Alla Casa Circondariale Francesco di Cataldo, San Vittore, il reparto speciale a trattamento avanzato La Nave rappresenta da oltre vent’anni un’esperienza unica nella cura delle dipendenze in ambito penitenziario. Un modello fondato sui principi della comunità terapeutica, dove la relazione tra pazienti e operatori, la quotidianità condivisa e la costruzione di un ambiente di cura sono parte integrante del percorso terapeutico.
L’incendio che nel dicembre scorso ha coinvolto il III raggio ha però interrotto bruscamente questo equilibrio: il reparto è stato evacuato e i detenuti trasferiti temporaneamente nella Casa di reclusione di Bollate. Un passaggio che ha messo alla prova la continuità del progetto, le relazioni costruite negli anni e la capacità dell’équipe di mantenere vivo il senso di appartenenza alla comunità.
Nel marzo scorso, dopo il rinnovo degli ambienti, i pazienti sono rientrati nel reparto speciale di San Vittore. La ripartenza non è stata semplice: sono stati necessari tempo, lavoro collettivo e una ricostruzione anche simbolica degli spazi e delle relazioni. In occasione della festa organizzata nei giorni scorsi, con il concerto del Coro La Nave diretto da Paolo Foschini, TrendSanità ha incontrato gli operatori sanitari ed educativi per raccogliere le riflessioni su questa esperienza, sulle difficoltà affrontate e sugli insegnamenti emersi da uno dei momenti più complessi nella storia del progetto.
Ricostruire un luogo di cura: la resilienza de La Nave
Dottoressa Negri, quale impatto ha avuto sul piano clinico e terapeutico l’interruzione improvvisa causata dall’evacuazione del dicembre scorso?

«L’impatto è stato molto forte e il trasferimento improvviso ha generato disorientamento e confusione sia tra i pazienti sia tra gli operatori. Abbiamo cercato di garantire continuità terapeutica anche durante il periodo trascorso a Bollate, sostenendo individualmente ogni persona, ma alcune relazioni di fiducia sono state, inevitabilmente, messe alla prova. Le informazioni sul rientro erano spesso frammentarie e i detenuti, che hanno bisogno di punti di riferimento stabili e certezze, si sono trovati privi di risposte chiare. Questo ha prodotto tensioni sia nei rapporti con gli operatori sia all’interno del gruppo dei pazienti».
Che cosa avete osservato nei detenuti al momento del rientro? Ci sono stati segnali di regressione oppure elementi di resilienza?
«Abbiamo osservato entrambe le dinamiche: alcuni detenuti hanno manifestato momenti di regressione, con episodi di malessere psicologico e, in alcuni casi, anche ricadute nell’uso di sostanze. Allo stesso tempo abbiamo visto una notevole capacità di resilienza. Molti avevano un forte desiderio di tornare a quella che consideravano una casa e si sono impegnati concretamente per ricostruire gli spazi comuni e ripristinare il clima comunitario. Le relazioni con gli operatori si sono in parte rafforzate durante questa fase. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, molti hanno sperimentato una forte delusione nel constatare che La Nave non era più come l’avevano lasciata: gli ambienti erano spogli e occorreva ricominciare quasi da zero. Questo ha generato rabbia e frustrazione rispetto alle elevate aspettative. L’andamento emotivo è stato quindi oscillante tra speranza, motivazione e fatica».
Quanto conta la qualità dello spazio terapeutico in un percorso di cura delle dipendenze?
«La letteratura scientifica sulla salute mentale mostra chiaramente quanto gli spazi incidano sui percorsi di cura delle persone fragili. È fondamentale che i pazienti possano riconoscersi in un luogo che sentono proprio, curato e accogliente. Al reparto La Nave non è importante soltanto avere uno spazio dedicato, ma anche un tempo dedicato. Le giornate sono scandite da attività strutturate e ripetitive che offrono stabilità e sicurezza. Inoltre, operatori e pazienti condividono la quotidianità: l’operatore non è una figura che entra ed esce per singoli interventi, ma partecipa alla vita comunitaria. È questa dimensione di convivenza che favorisce la costruzione di relazioni terapeutiche autentiche».
Quali elementi considera essenziali per replicare un modello come La Nave?
«Oltre agli spazi e all’organizzazione delle attività, è fondamentale il lavoro dell’équipe. Serve un gruppo stabile, con ruoli chiari, competenze specifiche e una forte identità terapeutica condivisa. La semplice somma di professionalità diverse non basta: occorre costruire una squadra che sappia lavorare con obiettivi comuni, dove ciascuno abbia un ruolo specifico e dove tutti riconoscano il ruolo dei colleghi. Questa è una delle principali forze del progetto-modello – La Nave».
Che cosa vi ha lasciato questa esperienza come operatori?
«È stato un evento traumatico anche per noi, soprattutto per la sua improvvisa imprevedibilità. Ciò che ci ha aiutato è stata la consapevolezza del valore di ciò che avevamo costruito negli anni e la forte collaborazione interna al gruppo di lavoro. Se avessi potuto indicare un aspetto che sarebbe stato utile, avrei desiderato un maggiore supporto e una supervisione dedicata agli operatori, per aiutarci a elaborare collettivamente la fatica e mantenere saldo il senso del nostro lavoro».
«La forza della Nave è il gruppo»

Dottoressa Formigoni, durante il trasferimento al carcere di Bollate come siete riusciti a mantenere vivo il senso di appartenenza al progetto educativo?
«La tempestività è stata fondamentale. Siamo arrivati a Bollate pochi giorni dopo il trasferimento dei detenuti e siamo riusciti rapidamente a ricostituire il gruppo in un unico reparto. Pur non avendo gli spazi tipici del reparto La Nave, abbiamo cercato di mantenere la stessa impostazione educativa: un calendario settimanale di attività e una quotidianità il più possibile simile a quella di San Vittore. Ci sono state molte difficoltà organizzative, soprattutto riguardo ai colloqui e alle telefonate con i familiari, aspetti centrali per chi vive la detenzione. Tuttavia, la continuità del progetto ha permesso ai detenuti di sentirsi ancora parte di una comunità».
Quali sono state le principali difficoltà al momento del rientro?
«Siamo partiti in 63 e siamo tornati in circa 40. Molti detenuti, nel frattempo, erano usciti o avevano ottenuto misure alternative. Inoltre, una parte di loro avrebbe preferito restare a Bollate. Questo fatto ha generato tensioni. Al rientro abbiamo trovato un reparto pulito e ristrutturato, ma privo di molti elementi che lo rendevano familiare. È stato necessario ricostruire gli spazi personali e comunitari. Ancora oggi stiamo lavorando per trasmettere il significato del progetto ai nuovi arrivati: circa quaranta degli attuali ospiti non avevano mai conosciuto La Nave prima dell’incendio».
Il ritorno in un luogo familiare rappresenta sempre un fattore protettivo?
«Dal mio punto di vista sì, infatti, tornare in un ambiente conosciuto dà sicurezza sia ai pazienti sia agli operatori. Conoscere le procedure, il personale dell’istituto e l’organizzazione riduce l’incertezza e favorisce un senso di stabilità che viene trasmesso anche ai detenuti. Paradossalmente, l’esperienza di Bollate ha reso molti più consapevoli della propria fragilità e del bisogno di cura».
Che cosa avete imparato da questa esperienza sulla fragilità dei percorsi di cura in carcere?
«In una casa circondariale nulla può essere dato per scontato. I percorsi di cura sono per loro natura fragili e soggetti a continui cambiamenti. La vera forza sta nell’identità dell’équipe: lavoriamo insieme da molti anni, condividiamo obiettivi chiari e una visione comune centrata sulla salute e sulla cura della persona. Il nostro compito è promuovere salute, coinvolgendo non solo i pazienti, ma anche tutti gli attori del contesto penitenziario. È questa coesione che consente al reparto La Nave di continuare a esistere e a mantenere il proprio significato anche nei momenti più difficili».
Quando arriva anche l’emergenza caldo
Risponde Giuliana Egri: «Il caldo rappresenta un fattore di rischio per la salute di tutti, operatori e pazienti. Alla Nave, che si trova in un sottotetto, si raggiungono temperature molto elevate e il sovraffollamento rende la situazione ancora più difficile. Le alte temperature rallentano il pensiero, aumentano irritabilità e disturbi del sonno e possono accentuare tensioni e fragilità psicologiche già presenti. Nei detenuti osserviamo più facilmente stanchezza, nervosismo e difficoltà a mantenere la motivazione nelle attività quotidiane. Per questo è necessario intervenire più volte durante la giornata, sostenendo le persone e aiutandole a mantenere una partecipazione attiva nonostante il disagio fisico».
Conferma Laura Formigoni: «Le condizioni di lavoro sono particolarmente complesse: gli spazi sono piccoli e molto caldi, sia per gli operatori sia per i detenuti. Un aiuto importante è arrivato dall’Associazione Amici della Nave, che ha consentito l’acquisto di ventilatori e di altre dotazioni utili a rendere più sopportabili gli ambienti, soprattutto nelle ore notturne quando i detenuti restano chiusi nelle celle. In questo contesto diventa ancora più importante mantenere vive le attività educative e la quotidianità del reparto: coinvolgere i pazienti nelle attività significa anche aiutarli a non concentrarsi esclusivamente sul disagio provocato dalle temperature elevate».








