattori. Gli studi fatti bene, infatti, non si basano su poche persone, devono essere numeri grandi e considerare anche tutti gli altri fattori di rischio (genetica, alimentazione, stile di vita, ecc.) in grado di determinare quell’esito sanitario. Altrimenti nessuna agenzia internazionale li considera solidi.

Per questo, quando chiediamo uno studio epidemiologico, non intendiamo uno studio basato solo sul piano di sorveglianza. Il piano di sorveglianza è un biomonitoraggio, controlla quanti PFAS hai nel sangue, punto. Lo studio epidemiologico è longitudinale, cioè prendi una coorte (per dire 5.000 persone), la segui per anni, misuri gli esiti sanitari e i fattori espositivi, confronti con una popolazione di controllo. Se osservi per anni una popolazione esposta, succedono tante cose, alcuni rischi si concretizzano nel tempo e la lettura diventa più robusta».

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Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute