Il diabete di tipo 1 non rappresenta soltanto una sfida clinica, ma anche un rilevante problema economico e sociale. In Italia, il costo complessivo della malattia è stimato in circa 2,2 miliardi di euro all’anno, una cifra che comprende sia le spese sostenute dal Servizio sanitario nazionale sia i costi indiretti che ricadono sulle famiglie e sul sistema produttivo. Un quadro che conferma come il peso della patologia vada ben oltre l’ambito strettamente sanitario.
Secondo Andrea Marcellusi, Docente del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Milano, oltre il 70% del costo sociale è rappresentato da costi sanitari diretti.
Costi diretti: dispositivi e monitoraggio
«Quando analizziamo la struttura dei costi del diabete di tipo 1, vediamo che la quota principale dei costi sanitari diretti è legata ai dispositivi medici, cioè al trattamento e, soprattutto, al monitoraggio glicemico. Questi dispositivi assorbono da soli circa l’83% dei costi sanitari diretti, pari a quasi un miliardo di euro», spiega il ricercatore.
Accanto a questa voce, incide in misura crescente la gestione quotidiana della malattia. «Oggi il monitoraggio glicemico rappresenta una voce di spesa importante, in alcuni casi superiore a quella dei trattamenti farmacologici. Questo ci aiuta a comprendere come si distribuiscono realmente i costi dell’assistenza», osserva Marcellusi.
Costi indiretti: “tassa invisibile per le famiglie”
Tuttavia, fermarsi ai costi sanitari significherebbe cogliere soltanto una parte del fenomeno. Una quota rilevante dei 2,2 miliardi di euro deriva infatti dai costi indiretti, che comprendono perdita di produttività lavorativa, impatto sui caregiver e conseguenze psicologiche della malattia. Le evidenze disponibili mostrano come il diabete di tipo 1 influenzi profondamente la vita quotidiana dei pazienti e delle loro famiglie.
«Nel diabete di tipo 1 parliamo spesso di bambini e adolescenti. Per questo motivo una parte importante dei costi indiretti è sostenuta dalle famiglie, che devono riorganizzare la propria vita attorno alla gestione della malattia», sottolinea il ricercatore.
«Una parte importante dei costi indiretti è sostenuta dalle famiglie, che devono riorganizzare la propria vita»
Le stime indicano un costo sociale annuale compreso tra circa 5mila e 11mila euro per paziente, variabile in funzione della gravità clinica e della presenza di complicanze. Di questa cifra, circa 2.700 euro sono attribuibili all’impegno assistenziale dei caregiver.
«Possiamo considerarlo una sorta di tassa invisibile che le famiglie pagano ogni anno per garantire la gestione della malattia», afferma. «È un costo che spesso non compare nei bilanci sanitari, ma che ha un impatto concreto sulla qualità della vita e sulle opportunità lavorative dei nuclei familiari». L’aspetto emerge con particolare evidenza nei casi pediatrici. La necessità di controllare la glicemia, monitorare il rischio di ipoglicemie e gestire le attività quotidiane può costringere uno dei genitori a ridurre l’orario di lavoro o, nei casi più complessi, ad abbandonare temporaneamente l’attività.
«In molti casi uno dei due genitori è costretto a modificare il proprio percorso professionale»
«Pensiamo semplicemente ai controlli notturni o alla gestione delle emergenze glicemiche. Sono attività che incidono pesantemente sulla vita familiare e sulla produttività lavorativa. In molti casi uno dei due genitori è costretto a modificare il proprio percorso professionale», sottolinea il ricercatore.
Nei casi più complessi, tipicamente i bambini con esordio acuto e gli anziani con complicanze croniche, il costo sociale complessivo può raggiungere gli 11.650 euro annui per paziente.
Il peso della salute mentale
«L’impatto psicologico della malattia è spesso sottovalutato, ma rappresenta una componente importante del costo sociale complessivo», rileva Marcellusi.
Una quota minore ma sistematicamente trascurata della spesa è infatti attribuibile alle conseguenze emotive e psicologiche che accompagnano la gestione della patologia lungo tutto l’arco della vita.
Le complicanze sono il vero driver della spesa

Un’altra voce rilevante è rappresentata dalle complicanze e dalle comorbilità associate al diabete di tipo 1. È proprio qui che si concentra una parte consistente della spesa sanitaria e, allo stesso tempo, il maggiore potenziale di risparmio.
«La principale variabile sulla quale possiamo intervenire è il ritardo dell’insorgenza delle complicanze. Se riusciamo a spostare in avanti gli eventi avversi e le comorbilità, otteniamo il massimo beneficio sia per il paziente sia per il sistema sanitario», evidenzia.
I dati mostrano infatti che la presenza di più patologie concomitanti determina una crescita esponenziale dei costi assistenziali. «Le complicanze sono il vero driver della spesa. Per questo motivo ogni intervento capace di prevenirle o ritardarle genera un ritorno significativo in termini economici e clinici».
Prevenzione: il migliore investimento
Da qui il ruolo strategico della prevenzione, indicata come la principale priorità per i prossimi anni. «La prevenzione resta l’investimento più efficace che possiamo fare. Parliamo di screening, diagnosi precoce, monitoraggio continuo e gestione appropriata della malattia. Sono interventi che consentono di ritardare le complicanze e migliorare la sostenibilità del sistema sanitario».
«Dobbiamo imparare a considerare prevenzione e presa in carico precoce come investimenti e non come costi»
Il messaggio finale è chiaro: il diabete di tipo 1 non può essere valutato esclusivamente in termini di costi sanitari immediati. La vera sfida è ridurre il peso delle complicanze e dei costi indiretti che gravano sulle famiglie e sulla società.
«Dobbiamo imparare a considerare prevenzione e presa in carico precoce come investimenti e non come costi. In una popolazione che invecchia e in un sistema sanitario sottoposto a crescente pressione, questa è probabilmente la leva più importante che abbiamo a disposizione per garantire sostenibilità e qualità dell’assistenza».








