HIV e terapie legacy: quanto pesano ancora i regimi con inibitori delle proteasi?

Una quota misurabile di pazienti con HIV riceve ancora regimi basati su inibitori delle proteasi. Non è di per sé un segnale di inappropriatezza, ma un’area che vale la pena osservare e governare. I dati lombardi 2018-2024 e una stima nazionale

Negli ultimi anni l’evoluzione della terapia antiretrovirale è stata caratterizzata dall’introduzione del concetto di semplificazione: ampio utilizzo di regimi più maneggevoli, meglio tollerati, più adatti a gestire l’HIV come una condizione cronica di lungo periodo. In questo scenario, però, una parte dei pazienti continua a ricevere regimi basati su inibitori delle proteasi (IP). In molti casi la scelta è del tutto giustificata — storia terapeutica complessa, resistenze, fallimenti precedenti, stabilità raggiunta. In altri, può valere la pena di organizzare una rivalutazione. Ed in questo sentiero che la Regione Lombardia si è avviata con costanza da un anno.

Abbiamo provato a misurare quanto pesa oggi questo perimetro, in termini economici e organizzativi, partendo dai dati della Lombardia e costruendo una stima nazionale a partire dai dati AIFA OsMed 2024.

Perché parlare di terapie legacy

Legacy non significa “sbagliata” o “superata”. Indica regimi storicamente consolidati, ancora presenti nella pratica clinica, ma meno centrali rispetto alle opzioni più recenti. Gli inibitori delle proteasi hanno avuto un ruolo decisivo nella storia della terapia anti-HIV e restano una risorsa per profili specifici di pazienti, in particolare i soggetti HTE (Highly Treatment Experienced). Per questo la loro presenza nei dati di spesa va letta con equilibrio, non è un errore da correggere.

Una parte delle cure erogate può ancora essere rivalutata per rafforzare appropriatezza ed efficienza assistenziale

L’analisi guarda a due perimetri: uno più stretto – gli IP legacy, cioè darunavir, atazanavir e lopinavir/ritonavir – e uno più ampio, i regimi IP-containing, che comprende tutti i regimi contenenti un inibitore delle proteasi. Il perimetro ampio non identifica trattamenti inappropriati: fotografa un bacino di pazienti e di spesa che si può analizzare con strumenti clinici e gestionali più fini.

I numeri della Lombardia

Il fenomeno è in calo, ma non è marginale. La spesa lombarda riconducibile a questo perimetro – complessivamente IP-legacy/IP-containing – è scesa da circa 24,1 milioni di euro nel 2018 a 13,37 milioni nel 2024: segno di una transizione terapeutica già ampiamente avviata.

Il valore residuo, però, vale ancora l’8,4% della spesa regionale per i farmaci anti-HIV e intercetta 3.113 assistiti/trattamenti, pari al 9,2% del totale regionale.

La stima nazionale

Per l’Italia abbiamo usato i dati OsMed 2024, calibrati sul dato lombardo: la Lombardia concentra una spesa anti-HIV superiore alla media; quindi, non può essere semplicemente moltiplicata per il resto del Paese.

La proiezione parte dalla misura del mercato per i regimi più impiegati nella pratica clinica, stimando il dato lombardo verso l’intero Paese.

Il perimetro stretto degli IP legacy vale circa 18 milioni di euro; quello ampio dei regimi IP-containing arriva a circa 54,6 milioni, l’8,5% della spesa nazionale anti-HIV. La popolazione interessata si colloca intorno ai 13 mila pazienti/trattamenti equivalenti, circa l’8-9% del totale HIV stimato.

Una proiezione alternativa che indica ~80 milioni di euro è meno solida, perché si basa sulla popolazione HIV generale e non sul mercato dei farmaci anti-HIV.

AmbitoIndicatoreValoreIncidenza
LombardiaSpesa 2024 per regimi IP legacy / IP-containing13,37 mln €8,4% della spesa HIV regionale
LombardiaAssistiti / trattamenti3.1139,2% del totale regionale
ItaliaSpesa IP legacy (perimetro stretto)≈ 18 mln €2,8% della spesa nazionale anti-HIV
ItaliaSpesa regimi IP-containing (perimetro ampio)≈ 54,6 mln €8,5% della spesa nazionale anti-HIV

Tabella 1. Indicatori sintetici di spesa dei regimi IP legacy / IP-containing. Elaborazione su dati ARIA/GAT e OsMed 2024

Cosa ci dicono questi dati

Il messaggio non è clinico, ma di policy. Esiste ancora una quota misurabile di trattamento legacy che può diventare oggetto di audit clinico, confronto multidisciplinare e governo dell’appropriatezza. Il dato economico, da solo, non misura inappropriatezza: dove il regime con IP è giustificato, la continuità terapeutica resta la scelta corretta. Dove invece esistono alternative più semplici e sostenibili, una revisione regolare e condivisa può migliorare la presa in carico e l’uso delle risorse.

Le scelte terapeutiche devono coniugare efficacia, continuità assistenziale e uso appropriato delle risorse

Va tenuto presente un limite importante: i dati disponibili contano “assistiti/trattamenti” e pazienti-equivalenti, non pazienti unici. La cifra economica non è risparmio, ma la dimensione di un bacino da analizzare meglio – idealmente con flussi dotati di identificativo paziente pseudonimizzato, collegati a durata del trattamento e informazioni cliniche essenziali.

In sintesi: i regimi con IP legacy pesano oggi meno che in passato, ma restano una componente non trascurabile della spesa e dell’organizzazione dei percorsi di cura. Misurarli meglio, capirne le ragioni cliniche e intervenire solo dove esiste una reale opportunità di semplificazione: è questo l’uso più utile del dato, e un tassello di una governance più attenta all’appropriatezza e alla sostenibilità del servizio.

Nel futuro sarebbe opportuno estendere questa analisi anche agli NNRTI.

Bibliografia

Può interessarti

Davide Croce
Università LIUC CREMS
Francesco De Nardo
Università LIUC CREMS
Giuliano Rizzardini
IRCCS Policlinico Milano
Paolo Bonfanti
Università Bicocca Milano
Stefano Rusconi
Università di Milano
Emanuele Focà
Università di Brescia
Roberto Ranieri
ASST Santi Paolo e Carlo
Andrea Gori
Università di Milano
Vania Giacomet
Università di Milano
Michela Franzin
ASST Papa Giovanni XXIII Bergamo
Silvia Nozza
Università Vita-Salute San Raffaele