Un modello nazionale per la salute mentale degli adolescenti: la sfida di C’è Da Fare ETS

Dal Niguarda al Bambino Gesù, nasce una rete per costruire un modello condiviso, misurabile e replicabile di presa in carico del disagio giovanile. A TrendSanità Silvia Rocchi (C’è Da Fare ETS): «Non bastano più esperienze isolate, serve un lavoro di sistema»

Unire competenze, dati e visione per affrontare una delle emergenze più complesse del nostro tempo, la salute mentale degli adolescenti. Con questo obiettivo prende forma il primo coordinamento nazionale dei progetti promossi da C’è Da Fare ETS, una rete che mette insieme alcune tra le principali strutture ospedaliere pubbliche italiane impegnate nella neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza.

Dal ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, passando per l’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer IRCCS di Firenze, la ULSS1 Dolomiti di Belluno e l’Istituto Giannina Gaslini di Genova, il coordinamento è un passo inedito verso una collaborazione strutturata a livello nazionale in un ambito che, fino a oggi, ne era privo.
Nata nel 2023 per iniziativa di Silvia Rocchi e Paolo Kessisoglu, C’è Da Fare ETS ha rapidamente costruito una rete di progetti concreti, capaci di coinvolgere centri di eccellenza e di attivare protocolli clinici condivisi. Oggi, con la creazione del coordinamento e l’avvio di uno studio multicentrico nazionale, si apre una nuova fase, quella della misurabilità, della replicabilità e della costruzione di evidenze scientifiche solide.

Il coordinamento è un passo inedito verso una collaborazione strutturata a livello nazionale in un ambito che, fino a oggi, ne era privo

Ne parliamo a TrendSanità con la Direttrice generale Silvia Rocchi che ci racconta la visione, le sfide e gli obiettivi di una rete che punta a portare il benessere psicologico degli adolescenti al centro del dibattito pubblico e delle politiche sanitarie.

Perché nasce solo oggi una rete nazionale per la salute mentale adolescenziale

«Premetto che non parlo da clinico o da esperta. Mi sono avvicinata al tema della salute mentale dei giovani prima di tutto come madre di adolescenti, – ci spiega Rocchi – quindi con una sensibilità personale rispetto a ciò che accade nel loro mondo, e poi come cofondatrice, insieme al mio compagno Paolo Kessisoglu, dell’associazione C’è Da Fare ETS. Nella mia vita faccio tutt’altro, sono un architetto, e quindi il mio punto di vista è quello di chi da tre anni lavora nel non profit su un tema molto specifico, quello del disagio adolescenziale, con pragmatismo e passione, ma senza una formazione scientifica sull’argomento.

Proprio per questo, fin dall’inizio abbiamo sentito l’esigenza di dare ai nostri progetti un’impostazione rigorosa. Volevamo che fossero modulabili, scalabili, rendicontabili e misurabili, per capire se gli investimenti generassero risultati concreti. Sentivamo anche una forte responsabilità nei confronti dei donatori, a cui volevamo poter dare un riscontro sull’impiego dei fondi. Sapevamo che, quando si parla di salute mentale, si può parlare di cura ma non sempre di guarigione. Per questo era fondamentale poter misurare almeno un miglioramento e la qualità del percorso».

La prima sperimentazione

Silvia Rocchi

«La prima sperimentazione del progetto C’è Da Fare Safe Teen è partita con l’Ospedale Niguarda, grazie al modello terapeutico proposto dal dottor Marchesini e dalla professoressa Vignoli: un approccio ambulatoriale ad alta intensità per adolescenti con grave disagio, con manifestazioni quali agiti autolesivi, ritiro sociale o tentati suicidi. Il modello è basato sulla costruzione di un’équipe multidisciplinare integrata che eroga interventi clinici, psicoterapeutici, riabilitativi ed educativi in modo coordinato e simultaneo. Non si tratta solo di aumentare le prestazioni, ma di garantire una presa in carico globale e intensiva dell’adolescente e della famiglia, all’interno di un unico team che lavora in modo strutturato e continuativo.
Fin da subito abbiamo trovato da parte dei responsabili del progetto grande apertura e disponibilità a costruire insieme un modello con basi rigorose, sia nel protocollo di cura sia negli strumenti di valutazione.

Quando sono aumentate le risorse, abbiamo deciso di non limitarci a sostenere un singolo progetto efficace, ma di renderlo esportabile. Siamo partiti da Roma con il Bambino Gesù, poi Belluno con ULSS1, Firenze con il Meyer e, con modalità diverse, la Liguria attraverso il Gaslini».

Una sanità a macchia di leopardo

«Durante le interlocuzioni con le diverse strutture è emerso un elemento molto chiaro: a fronte di un fortissimo aumento della domanda di cura ormai omogeneo su tutto il territorio nazionale, le risposte del sistema sanitario sono invece molto diverse, frammentate e spesso disomogenee. Allo stesso tempo, abbiamo riscontrato un grande interesse per il modello CDF SafeTeen e una forte disponibilità al confronto e alla collaborazione tra centri. Da qui è nata l’idea di lavorare su un coordinamento: non solo uniformare l’approccio terapeutico e i criteri di valutazione, ma anche confrontare i risultati, migliorare nel tempo e individuare best practice condivise.
Quello che fino ad oggi è mancato non è stata la qualità dei singoli centri, ma un lavoro di sistema. Oggi le condizioni sono cambiate: l’aumento del disagio adolescenziale ha reso evidente che non bastano più esperienze isolate. C’è un bisogno a cui si deve rispondere insieme.

Il valore aggiunto di una rete strutturata è trasformare progetti che funzionano in un modello condiviso, ottimizzato, misurabile e replicabile

L’obiettivo è arrivare a un protocollo che possa essere adottato su scala più ampia, perché crediamo che ogni ragazzo, indipendentemente da dove vive, debba avere accesso alle stesse opportunità di cura».

Lo studio sui dati clinici punta a nuove evidenze scientifiche

«L’obiettivo dello studio è fare un passo ulteriore: non solo costruire un modello efficace, ma dimostrarlo. Vogliamo arrivare a definire un protocollo omogeneo, testato e riconosciuto, che possa essere validato scientificamente e reso replicabile. Per farlo è necessario trasformare l’esperienza clinica in dati, utilizzando strumenti riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale e osservando l’evoluzione dei ragazzi nel tempo. Il progetto CDF Safe Teen prevede delle valutazioni con strumenti testologici uniformi e internazionalmente riconosciuti al momento di accesso al progetto, dopo 6 mesi e alla conclusione, dopo 12 mesi.

Il punto centrale è questo: non basta vedere che qualcosa funziona, bisogna riuscire a dimostrarlo in modo rigoroso. Solo così si può arrivare a pubblicazioni scientifiche che convalidino il modello e lo rendano adottabile anche indipendentemente dall’intervento di CDF. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo dimenticare che dietro i dati ci sono storie. Parliamo di ragazzi e famiglie, spesso in situazioni complesse e difficili da raccontare in modo uniforme.
Proprio per questo gli strumenti scientifici sono fondamentali: permettono di leggere quella complessità in modo condivisibile e utile per chi deve prendere decisioni. In fondo, l’obiettivo è trasformare storie individuali in conoscenza condivisa, capace di generare risposte migliori e più accessibili per tutti».

I tempi dell’impatto sul sistema sanitario restano una sfida aperta

«Ovviamente, purtroppo, non abbiamo la sfera di cristallo, quindi è difficile dare una tempistica precisa. Quello che osserviamo, e che ci viene confermato ogni giorno da neuropsichiatri e psicologi che lavorano sul campo, è che a fronte di una richiesta cresciuta in modo esponenziale, le risorse della sanità pubblica non sono aumentate allo stesso ritmo. Questo crea una pressione enorme sul sistema e rende ancora più urgente trovare modelli nuovi ed efficaci.

Serve rendere più accessibile e visibile la rete territoriale per intercettare prima il bisogno

Nel nostro piccolo stiamo cercando di fare la nostra parte: mettere a disposizione risorse aggiuntive e investirle in un modello che non sia solo utile nel singolo contesto, ma che possa diventare replicabile e adottabile anche su scala nazionale all’interno della sanità pubblica. Questo è il nostro auspicio, anche se ovviamente non possiamo avere certezze.

Perché questo accada, il passaggio fondamentale è quello che stiamo costruendo oggi: definire un modello scientificamente valido con un protocollo chiaro, condividerlo tra più centri, misurarne gli effetti in modo rigoroso e dimostrarne l’efficacia nel tempo. Come obiettivo ci siamo dati un orizzonte di circa tre anni per mettere a regime i centri coinvolti e raccogliere evidenze sufficientemente solide. È un tempo realistico per passare dalla sperimentazione a dati strutturati.
Poi, come spesso accade in sanità, il vero cambiamento dipenderà dalla capacità di trasformare queste evidenze in scelte di sistema. Ma senza dati solidi, quel cambiamento è più difficile che possa iniziare».

Accessi psichiatrici in aumento tra fragilità della rete e domanda crescente

«Credo che entrambe le letture siano valide. Da una parte c’è sicuramente un aumento della domanda di cura. È qualcosa che emerge in modo trasversale: ce lo raccontano i professori nelle scuole, gli psicologi negli ambulatori, i neuropsichiatri negli ospedali e nei pronto soccorso. È evidente che oggi c’è una sofferenza più diffusa e più visibile, con manifestazioni che fino a qualche anno fa erano meno frequenti o meno riconosciute. Probabilmente c’è anche una maggiore capacità, soprattutto tra i ragazzi e le famiglie, di chiedere aiuto. E questo, in parte, è un segnale positivo.

