PFAS in Veneto, i numeri della salute che restano nell’ombra

Cordiano (ISDE): «L’unica cosa che possiamo fare è guardare la mortalità: nella zona rossa ci sono circa 30 morti in più all’anno»

A quasi dieci anni dall’emersione del caso PFAS in Veneto, il quadro sanitario continua a sollevare interrogativi. Alcuni studi epidemiologici hanno già segnalato eccessi di mortalità e possibili associazioni con diverse patologie, ma molti dati restano difficili da ottenere e, secondo alcuni ricercatori, la trasparenza istituzionale è ancora insufficiente.

Conclude il nostro speciale il medico Vincenzo Cordiano, Presidente della sezione regionale del Veneto dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia Onlus da anni impegnato nello studio degli effetti sanitari dell’inquinamento da PFAS, che ricostruisce le evidenze disponibili: dagli studi sulla mortalità nella cosiddetta “zona rossa” alle ricerche sugli esiti materno-infantili, fino al nodo irrisolto delle bonifiche e alla necessità di ridurre alla fonte la produzione di queste sostanze persistenti.

I dati sanitari: mortalità in eccesso e mancanza di trasparenza

Vincenzo Cordiano aggiunge elementi preoccupanti: «L’unica cosa che possiamo fare, perché la Regione Veneto su questo è poco trasparente, è fare studi di mortalità. Cioè guardare le morti e vedere se aumentano nelle zone di interesse, in questo caso nell’area rossa. Questo lo sappiamo bene fin dal 2016, quando noi di ISDE abbiamo dimostrato e pubblicato su una rivista internazionale che nella zona rossa, nei primi 21 comuni allora considerati contaminati (oggi saranno molti di più), c’era un eccesso di mortalità per malattie imputabili a queste molecole: circa 30 morti in più all’anno rispetto ai comuni del resto del Veneto che non bevevano acqua contaminata da PFAS, secondo i dati ufficiali ARPA. Le malattie erano soprattutto cardiovascolari (ictus cerebrale, infarto del miocardio), endocrine come il diabete mellito, tumori della mammella, del rene e dei testicoli. Per la prima volta avevamo notato anche una possibile associazione con Alzheimer e Parkinson, cioè le malattie neurodegenerative croniche. Questo studio è stato poi confermato da uno studio ufficiale dell’Università di Padova, del professor Biggeri, con dati più aggiornati e su tutta la zona rossa. Nello stesso arco temporale (dal 1985 al 2014, mi pare) l’eccesso di morti arrivava a circa 4.000 in più.

Su tutto il resto (aumento ricoveri, pronto soccorso, incidenza di malattie, tiroide, colesterolo) questi dati non li abbiamo, anche perché la Regione Veneto è poco trasparente.

Essenziale avere studi solidi sui dati di mortalità e sugli esiti materno-infantili

Ci sono altri indizi: studi dell’Università di Padova, hanno notato un eccesso di nati prematuri e soprattutto di bambini con bassissimo peso alla nascita. Nella zona rossa si parla di un eccesso del 50-60% di neonati sotto 1 kg rispetto alle zone meno inquinate. Poi ci sono altre patologie materno-fetali, come ad esempio la preeclampsia, difetti di crescita intrauterina e altre condizioni. Ma la Regione Veneto non ha mai voluto fare uno studio serio sui nati e noi non sappiamo davvero cosa succede ai neonati e ai bambini sotto gli 8-10 anni, che sono tra le fasce più a rischio».

Gli effetti sulla salute e la difficoltà della bonifica

«Gli effetti sulla salute dei PFAS oggi sono arcinoti, anche se una parte della letteratura scientifica è “inquinata” dalla ricerca prodotta da chi è sulla busta paga delle aziende. Gli studi indipendenti, tuttavia, con fatica, hanno portato a una convergenza. Le prime grandi indagini epidemiologiche furono fatte negli Stati Uniti sulla popolazione contaminata dalla DuPont e su circa 70.000 persone dimostrarono eccessi di cancro del rene, cancro dei testicoli, aumento del colesterolo, malattia della tiroide, preeclampsia, disturbi della gravidanza e colite ulcerosa. La DuPont, per quella contaminazione, ha pagato quasi un miliardo e mezzo di dollari. Qui, tra gli operai Miteni, si parlava di eccessi anche molto alti di linfomi e leucemie e si sta capendo sempre di più che l’accumulo nel fegato di Pfas può provocare infiammazione già nei primi decenni di vita. Se poi si hanno livelli alti, non c’è un modo semplice per rimuoverli», spiega Cordiano.

Che prosegue: «Il nuovo acquedotto è meglio di nulla, ma una vera e seria bonifica non c’è stata e dal mio punto di vista forse non sarà mai possibile, perché l’area è troppo estesa. Bonificare significa rimuovere uno strato di terreno contaminato che in alcuni punti può arrivare a 70-80 cm, parliamo di quantità enormi, poi dove lo porti? In discariche o in impianti? Poi devi sostituire con terreno buono, che ormai è difficile da trovare perché la contaminazione è dappertutto. C’è un lavoro investigativo coordinato da Le Monde che ha mappato i siti. In Europa parlano di oltre 21.000 siti sicuramente contaminati e altrettanti sospetti. Non è solo il Veneto, Greenpeace ha trovato PFAS in una quota molto alta di campioni di acque potabili in Italia e ci sono segnalazioni anche su pesci, suoli, falde. La differenza del Veneto, però, è che qui si è contaminata soprattutto l’acqua potabile, perché c’era una centrale che attingeva da falde contaminate e distribuiva a comuni di tre province».

Bloccare la produzione di PFAS, è possibile?

«Bloccare la produzione di PFAS sarebbe la condizione definitiva, ma è difficile perché sono molecole che hanno usi anche essenziali, ad esempio in campo medico, in alcuni farmaci e in altri ambiti specifici – ribadisce Cordiano. Però dal 2018 cinque Stati del Nord Europa hanno proposto alla Commissione Europea un bando per tutti gli usi non essenziali, escludendo appunto il campo medico. Hanno stimato che per circa il 92% degli usi comuni esistono alternative meno pericolose, meno persistenti, economicamente convenienti ed efficaci. Infatti, alcuni Paesi si sono mossi, la Danimarca ha vietato PFAS in certi materiali a contatto con alimenti e in Francia dal 1° gennaio di quest’anno è entrata in vigore una legge che vieta PFAS in cosmetici e in parte del tessile.

Alcuni Paesi Ue hanno proposto di mettere al bando i PFAS per gli usi non essenziali

In Italia no, ma la questione è politica. L’industria chimica si è ribellata, il Green Deal è stato stravolto e le lobby spingono. Anche se, va detto, ci sono industrie lungimiranti che hanno già investito in alternative, prodotti PFAS-free che esistono già. Bisogna fare in modo che queste sostanze non siano più immesse nell’ambiente. Esisterebbe, da quello che si capisce, la possibilità di produrre a ciclo chiuso, recuperando e filtrando le acque di processo invece di scaricarle nei fiumi, e stoccando i residui in modo sicuro. Qualcosa funziona: studi mostrano che nei delfini del Polo Nord i PFAS “vecchi” sono calati rispetto agli anni ’80 e in Veneto dopo l’uso dei filtri le concentrazioni nel sangue dei ragazzi sono scese di oltre il 50%, con miglioramenti anche su colesterolo, mentre in altri Paesi si è visto che si può recuperare anche la fertilità. Il rischio è sostituire i PFAS vecchi con PFAS nuovi: tra trent’anni saremo punto e a capo».

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Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute