Prepararsi alla prossima pandemia: l’Italia ha un piano

Dalla sorveglianza alle scorte, il nuovo documento strategico 2025-2029 ridisegna la risposta del SSN. A TrendSanità il commento di Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI)

A distanza di cinque anni dalla pandemia da Covid-19, l’Italia pubblica in Gazzetta Ufficiale il nuovo “Piano strategico operativo di preparazione e risposta a una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2025-2029”. Il documento, che aggiorna e supera il PanFlu 2021-2023, segna un cambio di approccio significativo. Si abbandona la logica della pianificazione costruita attorno a un singolo patogeno, come era stato per l’influenza, per adottare una strategia modulare, tarata sulla via di trasmissione respiratoria e adattabile a scenari diversi, dall’influenza aviaria a un nuovo coronavirus.

Il Piano si articola su più assi. Sul fronte della sorveglianza, prevede un sistema integrato che combina reti cliniche, genomica, monitoraggio delle acque reflue e sorveglianza veterinaria, con una particolare attenzione all’interfaccia uomo-animale.
Sul fronte della risposta, definisce fasi operative progressive (prevenzione, allerta, contenimento, controllo) con indicatori per il passaggio da una fase all’altra e un disegno del coordinamento che coinvolge Ministero della salute, Protezione civile, Regioni e istituzioni europee.

Il nuovo Piano segna un cambio di approccio, cambiando da vicino il lavoro dei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL

Sul fronte delle contromisure mediche, affronta il tema delle scorte strategiche di farmaci, vaccini e dispositivi di protezione, riconoscendo che parte di quanto previsto dal piano precedente è ancora in corso di realizzazione.

Rimangono però nodi aperti: la tenuta del coordinamento tra livello nazionale e regionale, la capacità reale dei Dipartimenti di Prevenzione di recepire e attuare le indicazioni e la formazione di professionisti in igiene pubblica, oggi tra le specializzazioni mediche meno attrattive del paese.
Ne parliamo a TrendSanità con Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI)

Un piano più ampio e più strutturato

Enrico Di Rosa

Il Piano adotta un approccio nuovo, cambiando da vicino il lavoro dei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL. «Sicuramente si tratta di un documento migliorativo rispetto al precedente, più ampio e strutturato in modo più articolato» – spiega Di Rosa. «Se vogliamo proprio trovare una criticità, è che probabilmente arriva in ritardo,  la gestazione è stata molto lunga. La dialettica Stato-Regioni e tutti i passaggi istituzionali che segue un documento di questo tipo, hanno richiesto più tempo del previsto. Però alla fine abbiamo un documento che certamente è migliorativo rispetto al precedente. Soprattutto, cambia l’approccio. Il piano precedente andava su una logica di virus, questo invece adotta un approccio per via di trasmissione anziché per singolo patogeno, è un piano che immagina di dover fronteggiare una pandemia a trasmissione respiratoria come quella del Covid, quindi tutti i possibili virus. Da un certo punto di vista è un ombrello molto più ampio.

Poi ha un percorso razionale di sviluppo logico molto forte, nel senso che punta sul rafforzamento dei sistemi di sorveglianza integrata come RespiVirNet, EMUR-PS, sorveglianza genomica, acque reflue, influenza aviaria, tra gli altri. Tutte le sorveglianze devono essere messe insieme per realizzare la cosiddetta epidemic intelligence, cioè evidenziare possibilmente in tempi rapidissimi eventuali segnali che arrivano dall’estero o la nostra capacità di far emergere situazioni particolari e attivare poi tutta la cascata della risposta».

La complessità della sorveglianza integrata: una risorsa, non un rischio

Il coordinamento e la governance decisionale integrata potrebbero essere fonte di ritardi, difficoltà nella lettura dei segnali in arrivo da fonti diverse. Ciò che conta è gestire bene la complessità e costruire sistemi autonomi, forti, adeguatamente finanziati e dotati di tutte le strumentazioni necessarie. «Sicuramente è necessaria una cabina di regia finale che metta insieme tutte le notizie che arrivano da ambiti diversi, se succede qualcosa, avere più punti di vista rafforza la capacità e la sensibilità del sistema e anche la specificità. Non dobbiamo aver paura della complessità, bisogna essere in grado di governarla. Le istituzioni hanno le capacità per farlo, sia a livello regionale che a livello ministeriale. Importantissimo è anche il raccordo a livello internazionale e la condivisione dei dati, un elemento che forse ha avuto qualche criticità di recente, con il disimpegno degli Stati Uniti dall’OMS e da altre grandi agenzie internazionali.

