Un’“epidemia silenziosa” resa visibile dalla pandemia
La solitudine è oggi sempre meno un fenomeno individuale e sempre più un problema di salute pubblica. Lunedì 20 aprile si terrà la presentazione della traduzione in italiano del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle solitudini, “From loneliness to social connection”, promossa e curata da CCW – Cultural Welfare Center e pubblicata lo scorso 12 febbraio.
In vista di questo appuntamento, TrendSanità ha intervistato il professor Enzo Grossi, socio fondatore del Cultural Welfare Center, per approfondire le implicazioni scientifiche e di salute pubblica del fenomeno.

«La solitudine è una sorta di epidemia di cui abbiamo preso coscienza in concomitanza alla pandemia vera del Covid, che l’ha messo in evidenza», spiega Grossi, sottolineando come la riduzione forzata delle relazioni sociali abbia reso evidente un disagio già diffuso ma spesso sottostimato.
Paradossalmente, proprio le soluzioni tecnologiche adottate per mantenere i contatti – videocall, piattaforme digitali, comunicazione a distanza – non hanno compensato la perdita della dimensione relazionale più profonda. «Parlarsi al telefono o fare una videocall non è come essere in presenza e poter avere questo senso di empatia», osserva Grossi, evidenziando la differenza tra interazione mediata e relazione incarnata.
In questo scenario, la solitudine non è solo assenza di contatti, ma esperienza soggettiva di disconnessione, che può coesistere anche in presenza di relazioni sociali formali.
Solitudine, isolamento e connessioni sociali: la chiarezza del rapporto OMS
Uno dei contributi più rilevanti degli ultimi anni è stato il lavoro di sistematizzazione concettuale promosso dall’OMS, che ha distinto tra isolamento sociale, solitudine percepita e condizioni di vita individuale.
Grossi sottolinea come questa distinzione sia cruciale per evitare confusioni operative e cliniche: «La solitudine è uno stato soggettivo. Io posso vivere con altre persone, quindi non sono solo ma soffro di solitudine, cioè ho uno stato emotivo negativo in cui c’è una discrepanza tra il bisogno di connessione e quello che è effettivo».
L’OMS ha evidenziato le differenze tra isolamento sociale, solitudine percepita e condizioni di vita individuale
Il recente rapporto internazionale dell’OMS ha inoltre chiarito i principali fattori alla base dell’aumento della solitudine: cambiamenti demografici, trasformazioni urbane, digitalizzazione delle relazioni e indebolimento delle reti comunitarie. Ha inoltre documentato gli effetti sulla salute fisica e mentale, consolidando l’evidenza che la solitudine non è un tema “sociale” in senso generico, ma un determinante sanitario a tutti gli effetti.
Prescrizione sociale: dalla risposta ai bisogni invisibili alla nuova infrastruttura di cura
All’interno di questo quadro si colloca la crescita della cosiddetta prescrizione sociale, un approccio che integra interventi non clinici nei percorsi di salute, soprattutto nei casi in cui il disagio non ha una chiara base organica.
Un elemento chiave emerso nel dibattito internazionale riguarda l’impatto della solitudine sulla domanda di cura. Grossi ricorda come, in alcuni sistemi sanitari, fino al 25-30% delle richieste di visita sia legato a sintomi non spiegabili dal punto di vista medico: i cosiddetti medical unexplained symptoms.
La solitudine non è un tema “sociale” in senso generico, ma un determinante sanitario a tutti gli effetti
«Circa il 25-30% delle richieste di visita sono legate a questi sintomi che non sono espressioni di un problema medico», evidenzia. In questi casi, la prescrizione sociale ha mostrato un duplice effetto: ridurre il carico sui medici di medicina generale e offrire risposte più appropriate ai bisogni dei pazienti.
Nel Regno Unito, dove il modello è più sviluppato, il fenomeno ha assunto dimensioni strutturali: «Nel giro di sei anni sono arrivate a 3 milioni di richieste di prescrizione sociale», segnando una trasformazione significativa dell’organizzazione dei servizi territoriali.
Elemento distintivo del modello britannico è la presenza dei link workers, figure di connessione tra sistema sanitario e risorse comunitarie.
I link workers e il nodo della professionalizzazione
La figura del link worker rappresenta uno degli snodi più innovativi ma anche più complessi della prescrizione sociale. Si tratta di professionisti in grado di “tradurre” un bisogno sanitario in un percorso di attivazione sociale, culturale e comunitaria.
In Italia, questa figura non è ancora formalmente istituzionalizzata. «In Italia per rendere questa figura realmente attiva bisogna che ci sia una regolamentazione», osserva Grossi, evidenziando il ritardo normativo e organizzativo.
La figura del link worker è uno snodo chiave della prescrizione sociale, capace di tradurre bisogni sanitari in percorsi sociali e comunitari
Nel nostro Paese, laddove si sono sviluppate esperienze di prescrizione sociale, il ruolo di link worker è spesso svolto in modo informale da medici di medicina generale, pediatri o specialisti sensibili al tema. Tuttavia, il modello internazionale mostra come la complessità del compito richieda competenze ibride: «È una figura a metà strada tra l’assistente sociale, lo psicologo e in parte dovrebbe avere anche competenze mediche».
Il lavoro del link worker non si limita alla segnalazione, ma include un vero e proprio processo di “costruzione su misura” dell’intervento: attività fisiche, artistiche, culturali, ambientali e relazionali, calibrate sulle caratteristiche della persona.
Cultura, natura e relazioni: il “menu” della prescrizione sociale
La prescrizione sociale si basa su un principio semplice ma potente: contrastare la solitudine attraverso esperienze condivise e significative.
Il ventaglio di interventi è ampio: attività fisica, danza movimento, terapia con la natura, arteterapia, museoterapia, teatro, lettura condivisa, scrittura espressiva, cinema e volontariato. Elemento comune è la dimensione collettiva.
Elemento comune della prescrizione sociale è la dimensione collettiva
«Sono attività molto diverse tra di loro, ma hanno una cosa in comune: vengono svolte sempre non soli, ma in compagnia di altre persone», sottolinea Grossi.
L’efficacia non deriva solo dall’attività in sé, ma dalla sua capacità di attivare relazioni. «Se vengono svolte insieme ad altre persone l’effetto è potenziato: si ha questo doppio vantaggio del miglioramento dello stato psicologico e dell’attenuazione dello stato soggettivo di solitudine».
Determinanti sociali della salute: il ruolo dello status socio-economico
Il tema della solitudine si intreccia in modo diretto con quello dei determinanti sociali della salute. Il riferimento teorico è il modello biopsicosociale e il lavoro di Michael Marmot, che ha mostrato come le disuguaglianze socio-economiche incidano profondamente sugli esiti di salute.
Grossi richiama con forza questa prospettiva: «Lo stato socio-economico influenza lo stato di salute in maniera molto forte, non solo tra poveri e ricchi, ma all’interno della stessa classe sociale».
Lo stato socio-economico influenza lo stato di salute in maniera molto forte
Le evidenze sono robuste: individui con redditi più bassi presentano un rischio significativamente maggiore di mortalità e malattia. «C’è un aumento di più di tre volte della mortalità in individui con reddito inferiore a 15.000 dollari rispetto a chi supera i 50.000».
Il meccanismo biologico passa anche attraverso lo stress cronico e l’attivazione prolungata del sistema endocrino: «L’eccessiva esposizione al cortisolo provoca danni neuronali, indebolimento del sistema immunitario e maggiore vulnerabilità alle infezioni».
Salute sociale e prospettive: verso una nuova architettura della cura
Uno degli elementi più rilevanti del ragionamento di Grossi riguarda la ridefinizione stessa del concetto di salute. «Quando parliamo di salute parliamo di un tavolino con tre gambe: salute fisica, psichica e sociale».
La salute sociale, tuttavia, è ancora poco integrata nella formazione e nella pratica clinica. «I medici sono stati formati sulla salute fisica, poco sulla salute mentale e zero sulla salute sociale».
«Quando parliamo di salute parliamo di un tavolino con tre gambe: salute fisica, psichica e sociale»
Da qui deriva la necessità di un cambio di paradigma che non sia solo clinico ma anche culturale e organizzativo. Le esperienze italiane – da “Nati per leggere” a “Dance Well”, dalla prescrizione verde ai progetti museali e teatrali – mostrano un ecosistema in crescita, ma ancora frammentato.
Il limite principale è la mancanza di una strategia top-down: «Ci sono tante iniziative, ma sono isolate. Manca una sistematizzazione con standard qualitativi e una valutazione dell’impatto».
La sfida futura riguarda dunque tre livelli: formazione dei professionisti, istituzionalizzazione delle figure di raccordo come i link workers e costruzione di sistemi di valutazione dell’efficacia. Solo così la prescrizione sociale potrà diventare una componente strutturale del sistema sanitario e non una somma di esperienze virtuose ma discontinue.
In questa prospettiva, la solitudine non è solo un problema da curare, ma un indicatore attraverso cui ripensare l’intero rapporto tra salute, comunità e benessere.