Molte famiglie non conoscono i servizi disponibili e arrivano tardi ai percorsi di cura

Dall’altra parte, però, è altrettanto evidente che la rete territoriale fatica a reggere questo aumento. Non mi sentirei di dire che sia inefficace in senso assoluto: spesso esistono servizi e competenze di qualità. Il problema è che sono sottodimensionati rispetto alla domanda crescente e quindi non riescono sempre a intercettare il bisogno in tempo, prima che si trasformi in una crisi acuta».

Visibilità dei servizi

«C’è poi un altro elemento che riscontriamo quotidianamente, anche attraverso le richieste che riceviamo dalle famiglie: una scarsa consapevolezza delle risorse disponibili sul territorio. Molti genitori non sanno a chi rivolgersi, o lo scoprono troppo tardi, quando la situazione è già diventata urgente.
Per questo uno degli ambiti su cui stiamo riflettendo è proprio come contribuire, almeno a livello locale, a rendere più visibili e accessibili i servizi esistenti, creando una sorta di mappatura chiara e fruibile. Perché evitare il pronto soccorso non significa solo aumentare le risorse, ma anche aiutare le famiglie ad arrivare prima, nel posto giusto, con il giusto livello di supporto».

Un modello replicabile alla prova delle disuguaglianze territoriali

«Ci auguriamo sicuramente che il nostro modello sia replicabile, perché nasce proprio da un equilibrio virtuoso tra mondi diversi. È un modello che prende forma dalla spinta di alcune persone che hanno deciso di impegnarsi su questo tema, ma che poi si è sviluppato grazie al contributo di tanti altri: professionisti, volontari, aziende che ci affiancano concretamente e ci aiutano a reperire le risorse, e soprattutto grazie all’apertura del sistema pubblico a collaborazioni con realtà come la nostra.
Già questo, secondo me, è un risultato importante: riuscire a mettere a sistema competenze, risorse e visioni diverse, unite da un obiettivo comune. Non è scontato, e dimostra che quando c’è una volontà condivisa si possono costruire progetti concreti ed efficaci».

Nessun pregiudizio “territoriale”

«Per quanto riguarda la replicabilità, non abbiamo pregiudizi legati ai territori. Anzi, è esattamente la direzione in cui vogliamo andare. Stiamo già valutando possibili sviluppi anche nel Sud Italia e nelle isole, anche se è ancora prematuro entrare nei dettagli. Se vogliamo davvero parlare di equità nell’accesso alla cura, non possiamo limitarci ad alcuni contesti, dobbiamo metterci nelle condizioni di portare questo modello anche dove oggi le risorse sono più limitate.

La replicabilità del modello deve confrontarsi con forti disuguaglianze tra territori e risorse

Naturalmente ogni territorio ha le sue specificità, quindi non si tratta di “copiare e incollare” un progetto, ma di adattarlo mantenendone i principi fondamentali: integrazione tra pubblico e privato, presa in carico strutturata e capacità di misurare i risultati. L’obiettivo è dimostrare che questo tipo di collaborazione può funzionare ovunque, con modalità diverse, ma con lo stesso diritto per tutti i ragazzi di accedere a cure efficaci e tempestive».

Gli obiettivi di C’è Da Fare ETS

«Gli obiettivi sono tanti, forse anche più dei progetti, e sicuramente sono ancora di più i sogni. Il primo è consolidare e portare a maturazione il modello che stiamo costruendo, insieme allo studio multicentrico. L’auspicio è che, una volta validato e riconosciuto, possa trovare le risorse per camminare anche in autonomia, indipendentemente dal nostro intervento diretto.
Un altro obiettivo importante è rafforzare la nostra identità e diventare un punto di riferimento a livello nazionale, non tanto come “soluzione”, ma come spazio di dialogo e di riflessione sul tema della salute mentale. Lo stigma è ancora molto presente, e crediamo che sia fondamentale contribuire a normalizzare questo tipo di conversazione.
Per farlo utilizziamo linguaggi diversi: il teatro e la comicità, lo sport, momenti di incontro e condivisione. Sono strumenti che permettono di avvicinare le persone in modo più accessibile, creare connessioni e offrire chiavi di lettura diverse, anche attraverso esperienze concrete di fatica, resilienza e crescita».

Prospettive future

«Guardando al futuro, vorremmo avere una presenza più concreta sui territori, diventare un punto informativo, aiutare ragazzi e famiglie a orientarsi tra i servizi disponibili e, soprattutto, a sentirsi un po’ meno soli nei momenti di difficoltà.
In questa direzione stiamo lavorando all’apertura del primo C’è Da Fare HUB a Milano, uno spazio di ascolto e orientamento, ma anche un luogo vivo di incontro, dialogo e progettazione. Non pensiamo di avere la soluzione a tutto, né la risposta a ogni problema. Ma abbiamo un’energia molto forte, che nasce dalle persone e dalle realtà che ci sostengono, e sentiamo la responsabilità di trasformarla in qualcosa di utile e concreto.
Se c’è un obiettivo che li riassume tutti, è questo: contribuire a costruire un sistema in cui chiedere aiuto sia più semplice, e riceverlo sia più giusto per tutti».

Può interessarti

Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute