Longevità e digitale, opportunità e rischi per una silver economy più inclusiva

Dall’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano emerge una popolazione senior sempre più digitale ma ancora esposta a disuguaglianze: tra prevenzione, competenze e progettazione inclusiva, la longevità diventa una sfida per sanità e politiche pubbliche

In Italia la longevità non è più soltanto una conquista demografica. È diventata, piuttosto, una lente attraverso cui osservare le trasformazioni profonde della società, della sanità e dell’economia. Vivere più a lungo, oggi, non basta più: la vera sfida è vivere meglio, preservando autonomia, benessere e partecipazione sociale. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milanopresentata durante il convegno “Longevity & Silver Economy: digitale e innovazione per un mondo in cui vivere a lungo”, oltre due over 55 su tre conoscono strumenti di intelligenza artificiale come ChatGPT e più di un terzo li utilizza, mentre cresce l’uso di social, servizi online e acquisti digitali.

Una popolazione senior sempre più eterogenea

Dai dati emerge con chiarezza come la popolazione senior non sia più un blocco omogeneo, ma un universo composito, attraversato da differenze di salute, condizioni socio-economiche, livelli di istruzione e stili di vita. Una pluralità di bisogni che mette sotto pressione un sistema ancora fortemente orientato alla gestione della malattia, più che alla promozione della salute. Il punto, infatti, non è soltanto allungare la vita, ma ridurre la distanza tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute, spostando il baricentro verso la prevenzione e il benessere lungo tutto l’arco della vita.

Ignazio Zullo

Longevità, da conquista demografica a lente sulla società

È una questione che, come ha sottolineato il Senatore Ignazio Zullo, Intergruppo parlamentare invecchiamento attivo, intervenuto al convegno, ha prima di tutto una radice culturale. «Dobbiamo rafforzare una convinzione: puntare sulla prevenzione, sulla promozione della salute e sulla riabilitazione», ha osservato. «Il nodo centrale è l’autosufficienza, intesa non solo come condizione clinica, ma come elemento fondante della dignità della persona. Più una persona è autonoma, più resta parte attiva della società, della vita familiare e, quando possibile, anche lavorativa. Un aspetto che si riflette direttamente sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, chiamato a confrontarsi con un aumento delle patologie cronico-degenerative».

Disuguaglianze sociali e sfide territoriali

Ma la salute non si esaurisce nei determinanti clinici. Accanto ai fattori endogeni, pesano sempre di più quelli esogeni: condizioni socio-economiche, contesti territoriali, modelli di vita. «Le differenze tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni, incidono profondamente», ha sottolineato Zullo, richiamando l’attenzione anche su fenomeni come lo spopolamento di molte aree del Paese. In questi contesti, la permanenza degli anziani senza reti familiari solide amplifica un altro fattore di rischio spesso sottovalutato: la solitudine.

Deborah De Cesare

È proprio in questo scenario complesso che si inserisce il tema dell’innovazione digitale. Se da un lato le tecnologie rappresentano una leva fondamentale per migliorare la qualità della vita e rendere più efficienti i servizi, dall’altro aprono interrogativi nuovi, soprattutto in relazione alle disuguaglianze. I dati raccolti dall’Osservatorio, come spiega Deborah De Cesare, direttrice dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano sono eloquenti: il 72% dei 551 senior coinvolti nella ricerca esprime preoccupazione rispetto alle nuove tecnologie, in particolare per il rischio di isolamento sociale e per la difficoltà di distinguere tra contenuti autentici e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Non solo: circa la metà teme di rimanere esclusa da servizi essenziali in assenza di adeguate competenze digitali.

«Non si tratta, però, di una resistenza al cambiamento. Piuttosto, di un segnale che non può essere ignorato. Non dobbiamo nasconderci dietro i rischi del digitale – ha osservato De Cesare – ma lavorare perché queste preoccupazioni non si traducano in esclusione. Il punto è ribaltare la prospettiva: non è il senior che deve inseguire l’innovazione, ma è l’innovazione che deve adattarsi alle caratteristiche dell’utente».

Competenze digitali e progettazione centrata sull’utente

«Questo implica un doppio livello di intervento. Da un lato, investire in competenze digitali, rafforzando l’alfabetizzazione e accompagnando le persone in un percorso di familiarizzazione con le tecnologie. Dall’altro, e forse in modo ancora più decisivo, progettare servizi accessibili, intuitivi e inclusivi. Il digitale deve essere pensato, sviluppato e validato con l’utente» ha sottolineato De Cesare, richiamando l’importanza della co-progettazione. Un approccio che consente di ridurre le barriere all’accesso e di evitare che strumenti pensati in modo standardizzato finiscano per escludere proprio le fasce più fragili.

Il digitale può includere i senior solo se progettato accessibile, intuitivo e centrato sull’utente

Il tema dell’accessibilità si intreccia così con quello dell’equità. Livelli di istruzione più bassi, età avanzata o condizioni di fragilità possono rendere più difficile l’interazione con strumenti digitali complessi. In questi casi, è il sistema che deve fare un passo verso il cittadino, adattando linguaggi, interfacce e modalità di erogazione dei servizi. L’obiettivo è evitare che la trasformazione digitale, anziché ridurre le disuguaglianze, finisca per amplificarle.

Eppure, se correttamente indirizzato, il digitale può rappresentare un alleato potente. Dalla salute al supporto domiciliare, fino alla gestione finanziaria e alla sicurezza, le tecnologie possono contribuire a intercettare bisogni che oggi sono solo parzialmente riconosciuti, ma destinati a diventare sempre più rilevanti in una società che invecchia. Allo stesso tempo, come ha evidenziato anche Zullo, «la digitalizzazione è uno strumento chiave per connettere i diversi nodi della rete assistenziale, ospedale, territorio, assistenza domiciliare, in un contesto segnato anche dalla carenza di personale sanitario».

Il digitale come alleato della longevità

La sfida, dunque, non riguarda solo la sanità, ma l’intero assetto della società. Richiede un ripensamento dei modelli di presa in carico, una maggiore integrazione tra sanitario e sociale e una capacità di progettare servizi che tengano conto della reale eterogeneità della popolazione senior. In gioco non c’è solo la qualità della vita delle persone, ma anche la sostenibilità complessiva del sistema.

In questo senso, la longevità smette di essere un dato statistico e diventa un banco di prova per le politiche pubbliche, l’innovazione e la coesione sociale. La direzione è tracciata: costruire un modello in cui vivere più a lungo significhi anche vivere meglio, senza lasciare indietro nessuno.

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Silvia Pogliaghi
Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)