Malattie cardiovascolari e ambiente: dalle società scientifiche un appello globale

Il primo statement condiviso dalle principali società cardiologiche internazionali, pubblicato sull’European Heart Journal, riconosce i fattori ambientali come determinanti del rischio cardiovascolare. A TrendSanità il commento di Gianfranco Sinagra (Presidente SIC)

Per la prima volta le principali società scientifiche cardiologiche internazionali hanno pubblicato uno statement congiunto che richiama l’attenzione sul ruolo dei fattori ambientali nell’insorgenza delle malattie cardiovascolari. Il documento, apparso sulle pagine dell’European Heart Journal, riconosce che elementi come inquinamento atmosferico, rumore, temperature estreme ed esposizione a sostanze chimiche possono incidere sul rischio cardiovascolare quanto i fattori di rischio tradizionali. A firmare il documento, l’European Society of Cardiology, l’American College of Cardiology, l’American Heart Association e la World Heart Federation.

In particolare, secondo i dati presentati nello statement, circa un decesso cardiovascolare su cinque risulta riconducibile all’esposizione a fattori di rischio ambientali, con un impatto che supera quello di diversi fattori di rischio clinici classici.

Gianfranco Sinagra, Direttore del Dipartimento Cardiotoracovascolare dell’Ospedale Universitario di Trieste, Professore Ordinario di Cardiologia FESC e Presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC), commenta per TrendSanità i punti salienti del documento.

Gianfranco Sinagra

Quali sono i fattori di rischio descritti nell’appello lanciato dalle società cardiologiche e perché?

«L’appello richiama l’attenzione su una serie di fattori di rischio ambientali che oggi rappresentano determinanti rilevanti e spesso sottovalutati delle patologie cardiovascolari. In particolare, l’inquinamento atmosferico dato da PM 2,5, ossidi di azoto e monossido di carbonio, che favorisce l’infiammazione sistemica, stress ossidativo, disfunzione endoteliale e trombosi; l’inquinamento acustico e luminoso, ormai strutturale nelle nostre città, associato a disturbi del sonno e attivazione cronica dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene collegati allo stress psicofisico; le temperature estreme (sopra 32°C o sotto 16°C) e il cambiamento climatico, che aumentano il rischio di eventi ischemici e scompenso cardiaco, soprattutto nei soggetti fragili; l’inquinamento del suolo e dell’acqua e l’esposizione a sostanze chimiche ambientali (metalli pesanti, microplastiche), che possono contribuire all’insorgenza di aterosclerosi e di alterazioni metaboliche.

Il messaggio chiave è che l’ambiente non è “altro” rispetto all’uomo che lo abita e che questi elementi non sono collaterali, ma fattori di rischio cardiovascolare modificabili, al pari di ipertensione, diabete e fumo. È inoltre, importate sottolineare come questi colpiscano in modo sproporzionato le fasce socio-economiche più vulnerabili, amplificando le disuguaglianze di salute.»

Quali sono le azioni che possono essere messe in campo per mitigare tali effetti nocivi con ricadute sulla salute cardiovascolare?

«La prevenzione cardiovascolare del futuro non può prescindere dalla dimensione ambientale. Le azioni che potrebbero (e dovrebbero) essere perseguite si articolano necessariamente su più livelli, in un equilibrio complesso e delicato, che richiede di armonizzare interessi diversi, talvolta in contrasto fra loro, e di farlo a livello globale. A livello politico e normativo bisognerebbe ridurre le emissioni industriali, garantire la sicurezza dei lavoratori esposti, regolamentare in maniera più stringente l’industria alimentare, rendere più efficiente il traporto urbano riducendo il traffico automobilistico a favore della mobilità sostenibile e rivedere la pianificazione urbana, aumentando gli spazi destinati al verde pubblico. Saranno inoltre necessarie politiche di adattamento al caldo estremo (piani di allerta, raffrescamento urbano).

La prevenzione cardiovascolare del futuro non può prescindere dalla dimensione ambientale

A livello sanitario bisognerebbe integrare il rischio ambientale nella stratificazione del rischio cardiovascolare e promuovere stili di vita che coincidano con benefici ambientali (attività fisica, mobilità attiva, dieta sostenibile). A livello di popolazione sarebbe auspicabile la sensibilizzazione sull’importanza della qualità dell’aria e sulla responsabilità individuale, educando a scelte quotidiane che riducano l’esposizione e l’impatto ambientale.»

Come si colloca la Società Italiana di Cardiologia in questo scenario? Come può sensibilizzare l’opinione pubblica circa questi temi?

«La Società Italiana di Cardiologia è particolarmente attenta al rapporto fra inquinamento e patologie dell’apparato cardiovascolare e ha costituito un gruppo di lavoro dedicato, denominato “SIC for the Hearth” con l’obiettivo di approfondire e spiegare la stretta correlazione esistente tra fattori inquinanti e patologie cardiovascolari. Sono state avviate una serie di iniziative editoriali su inquinamento atmosferico, luminoso e acustico, micro e nanoplastiche e, più recentemente, sul traffico aereo. Tutti questi fattori inquinanti hanno una tappa finale comune che è lo stress ossidativo ed è proprio in questa direzione che negli ultimi anni si è orientata la ricerca scientifica. Gli inquinanti, nell’insieme o separatamente, sono un fattore di rischio cardiovascolare che agisce prevalentemente laddove esiste una preesistente condizione di patologia cardiovascolare, nella popolazione in età avanzata e nel sesso/genere femminile, in particolare dopo la fase di menopausa.

Fattori ambientali come inquinamento, rumore e cambiamenti climatici, incidono quanto i rischi cardiovascolari tradizionali

Stress e depressione a loro volta condizionano stili di vita “antifisiologici” ovvero una minore attività fisica, un maggiore consumo di sigarette e una alimentazione poco sana. Dal momento che la prevenzione delle malattie cardiovascolari è non solo un tema fondamentale in ambito di salute pubblica ma è anche la tematica più attuale nella formulazione di linee guida in ambito cardiovascolare e non solo, la Società Italiana di Cardiologia può pertanto svolgere un ruolo strategico su tre fronti. In primis scientifico, promuovendo e coordinando la ricerca nazionale sugli effetti cardiovascolari dei fattori di rischio ambientale e sul loro peso epidemiologico nel nostro Paese. In secondo luogo formativo, includendo questi temi nei congressi, nei documenti di consenso e nei programmi di aggiornamento. Infine divulgativo, dialogando con le Istituzioni e la popolazione per spiegare che ambiente e cuore sono strettamente connessi. Un’azione coordinata con istituzioni sanitarie e decisori politici può rafforzare la credibilità del messaggio e tradurlo in iniziative concrete.»

L’appello lanciato può avere davvero un impatto nelle politiche sanitarie attuate dai decisori politici in Italia?

«Sì, può averlo — soprattutto perché nasce da un consenso internazionale tra grandi società scientifiche cardiovascolari. Quando il mondo cardiologico parla con una voce unitaria, il peso scientifico e istituzionale risultano essere significativi. L’impatto dipenderà dalla capacità di integrare il rischio ambientale nei Piani Nazionali di Prevenzione e di collegare politiche ambientali, industriali e sanitarie. Se l’appello verrà tradotto in raccomandazioni operative e sostenuto da dati nazionali, potrà contribuire a orientare scelte di salute pubblica più lungimiranti.»

Può interessarti

Chiara Finotti
Giornalista specializzata in salute e sanità