La fiducia c’è ancora, ma non è più quella di prima. È una fiducia che resiste, che si ostina a restare ancorata al Servizio sanitario nazionale (SSN), ma che ogni giorno fa i conti con un’esperienza concreta sempre più complicata. È da qui che bisogna partire per leggere i risultati della survey Adnkronos 2026, presentata alla terza edizione del Q&A Forum Salute dell’agenzia che prova a immaginare il futuro del sistema tra riforme, innovazione e nuovi equilibri.
I numeri che aprono il racconto sono due. Il primo è 58%: tanti sono gli italiani che dichiarano di fidarsi ancora del SSN. Ma basta voltarsi indietro per capire che qualcosa si è incrinato: erano il 65% solo l’anno scorso. E oggi sono di più quelli che quella fiducia l’hanno persa. Non è un crollo, ma è un segnale. Di quelli che, se ignorati, diventano crepe.
Cresce la percentuale di italiani che hanno perso la fiducia nel SSN
Poi c’è il 70%: la percentuale di persone che hanno rinunciato almeno a un esame diagnostico a causa delle liste d’attesa. Anche in questo caso un dato che rileva un peggioramento della situazione nel tempo: un anno fa erano poco più di sei gli italiani su dieci ad aver rinunciato a indagini diagnostiche per i tempi troppo lunghi offerti dal SSN. Non un disagio occasionale, ma un’esperienza diffusa, quasi normale. È qui che il sistema mostra la sua fragilità più evidente: non tanto nella qualità delle cure, quanto nella possibilità di accedervi.
E allora succede che il privato smette di essere una scelta e diventa una via d’uscita. Il 45% degli italiani ci è andato almeno una volta nell’ultimo anno. Non per preferenza, nella maggior parte dei casi, ma perché non c’erano alternative praticabili. Solo una minoranza – il 21% – rivendica una scelta consapevole. Gli altri si muovono per necessità, spinti più dai tempi che dalle convinzioni.
In mezzo, resta una coperta corta. Le assicurazioni sanitarie non decollano davvero – poco meno di un italiano su tre ne ha una, o per polizze messe a disposizione del datore di lavoro o accese direttamente dall’utente – e il rischio è che si allarghi quella linea invisibile che separa chi riesce a curarsi in tempi rapidi da chi aspetta o rinuncia.
Il 29% degli italiani ha un’assicurazione sanitaria
Eppure, non è un Paese disorientato quello che emerge dalla rilevazione. Il 61% degli italiani dice di sapere come orientarsi tra pubblico e privato. Anche se, a ben vedere, resta una fascia ampia che si muove ancora in una zona grigia di scarsa informazione. È una consapevolezza a metà, che non sempre si traduce in possibilità concreta di scelta.
Nel frattempo, nel dibattito istituzionale, il nodo delle liste d’attesa è diventato il centro di gravità. «È qui che si gioca la credibilità del Servizio sanitario nazionale», ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci, annunciando nuovi strumenti di trasparenza e un lavoro più stretto con le Regioni. «Ho avuto oggi un incontro con il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga – ha aggiunto il titolare di Lungotevere Ripa (quasi a voler fare il punto rispetto alla recente bocciatura del Ddl delega da parte della commissione Salute delle Regioni perché “non affronta problemi rilevanti del SSN”) – per ribadire che ci vuole piena collaborazione con le Regioni per cercare di ridurre questo fenomeno». L’obiettivo è rendere visibili le differenze territoriali e intervenire dove il sistema si inceppa di più.
il nodo delle liste d’attesa è diventato il centro di gravità
Accanto a questo, prende forma un’altra idea di sanità, più vicina ai territori. I presidi di prossimità con i loro servizi, la gestione delle cronicità: elementi che, nelle parole del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, possono diventare una risposta concreta soprattutto nelle aree più fragili. In parallelo, si investe su dati e digitalizzazione, con l’idea che la tecnologia possa aiutare a tenere insieme i pezzi.
E qui la distanza tra istituzioni e cittadini sembra accorciarsi. Perché anche gli italiani, in maggioranza, guardano al digitale come a una possibile soluzione: il 59% lo considera utile per migliorare la sanità. Non è entusiasmo cieco, ma una fiducia pragmatica. Come a dire: se può servire a ridurre le attese e semplificare l’accesso, ben venga.
Sul fondo resta però una questione più ampia, che attraversa tutto il sistema. Le risorse sono limitate, il personale manca, la domanda di salute cresce. E mentre l’innovazione – anche farmaceutica – corre, come ha ricordato il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, diventa sempre più urgente trovare un equilibrio tra sostenibilità e accesso.
La fotografia che emerge non è quella di un sistema al collasso, ma nemmeno di un sistema in salute. È piuttosto quella di un equilibrio instabile, in cui la fiducia dei cittadini continua a fare da argine, ma non può bastare da sola.
Perché oggi il punto non è più solo curare bene. È curare in tempo. E su questo, gli italiani hanno già dato il loro verdetto. Ed è possibile che, sul delicato tema dell’accesso alla salute, si andranno a giocare gli equilibri tra maggioranza e opposizione alla prossima tornata elettorale delle Politiche 2027.