Tutte le sorveglianze devono essere messe insieme per realizzare la cosiddetta “epidemic intelligence”


Va detto però che in questo momento le sorveglianze sono un po’ in crisi. C’è un problema di adeguamento normativo sulla tutela della privacy che ha messo in standby tutte le sorveglianze speciali, mentre quella principale, il sistema PreMal (PREvenzione MALattie infettive) continua ad andare. Come società scientifica ci siamo già mossi per sensibilizzare le istituzioni su questo problema».

Scorte e contromisure: l’occasione per fare il punto

«All’approvvigionamento a livello regionale si è generalmente provveduto, sia pur con qualche ritardo, perché il problema è complesso, bisogna avere risorse importanti e volumi importanti di tutto, dai dispositivi più banali come le mascherine fino ai respiratori, alle tute, ai farmaci. È necessario creare scorte rilevanti che richiedono anche un impegno economico significativo, con tutte le difficoltà logistiche legate all’immagazzinamento. Soprattutto, bisogna creare un sistema che consenta un immagazzinamento dinamico, cioè man mano che i prodotti si avvicinano alla scadenza devono essere immessi nel circuito di utilizzo normale, per evitare sprechi. Per certe cose è possibile, per altre no, però bisogna lavorarci».

Non tutte le Regioni hanno lavorato allo stesso modo ed evidenziare eventuali problemi significa mettere a punto le cose

Il nuovo piano conferma i finanziamenti e tutte le Regioni avranno le risorse per garantire scorte adeguate, ma forse questa è l’occasione per fare il punto su quello che è stato fatto, quello che non ha funzionato, quello che c’è da migliorare.

Misure non farmacologiche e catena di comando: chi decide cosa

Il piano è molto ben articolato sulla progressiva implementazione delle misure di contenimento non farmacologiche da graduare in base al rischio epidemiologico individuato di volta in volta. Rimane qualche zona grigia, poiché in situazioni di scala ridotta, con una circolazione limitata a certe zone, non è sempre ben chiaro chi provvede e a quale livello.

«In una situazione del genere, quando serve agire in velocità, le cose devono essere ben definite. Probabilmente questa è l’occasione per chiarirlo», continua il presidente SItI. «Bisogna anche sfruttare le situazioni particolari che non sono emergenziali, come è stato l’hantavirus o in qualche misura l’Ebola, per mettere alla prova il sistema, soprattutto la rete territoriale, e vedere se funziona. La rete della sorveglianza delle malattie infettive che si articola nei Dipartimenti di Prevenzione e nei Servizi di Igiene Pubblica ha dato ottima prova con il Covid e anche dopo, ma utilizzare queste situazioni per fare un check è fondamentale».

Formazione e carenza di personale: il nodo che il piano non scioglie

Il Piano dedica una sezione specifica alla formazione, distinguendo tra quella universitaria e quella continua dei professionisti. «Dal punto di vista formativo non vedo particolari problemi – prosegue Di Rosa. «I professionisti hanno gli strumenti, sono informati su queste specifiche situazioni e hanno competenze culturali e professionali adeguate. Quello che manca è l’abitudine a fare esercitazioni, a tutti i livelli, nazionale, regionale, di singola ASL. Il sistema va esercitato, va messo alla prova. In questo senso la formazione deve avere la forma dell’esercitazione, è anche più efficace, e più coinvolgente».

Quello che manca è l’abitudine a fare esercitazioni, per una formazione più efficace e coinvolgente

La carenza di personale sanitario è però un problema e rilevante. Mancano professionisti sanitari sia nel campo igienistico, sia in quello infermieristico. Sottolinea Di Rosa: «Per quanto riguarda i medici, il ragionamento è complicato. Il problema non è che mancano in assoluto, è che non sono attratti dal Servizio Sanitario Nazionale. Sul versante infermieristico invece sono pochi anche in termini assoluti e questo si vede anche nelle case di comunità. L’ultima ricognizione di AGENAS ci dice che abbiamo difficoltà a riempirle di operatori sanitari. Le case di comunità sono il cuore della nuova assistenza territoriale e il Covid ci ha insegnato che per 10 persone che vanno in ospedale ce ne sono 50, 100 o in certi momenti anche 1.000, che hanno forme meno gravi e stanno a casa, ma che hanno comunque bisogno di un livello assistenziale adeguato. L’assistenza sanitaria si fa con le persone, ci sono le tecnologie e gli strumenti, ma le persone hanno ancora un ruolo fondamentale».

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Ivana Barberini
Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute